Immobilizzati nel presente: come ci fa sentire avvicinarci a un anno di pandemia

scritto da il 06 Novembre 2020

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Di tre mesi in tre mesi, sappiamo che prima o poi arriverà il “dopo”. A marzo scorso lo pensavamo per settembre, oggi ci rendiamo conto che forse sarà a settembre dell’anno successivo. Per fortuna, a differenza di un cambiamento climatico, una pandemia sembra avere una fine, o comunque un’evoluzione a nostro favore. Confidiamo nella scienza, nella società e, per quanto sembri strano dirlo oggi, nelle capacità di chi ci governa.

Siamo praticamente certi, quindi, che tutto questo finirà. Dovrebbe renderlo meno angusto e faticoso, ma non è così. Per la prima volta nelle nostre vite adulte, ci troviamo di fronte all’angoscia del presente. Lo stato di emergenza ci ha costretti all’essenziale, un essenziale che minaccia di ridursi un po’ di più ogni giorno, e che scopriamo essere ristretto a lavoro e famiglia.

No, non è poco: beato chi ha la fortuna di averli entrambi, e bisognerebbe saperne godere ogni momento. Invece alcuni giorni ci manca l’aria, e ci domandiamo perché. E la risposta, forse, è proprio nell’angoscia del presente. Un giorno può essere pieno anche senza sport, intrattenimento, cultura, progetti di viaggio, piacevoli imprevisti, passeggiate con gli amici… ma se questa dimensione  manca tutti i giorni, la nostra vita diventa un eterno giorno presente, che inizia come finisce, per ricominciare così il giorno successivo. Come se a ridursi fosse proprio la nostra possibilità di far procedere il tempo: quel tempo che nell’avanzare ci porta altrove, ci salva, ci dà un senso, e che per farlo usa le feste, le vacanze, le domeniche, le serate, l’immaginazione.

Persa questa dimensione, diventiamo incapaci di vederci nel futuro, e quindi di progettarlo. Per molti adulti, questa fissità è un rallentamento, uno “stare” che ci farà riemergere un po’ più vecchi, ma auspicabilmente non meno capaci di riattivare immaginazione e speranza. Se invece pensiamo ai giovani, a chi sta vivendo un anno che doveva essere unico (la maturità, l’università, la ricerca del primo lavoro) in quale condizione quotidiana può averli congelati la pandemia? In un presente che non era ancora definito, che si stava definendo, e che ora deve essere messo in attesa.

E forse questo riguarda anche chi ha appena avuto un figlio, e per il suo primo anno di vita aveva mille progetti, chi ha appena iniziato una storia d’amore, chi sa che gli resta poco tempo ancora col proprio anziano compagno, chi l’amore lo cerca da anni e si era detto “quest’anno ce la faccio”, chi un anno fa era già stanco e aveva finalmente deciso di iniziare a prendersi cura di sé.

Forse il peso di questa fissità ci riguarda tutti, perché questa è una transizione prepotente, che scavalca e sconvolge tutte le altre. Sappiamo che siamo dei privilegiati, se questa stagione delle nostre vite ci trova senza la preoccupazione di continuare a mangiare o ad avere un tetto sulla testa, se ci trova con un lavoro e con intorno persone che amiamo e con cui abbiamo scelto di vivere.

Ma questo non impedisce all’angoscia del presente di tenerci compagnia da molto vicino, qualche volta facendoci mancare anche un sorso d’aria. Riconoscerla, darle un nome, sapere che occupa dello spazio nelle nostre menti e nei nostri cuori, non vuol dire “cederle”, ma rispettarne le cause, e autorizzarci a essere stanchi, e anche tristi, perché nessuno mai prima di noi aveva vissuto una pandemia con lo stesso livello di conoscenza, consapevolezza e intensità di presente con cui entriamo nella stagione che abbiamo davanti.

Ultimi commenti (2)
  • Monica D'Ascenzo |

    Cara Anna Maria, questa situazione ci ha disorientati, oltre che spaventati, stressati, isolati etc. Ma abbiamo risorse che non abbiamo mai pensato di avere e i ragazzi ci aiutano a tirarle fuori. Per loro e per noi lasciamo che arrivi lo sconforto, ma anche che vada via e ci lasci vivere, sebbene in una realtà nuova, diversa, complessa. Siamo così antifragili in fondo!

  • Anna Maria |

    A marzo avevo vissuto la chiusura quasi come un sollievo da tutti gli impegni che la vita richiedeva, ora avevo ricominciato a sperare un po’ e non riesco più a “stare” come prima. Non sopporto più questa solitudine fisica. Ho tre figli e mi dispiace per loro oltre che per me che non ho potuto vivere la maturità.., ecc ecc! Stasera sono un po’ sconfortata, spero di ritrovare L energia e gli stimoli per essere d aiuto ai miei ragazzi, come ho sempre fatto.?