Lea Melandri: “Il femminismo non ha fallito, sta cambiando il mondo”

scritto da il 13 Dicembre 2022

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A tutte le latitudini, dall’America all’Asia, passando per l’Europa e il Medioriente, si registrano spinte per ridisegnare l’ordine politico e sociale, a partire dal ruolo delle donne. Un emendamento alla legge sulla protezione dei diritti e degli interessi delle donne approvato dal massimo organo legislativo cinese a novembre ha introdotto un elenco di standard morali indirizzato alle donne, che sembra volerle ricacciare nei ruoli tradizionali: la casa, il matrimonio e la famiglia. Un rapporto della Corte dei conti ungherese ha sostenuto lo scorso agosto che l’istruzione femminile avrebbe potuto causare “problemi demografici” poiché le donne istruite non sarebbero in grado di trovare coniugi con un’istruzione simile, “il che potrebbe portare a un calo della fertilità”. Dall’Afghanistan all’Iran, le proteste contro i regimi teocratici vengono soffocate nel sangue.

Siamo davanti a un nuovo periodo buio per i diritti delle donne? O a una reazione del potere davanti al successo del movimento femminista? Propende per la seconda tesi Lea Melandri, giornalista, saggista, insegnante, presidente dal 2011 della Libera Università delle Donne di Milano, una delle voci più autorevoli del femminismo italiano. La abbiamo incontrata per capire a che punto siamo, quali sono le conquiste di ieri e di oggi, quali i risultati della lotta delle donne su cui non possiamo permetterci di mercanteggiare.

fb_img_1669968274307“Riconduco la logica dei diritti all’interno delle battaglie di emancipazione, per una piena cittadinanza delle donne” afferma Melandri. “La storia del mio impegno femminista ha inizio con alle spalle mezzo secolo di lotte delle associazioni femminili e femministe nate alla fine dell’Ottocento, che avevano aperto il terreno alla nostra presenza nella sfera pubblica. Noi appartenevamo a una generazione che godeva di queste battaglie, io nel ’68 entravo di ruolo nella scuola pubblica, ma eravamo una generazione in rivolta rispetto alla tradizione”.

Oggi le donne hanno conquistato ancora di più lo spazio pubblico, si confrontano quotidianamente con il potere non più solo come subordinate. La presenza di donne in ruoli di comando sta agendo un cambiamento sul potere stesso?

È forte la tentazione di vedere la conquista del potere da parte delle donne nell’ottica di un processo di emancipazione, e sotto molti aspetti lo è. L’immagine del potere come prerogativa maschile è senz’altro stata scalfita. Ma la rincorsa porta inevitabilmente all’assimilazione, in molti casi è già il frutto dell’assimilazione. Molte delle donne che vediamo al potere hanno fatto un percorso all’interno di modalità e logiche maschili cui hanno dovuto adattarsi. Queste figure risultano lontanissime dal processo di liberazione avviato dal femminismo. Carla Lonzi diceva che l’emancipazione può essere un ostacolo ai processi più profondi di liberazione. Non aiuta avere al potere donne che odiano le donne e ostacolano la liberazione della donna.

Ma come si concilia il ruolo di potere che rivestono queste donne con l’idea tradizionale del femminile che sembrano promuovere sul piano sociale e politico?

Il fatto è che si muovono dentro a costruzioni di genere tradizionali. Da un lato il femminile legato al suo destino di cura, dall’altro il maschile adibito al potere. Il fatto che una donna possa percorrere un destino maschile non appare in conflitto: si tengono insieme due figure di genere nel momento in cui Giorgia Meloni si presenta come madre e come ‘il presidente’ del Consiglio, è come far convivere insieme due ruoli e due funzioni nella stessa persona, ma sempre mantenendo la dicotomia. Questo non intacca le figure di genere. E soprattutto non racconta la donna nella sua individualità.

Parliamo di maternità, allora. In Italia si fanno sempre meno figli, e sono sempre di più le ragazze e le donne che affermano con certezza di non volerne. La politica dei bonus economici ovviamente non risolve la questione. Che cosa non sta riuscendo a vedere?

La maternità è un tema che naturalmente attraversa tutta la storia del femminismo. Tutta la politica, anche quella di sinistra, anche quella che si presentava come rivoluzionaria dei gruppi extra parlamentari degli anni 70, non riusciva a fare propria la questione sollevata dal femminismo. Noi non parlavamo di condizione femminile come uno svantaggio da colmare, parlavamo di rapporto uomo-donna. Parlavamo di quella cultura maschile millenaria che ci portavamo dentro, interiorizzata. Sulla questione della maternità in particolare, si è portato alla luce tutto il tema del lavoro sommerso, gratuito, ragionando in termini di salario e lavoro, mostrando il legame tra l’economia e quello che fino allora era stato considerato un dono d’amore.

melandriNoi eravamo una generazione di figlie e abbiamo guardato la questione uomo-donna da questo punto di vista. Le madri di allora non erano molto presenti nei nostri incontri, restavano a margine. Della maternità allora si parlava relazionandola alla tematica forte dell’aborto, oggi si è aggiunta la questione della denatalità. Spesso la maternità è anche ciò su cui si fondano le divisioni interne nei gruppi femministi, laddove si riconosce come femminile solo un corpo che genera. C’è un ritorno al dato biologico, la donna è ancora essenzialmente madre, anche quando è moglie, figlia.

La maternità è dunque un nodo centrale del processo di liberazione, e non si risolve solo col diritto e le leggi, perché le donne attraverso la maternità hanno esercitato un potere sostitutivo di altri poteri che non hanno avuto, per cui c’è un attaccamento al potere della maternità. Che però si scontra con il fatto che la liberazione punta a far riconoscere la donna come persona, come individuo, quindi libera da un destino assegnato. Perciò anzitutto la cura va ripensata come responsabilità collettiva. Siamo dipendenti gli uni dagli altri, siamo fragili. La cura è qualcosa di cui abbiamo bisogno a lungo nella vita e non è parte del destino femminile. La questione si risolve solo con un’educazione di genere che cominci presto, dalla scuola, dai primi anni.

Lei ha sempre parlato molto con i giovani, dall’insegnamento alle rubriche sui giornali. Quanto è importante il dialogo intergenerazionale? Sente che oggi sta ancora avvenendo o si è bloccato qualcosa? Quali sono gli interrogativi del femminismo di ieri e di oggi?

Negli anni ho seguito tutte le ondate e le generazioni di femminismo, percorrendo accanto a loro la strada come una compagna di viaggio con più anni. Né madre né maestra, sono una persona che ha conservato passioni molto forti e un percorso individuale, attraverso una pratica collettiva. Ho incontrato le giovani, non le ho cercate. Essere compagni di viaggio vuol dire compiere uno scambio: le ragazze oggi sono molto interessate ai movimenti del femminismo anni Settanta, rivoluzionario, radicale, simile a quello delle ragazze di Non una di meno. C’è una continuità.

Da tempo ci chiediamo se la vicinanza e l’alleanza ad altri movimenti sia una svolta o un arricchimento del femminismo stesso. La mia opinione è che sia un allargamento necessario, con una sua ragione di fondo. La contrapposizione dei destini uomo-donna, posti in una gerarchia di potere, è alla base di tutte le forme di violenza che abbiamo conosciuto, dall’ovvia violenza di genere contro le donne, al razzismo, alla devastazione della natura. Si tratta sempre di uno sfruttamento e di una visione gerarchica. Lo studio del sessismo in relazione a tutte le forme di dominio crea delle reti orizzontali che possono essere un punto di forza per tutto il movimento.

E qual è invece il punto debole del movimento oggi?

La forza collettiva si indebolisce se manca un’analisi soggettiva. Dobbiamo saper guardare come si muovono dentro di noi, come agiscono, queste diverse appartenenze: può succedere di essere femminista e razzista, anticapitalista e razzista. È importante saper osservare come le diverse appartenenze nel nostro vissuto personale mostrano ambiguità e contraddizioni, che vanno districate e rese consapevoli. Questo si fa meno nella pratica oggi, manca l’autocoscienza sulla complessità delle nostre appartenenze.

I diritti delle donne oggi sono sotto attacco? È in atto una regressione? Cosa non sta funzionando nel movimento?

È proprio perché sta funzionando che si è messa in moto la reazione. Le questioni che per lungo tempo hanno viaggiato nel silenzio e nell’oscurità stanno arrivando a consapevolezza, certe tematiche hanno raggiunto conquiste importanti. Mai come oggi il soggetto femminile è in rivolta, e questa è una grande conquista dovuta a mezzo secolo di femminismo. Il femminismo ha mosso pratiche politiche fuori dai sentieri della politica tradizionale, con interrogativi radicali, traguardi inaspettati e sconvolgenti. Quella in atto non è una regressione, non abbiamo fallito. La reazione del potere non è nostra responsabilità, è la risposta vendicativa e rancorosa a libertà acquisite. Nostra responsabilità è quella di aver cambiato qualcosa nel mondo.

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