Non è questione d’anagrafe ma di parità, Senato in pressing sul doppio cognome

scritto da il 17 Novembre 2021

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La lotta per la parità di genere passa anche attraverso il doppio cognome. Un diritto semplice, ma finora negato in Italia. In virtù di prassi e consuetudini si è radicata nei secoli, anche nei Paesi Occidentali, una cultura patriarcale e maschilista: è l’uomo che comanda, è l’uomo che decide ed è anche l’uomo che tramanda il nome. Una cultura che ha portato la donna ad essere sottomessa rispetto all’uomo, i cui retaggi continuano a determinare conseguenze anche estreme come la violenza fisica, sessuale o psicologica sulle donne.

Questo per dire che, anche se quella del doppio cognome può sembrare una questione marginale e secondaria nella rivendicazione della parità di genere, in realtà non lo è, perché non è solo una questione d’anagrafe, ma è una profonda discriminazione sociale, culturale ed emotiva. Il cognome, infatti, rappresenta l’identità delle persone. Il cognome racconta molto di un individuo e di una famiglia e questo vale non soltanto per le grandi famiglie nobiliari. I cognomi trasmettono storie e valori ed è profondamente discriminatorio che i genitori così come negoziano il nome del figlio, spesso anche per mesi, non possano scegliere se dare a quel figlio entrambi i cognomi o, perché no, soltanto quello della madre.

A testimoniare che l’Italia soffre ancora di un dominio culturale che penalizza le donne è l’avvocata Antonella Anselmo, componente del Consiglio Direttivo della Rete per la Parità, associazione che da anni è impegnata sul tema. “Solo chi ha avuto la fortuna di avvicinarsi a una prospettiva ‘di genere’ – ha osservato Anselmo- riesce a individuare il retaggio denunciato dalla Corte costituzionale” nella storica sentenza del 2016. “Il patriarcato indirizza gran parte delle relazioni sociali: non solo in famiglia, ma all’interno di Istituzioni, aziende, partiti e mezzi di informazione. Anche nella scuola, nei libri di testo e nei linguaggi permane spesso l’approccio sessista. Gran parte delle persone non ne sono consapevoli perché, fin dalla nascita, hanno costruito la propria identità sociale attraverso il solo cognome del padre. La madre, è quindi stata ‘naturalmente’ relegata nella sfera domestica, privata. Questa categorizzazione, a livello simbolico, radica una visione stereotipata dei ruoli genitoriali, e più in generale dell’essere uomo o donna nella società. Sradicare un ordine simbolico, millenario, può intimorire e confondere”.

Secondo la segretaria della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, la senatrice Donatella Conzatti (Iv), “è urgente portare l’Italia a comportarsi come un Paese civile e democratico”. Infatti, ha spiegato la senatrice, “l’attuale disciplina del codice civile impone il cognome paterno. Una previsione in acclarato contrasto con la tutela dell’identità personale, con i principi della pari dignità e dell’uguaglianza tra i sessi. Violazioni del nostro Paese constatate anche dalla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo che già nel 2014. Il messaggio è che siamo ancorati ad un solco antico – ha sottolineato Conzatti – ed è urgente portare l’Italia a comportarsi come un Paese che rispetta la propria Costituzione anche per l’aspetto primario che attiene all’identità di ciascuno di noi”. Una battaglia che il Senato ha fatto propria accelerando sull’approvazione di una legge che consenta alle madri di dare il proprio cognome ai figli attraverso un impegno trasversale per un provvedimento ad hoc entro la fine della Legislatura.

La storica sentenza 286/2016 della Consulta
In Italia una pietra miliare in tema di cognome ai figli è stata posta dalla Corte costituzionale ormai cinque anni fa, il 29 dicembre 2016, con la sentenza storica 286/2016 che ha dichiarato incostituzionale la norma che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa volontà dei genitori. Una norma con un disequilibrio che gioca nettamente a favore dei padri, i quali godono di una sorta di esclusiva nell’attribuzione del proprio cognome. Una “violazione del principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi”, l’ha definita la Consulta, sollecitando “un indifferibile intervento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità”.
Ancora prima, nel 2014, fu la Corte europea dei diritti dell’uomo a chiedere all’Italia di modificare la legge.

Sul tema del cognome materno l’Italia, infatti, si trova indietro rispetto ai grandi Paesi europei: in Francia i genitori possono scegliere quale cognome dare ai figli, paterno, materno o entrambi, nell’ordine a loro scelto, in Spagna vige la regola del doppio cognome e i genitori possono accordarsi su quale mettere prima e in Germania i genitori possono dare ai figli il cognome di famiglia o attribuire quello del padre o della madre in base alla preferenza.

Perché l’Italia non si è ancora dotata di una legge?
Il motivo per il quale l’Italia è uno dei pochi Paesi europei che non si è dotato ancora di una legge a riguardo è da cercare nella profonda discriminazione che ancora esiste fra uomini e donne in tutti gli ambiti a partire dal lavoro, il reddito e i percorsi di carriera. “Il nostro è un Paese dove storicamente ci sono rapporti di forza diseguali tra uomini e donne, che hanno portato alla dominazione delle donne – ha osservato Conzatti – basti ricordare lo ius corrigendi, il matrimonio riparatore, il delitto d’onore. Un Paese che solo nel recente 1975 ha abbandonato una concezione di famiglia fondata sulla subordinazione della moglie al marito e fondata sulla discriminazione dei figli nati fuori del matrimonio. Il nostro è ancora un Paese in cui le donne sono discriminate rispetto agli uomini nel lavoro, nel reddito e nelle pensioni, nei percorsi di carriera, nella possibilità di raggiungere i ruoli di potere. Un Paese in cui ancora una donna su tre nel corso della propria vita subisce una qualche forma di violenza e nel 86% dei casi parliamo di violenze domestiche”.

L’Italia, in sostanza, è un Paese “con grossi ritardi in tema di parità sostanziale tra uomini e donne, i dati confermano che siamo fanalino di coda in Europa, e proprio per questo il PNRR ha posto la parità di genere come obiettivo trasversale a tutte le 6 missioni del Piano”, ha ricordato la senatrice. “L’idea che dai figli sia cancellata l’identità di chi li ha generati è solo la simbologia più evidente e più forte di un modello. Un modello che però – ha concluso Conzatti – sta cambiando con la Strategia nazionale per la parità di genere, con il Family Act e con il Piano nazionale contro la violenza di genere e anche con un’importante campagna di prevenzione che coinvolge gli uomini. Con il lavoro costante di molti fuori e dentro il Parlamento”.

 L’introduzione per legge è la strada migliore: serve riforma epocale
Dal punto di vista tecnico-giuridico, ha spiegato l’avvocata Anselmo, “non ci sono grandi difficoltà” a modificare l’attuale disciplina del Codice civile. “Il vero nodo, semmai – ha aggiunto – è la perdurante diffidenza del Parlamento italiano, forse timoroso di affrontare una riforma epocale. L’introduzione in via automatica, per legge, del doppio cognome, e purché sia comunque salvaguardata la diversa volontà dei genitori, mi sembra l’opzione migliore, alla luce delle pronunce della Corte costituzionale e della Corte EDU. Inoltre, eviterebbe contrasti all’interno della famiglia, al momento della nascita del figlio o della figlia. Chiarito il principio, ricorrendo possibilmente a formulazioni non sessiste, il legislatore dovrà porre attenzione alla soluzione da dare ai successivi passaggi generazionali, per evitare una crescita esponenziale degli elementi del cognome”.

Secondo Anselmo occorre intervenire con urgenza perché siamo “in ritardo di oltre 73 anni”.  “Direi che è abbastanza per il riconoscimento di un diritto fondamentale. La nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il 1 gennaio 1948 fissa tra i principi fondamentali la dignità e l’identità della persona, la solidarietà e l’eguaglianza tra i sessi. Questo significa che, in ambito familiare – ha precisato – la legge sul cognome deve necessariamente rispecchiare questi principi, riconoscendo la doppia discendenza. Viceversa, in assenza di questa riforma, permane la regola generale del solo cognome paterno, ancorché desumibile in forma implicita. È un retaggio patriarcale, come già evidenziato dalla Corte costituzionale già nel 2006. Anche la Corte Europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per il mancato riconoscimento del cognome materno. Nel 2016, la medesima Corte costituzionale, nel dichiarare illegittime le norme che vietano l’aggiunta del cognome della madre, in caso di accordo dei genitori, ha indicato la riforma sul cognome indifferibile e non più procrastinabile. Il Parlamento ha oggi questa responsabilità, che rileva sotto il profilo costituzionale e per gli obblighi internazionali”. Tuttavia, ha proseguito la giurista, è importante evidenziare che attualmente sull’argomento c’è aria di cambiamento, una diversa attenzione e sensibilità da parte della politica. Per questo sono fiduciosa. Forse, a breve, avremo la riforma”.

Al Senato impegno ‘trasversale’ per una legge entro il 2023
Una riforma che a distanza di cinque anni dalla sentenza della Corte Costituzionale però ancora non è ancora arrivata. In Parlamento comunque qualcosa si muove. È dal Senato che riparte, infatti, la spinta verso una legge che possa garantire la parità di genere nell’attribuzione del cognome. Per accelerare in questa direzione e porre l’accento su un ingiustificato ritardo normativo, lo scorso 8 novembre – non a caso in occasione del quinto anniversario della sentenza della Consulta – si è svolto a palazzo Madama un convegno trasversale dal titolo ‘Cinque anni devono bastare per la riforma del cognome’, organizzato dall’associazione Rete per la Parità, presieduta da Rosanna Oliva de Conciliis, il Cndi-Consiglio Nazionale delle Donne Italiane presieduto da Daniela Monaco e InterClubZontaItalia rappresentato da Angela Tassara, con l’intergruppo trasversale delle senatrici. Fanno parte dell’intergruppo le senatrici Valeria Fedeli, Paola Binetti, Emma Bonino, Donatella Conzatti, Loredana De Petris, Alessandra Maiorino, Isabella Rauti e Julia Unterberger, che hanno preso l’impegno a convocare un tavolo di lavoro per la nuova legge in modo da arrivare in tempi rapidi a un accordo unitario su un testo che la presidente del Senato Elisabetta Casellati ha auspicato possa essere approvato prima della fine della legislatura incaricando l’ex ministra Fedeli di coordinare il tavolo di lavoro che dovrà mettere a punto un provvedimento ad hoc. “Un obiettivo di uguaglianza e civiltà che ritengo debba essere raggiunto con il concorso di tutte le forze politiche, prima della fine della legislatura”, ha esortato Casellati in un messaggio inviato al convegno.

Dal canto loro, i ministri per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà e per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti hanno assicurato l’appoggio del governo
nell’iter parlamentare della riforma assumendo l’impegno per una rapida calendarizzazione del disegno di legge. La senatrice Conzatti ha posto l’accento sui ritardi del Parlamento esortando un’azione rapida per colmare un gap che altrimenti sarà inevitabilmente colmato dalla Consulta. “Sul cognome materno ai figli il Parlamento è in ritardo di almeno 15 anni – ha affermato Conzatti – era il 2006 quando Consulta, con la Sentenza n. 61, sottolineava come «l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna». L’ultimo richiamo della Corte Costituzionale al Parlamento è recente. Lo scorso febbraio 2021, con l’ordinanza n. 18 ha nuovamente evidenziando la necessità di una nuova legge che faccia chiarezza. Arrivati a questo punto – ha sottolineato Conzattise il Parlamento non provvede, provvederà la Corte”.

I provvedimenti in Parlamento
Al Senato sono depositati alcuni Disegni di legge in materia di cognome ai figli, ha riferito la senatrice Conzatti. “Il primo è stato quello della collega Garavini e mio, depositato ad una settimana dall’inizio di questa XVIII legislatura, memori del fallimento che nella scorsa XVII aveva visto arenarsi proprio in Senato un DDL già approvato alla Camera. Da qualche mese lavora l’Intergruppo parità al Senato che ha attivato uno specifico tavolo di lavoro in materia di cognome ai figli”. L’obiettivo, ha precisato, “è scrivere un Ddl unitario che possa essere approvato in tempi rapidi. La Presidente Casellati è costantemente informata dell’evolversi dei lavori. Oltre alla cogenza giuridica – ha sottolineato la senatrice – c’è un sentire diffuso sull’esigenza che i figli possano camminare nella vita con una identità completa”.

Le pronunce e le sentenze passate
Nel corso degli anni si sono susseguite numerose proposte parlamentari e diverse pronunce delle Corte Costituzionale e della Corte Europea. Già nel 2006, con la Sentenza n. 61 del 16 febbraio, la Consulta sottolineava che “l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna”.
Nel 2014 seguiva la Sentenza n. 77/07, con cui la Corte europea per i diritti umani di
Strasburgo riconosceva fondato l’appello, presentato da una coppia di coniugi di
Milano, sulla violazione da parte del nostro Paese, dell’articolo 8 (diritto al rispetto
per la privacy della vita di famiglia) e dell’articolo 14 (che proibisce le
discriminazioni) della convenzione europea dei diritti umani, laddove non concede
la possibilità, per i genitori, di dare ai propri figli solo il cognome della madre.
Nel 2016 la Corte Costituzionale, con la citata Sentenza n. 286 ravvisava, fra gli altri,
la compressione del diritto all’identità personale, la lesione del diritto di uguaglianza
e pari dignità dei genitori nei confronti dei figli e dei coniugi tra di loro e la violazione
della Convenzione sulla eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti
della donna. La Consulta ha riconosciuto, quindi, la possibilità di dare il doppio
cognome a tutti i bimbi nati o adottati dal 28 dicembre 2016 in poi.
A seguito della sentenza della Corte Costituzionale del 2016, la Direzione centrale
per i Servizi demografici che fa capo al Ministero dell’Interno aveva emanato una circolare sul tema che stabiliva l’obbligo per l’ufficiale di stato civile di
“accogliere la richiesta dei genitori che, di comune accordo, intendano attribuire il doppio cognome, paterno e materno, al momento della nascita o al momento
dell’adozione”. Nel febbraio 2021 la Corte Costituzionale, con l’ordinanza n. 18 si è trovata però costretta, ancora una volta, a pronunciarsi circa la questione del cognome materno, evidenziando la necessità di una nuova legge che faccia chiarezza.

I nodi irrisolti
La circolare del Viminale non ha risolto tutti i problemi. In primo luogo, non è ancora possibile dare al bambino solo il cognome della madre. Quello del padre deve comunque essere presente e anteposto rispetto a quello della madre. Se per attribuire il cognome di quest’ultima è necessario l’accordo di entrambi i genitori, per assegnare quello del padre, invece, il consenso della madre non è richiesto. Se il figlio venisse riconosciuto dal papà in un altro momento, il cognome della madre potrebbe essere affiancato o addirittura sostituito da quello del padre.

Inoltre, il padre può ancora presentare da solo la denuncia di nascita e rimane, non solo di fatto, titolare esclusivo della scelta del nome e cognome da imporre ai figli. E ancora il doppio cognome di uno o entrambi i genitori va considerato in blocco e non si può trasmettere solo il primo, con la conseguenza che in molti casi si debba rinunciare a imporre il doppio cognome che diventerebbe triplo o quadruplo.

Una modifica al codice civile messa a punto da La Rete per la Parità prevede che “al figlio di genitori coniugati è attribuito il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dagli stessi indicato o il cognome del padre o il cognome della madre, secondo le dichiarazioni rese all’ufficiale di stato civile. In caso di mancato accordo al figlio è attribuito il cognome di entrambi i genitori in ordine alfabetico”.

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