Monica Martinelli e la sfida di Settenove: una casa editrice anti-stereotipi

scritto da il 25 Ottobre 2021

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Sguardo libero dagli stereotipi per guardare alle differenze con spontaneità e leggerezza: esattamente come bambini e bambine sanno fare. Monica Martinelli, fondatrice della casa editrice Settenove, lo ha capito durante i suoi studi all’estero e oggi – la formazione ibrida tra arte e giurisprudenza – dà il nome al progetto editoriale che ha ideato. Il primo, in Italia, interamente dedicato alla prevenzione della discriminazione e della violenza di genere: il 1979 è l’anno in cui le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di violenza contro le donne. Settenove ne fa un riferimento preciso e porta avanti l’impegno, con l’obiettivo di promuovere l’educazione paritaria e incoraggiare la visibilità di modelli positivi di collaborazione e rispetto coinvolgendo uomini e donne.

Non solo un’editrice, ma una casa per i suoi lettori e le sue lettrici, con cui costruire relazioni e strumenti educativi: a rappresentarla tre parentesi chiuse perché, racconta Martinelli, “Settenove si identifica in tutto l’universo che sta al di fuori di esse, posizionando il suo nome sempre al di fuori delle ultime parentesi chiuse”. Un approccio pedagogico e culturale in grado di proporre modelli non discriminatori di educazione paritaria: da Cagli, piccolo centro dell’entroterra marchigiano, Martinelli porta la mission di Settenove nelle scuole italiane e, con il progetto “Cut all Ties” in partenza, anche a Barcellona. Un segnale importante per educare senza stereotipi laddove l’educazione si costruisce: a scuola, in cui crescere diversi e alla pari è un diritto e un dovere da preservare.

Qual è stata la scintilla che ha scaturito il progetto Settenove? Come è nata l’idea di creare una casa editrice interamente dedicata alla prevenzione della discriminazione e alla lotta contro la violenza di genere?
Questo progetto, probabilmente a differenza di molte altre case editrici femministe militanti, non è un lavoro collettivo ma nasce da una mia idea personale maturata nel tempo. Sebbene non abbia un background accademico in Lettere – il nome della casa editrice rievoca il mio percorso in Giurisprudenza – è stato proprio durante gli studi svolti all’estero che mi sono avvicinata ai temi della discriminazione e della prevenzione della violenza di genere. Nel frattempo, disegnando per passione personale, ho coltivato con sempre maggiore intensità il mio interesse l’editoria e ho approfondito il mondo dell’illustrazione. A un certo punto, ho avuto il bisogno di unire i puntini e mettere insieme quello che sentivo: non solo la volontà di fare qualcosa in ambito artistico-letterario, ma anche il desiderio di incidere sul presente nell’ambito dei diritti umani. Prima di fondare Settenove, avevo cominciato a lavorare presso una casa editrice che si occupava di tematiche sociali e, una serie di segnali, mi hanno portata a realizzare la mia casa editrice: un giorno mi son detta “mi licenzio e faccio quello che voglio fare davvero: parlare di violenza di genere attraverso un progetto editoriale”. Da qui, Settenove: una casa editrice piccola e indipendente, capace di costruire un’ampia rete di sostegno di attivisti e attiviste, educatrici ed educatrici: persone che, nelle loro vite professionali e personali, si occupano di educare alle differenze e che, per questo, sono le madrine e i padrini della casa editrice.

Il catalogo della casa editrice è interamente dedicato alla prevenzione della discriminazione e la lotta contro la violenza di genere. Scegliere di fondare una casa editrice e focalizzarla su questi temi è una scelta precisa: quanto “il personale è politico”?
Il mio personale è decisamente politico: ho avuto la grande fortuna di vivere in una famiglia in cui la disparità di potere nelle relazioni non si viveva. Io, in prima persona, non la vivevo: mia madre ha sempre avuto una sua attività, economicamente indipendente. Allo stesso modo, mio padre lavorava e condivideva le faccende domestiche. Nel momento in cui, crescendo, noti che quello che ti sembrava normale non lo è perché la gente ti chiede se “il tuo fidanzato ti consente di fare cose”, ti rendi conto che la tua normalità non lo è poi così tanto. Quello che mi ha sempre infastidita da bambina – la discriminazione e le divergenze nei rapporti di potere – ha trovato una base teorica quando ho scoperto i femminismi e il mondo che c’è intorno al tema. Ho avuto la fortuna di vivere una realtà che, spesso, al di fuori di casa mia non c’è: riconoscere il privilegio è un gesto politico.

martinelli_3Abbattere gli stereotipi e lasciare spazio a diritti, rispetto e collaborazione: l’obiettivo di Settenove, già dal catalogo, parla chiaro. In che modo si può parlare ai più piccoli in modo efficace?
Con leggerezza, dicendo le cose esattamente come stanno. Se si parla dei temi in modo diretto e spontaneo, magari ridendoci su, allora i concetti passano in modo efficace. La narrazione diventa pesante e artefatta nel momento in cui si racconta qualcosa evitando di dire la verità per quella che è: quando si parla di mestruazioni cercando di non nominarle, quando si parla di discriminazioni cercando di arginare il problema o evitando dei termini che possano risultare pericolosi. Se la libertà di essere viene rappresentata nei libri dell’infanzia in maniera spontanea, non ci sarà bisogno di spiegare i motivi per cui una bambina può fare tutto. Se si racconta che, nella lingua italiana, esistono il maschile e il femminile, nessuno si chiederà il motivo per cui si possa “addirittura dire sindaca”. Oltre al contenuto, attribuisco grande importanza alla forma estetica: penso che alcuni temi vadano presentati con una forma attrattiva. Se i libri sono belli, diventano attraenti. Il contenuto è fondamentale, ma non è il solo: il rischio è che quel libro finisca solo nelle mani di persone già interessate al tema. La bellezza, sia dell’illustrazione che della grafica, ha un valore politico perché consente di arrivare a tutti: a chi è già appassionato ai temi, ma anche a chi non sa nulla a riguardo e comincia a sfogliare i nostri libri perché attraenti. Forma e sostanza devono andare di pari passo.

Come si declina la prospettiva di genere nella creazione di nuovi linguaggi e cosa significa “Leggere senza stereotipi”, come titola una vostra pubblicazione?
L’educazione alle differenze è l’educazione alla libertà nello sguardo: cercare di mostrare la realtà senza i filtri degli stereotipi di genere. Proprio nel libro “Leggere senza stereotipi” cerchiamo di porre attenzione non solo agli stereotipi di genere, ma anche a quelli etnici e culturali: l’obiettivo è rappresentare il più possibile una realtà variegata inserendo anche altre abilità. La realtà è complessa e va rappresentata nella sua complessità. La declinazione di questo approccio nei libri che pubblichiamo si traduce nell’attenzione ai personaggi maschili e femminili, ai rapporti di forza tra loro e la rappresentazione. Le fiabe possono essere raccontate in mille modi: noi cerchiamo quello più vicino alla realtà, variegata e complessa. Basta guardare dalla nostra finestra per accorgercene.

martinelli_1Qual è il valore aggiunto di essere “una donna d’editoria” che lavora a un progetto la cui sfida è proprio quella di educare al rispetto per le donne?
Il valore aggiunto è la motivazione: una donna che affronta i temi della discriminazione di genere sulla propria pelle ha una forte determinazione nel renderli visibili e dimostrare che forme di rapporti collaborativi tra uomini e donne e di mascolinità non tossica esistono. Per questo abbiamo dato spazio anche ad autori che hanno affrontato questi temi, come Lorenzo Gasparrini che con noi ha pubblicato il suo primo libro.

Narrativa, documenti, albi illustrati e un’intera sezione dedicata all’educazione di genere e corsi scolastici che introducono una prospettiva di genere rivolti a insegnanti, ragazze e ragazzi, e manuali per operatrici e operatori del settore. Qual è il ruolo della scuola nell’educazione di genere e a che punto siamo? In che modo la letteratura può aiutare?
C’è molto lavoro da fare sul tema della sensibilizzazione. Spesso, nelle scuole, gli adulti ritengono che non esistano problemi di sessismo o omofobia perché non sono formati sul tema: le discriminazioni sono invisibili se non si ha la sensibilità per coglierle. Per questo, è molto importante la formazione della comunità di educatori e educatrici: nella mia esperienza, ho constatato un’attenzione molto alta da parte dei docenti. Ma il mio osservatorio è privilegiato perché le persone che vengono a contatto con Settenove generalmente sono già interessate ai temi che trattiamo e motivate ad approfondirle. Di educazione di genere, nelle scuole, se ne parla sempre di più ma occorre lavorare sulle reticenze di alcuni genitori e presidi che – in alcuni casi – si schierano a loro supporto non tanto per aderenza alle loro idee, quanto per il timore di forme di ritorsione.

Come si è evoluto nel tempo il lavoro di Settenove e – come e se – l’emergenza pandemica lo ha rimodulato?
Quello dell’emergenza pandemica è stato un periodo indubbiamente difficile nei primi mesi, ma c’è stata la possibilità di riconsiderare alcune dinamiche per crescere: i temi legati alla discriminazione e al soffitto di cristallo sono emersi con nuova forza e sono stati ancora più sentiti. Alcuni libri, in particolare, sono stati amati più di altri grazie al lavoro enorme delle librerie indipendenti che hanno cercato in tutti i modi di reinventarsi. Anche Settenove è cresciuta: abbiamo lasciato invariata la radice del progetto e la sua struttura – libri per l’infanzia; saggistica a carattere divulgativo e una sezione interamente dedicata agli insegnanti – ma abbiamo aumentato il numero delle pubblicazioni: siamo partiti da quattro libri, fino ad arrivare a dodici nel 2020 e tredici il prossimo. Settenove è una piccola casa editrice, se avessi ridotto il numero delle uscite avrebbe perso visibilità: il 2020 è stato l’anno in cui abbiamo pubblicato di più e, a novembre dello scorso anno, ho assunto la prima dipendente.

Competenze intrecciate e passione militante, con una proposta in chiave “intersezionale”: si parla di donne ma non sono l’unico target. Come si immagina il progetto tra qualche anno?
Lo immagino con tante novità, non solo dal punto di vista editoriale. Stiamo già preparando le schede dei libri in uscita a marzo 2022: “Il filo della speranza” di Guia Risari che racconta la mobilitazione femminile delle ricamatrici siciliane degli anni Sessanta, “Beaver come castoro”, albo di Serena Ballista con illustrazioni di Martina Paderni e ispirato al pensiero di Simone de Beauvoir; “Non siamo angeli”, un albo illustrato, sempre di Guia Risari con illustrazioni di Alicia Baladan. Inoltre, quest’anno, sono stata coinvolta nel progetto “Cut all Ties”, finanziato dalla Comunità Europea e ideato dall’associazione italiana ACRA (Milano) ABD (Barcellona) e Citibeats (Barcellona) per operare nelle scuole superiori contro la violenza di genere: verrà implementato a partire da gennaio 2022 in alcune scuole pilota di Milano e Barcellona.

E a proposito di intersezionalità: che significato assume nelle scelte editoriali?
I nostri libri non parlano di discriminazione, ma raccontano tante storie diverse che incrociano più elementi in modo da rappresentare la realtà in tutta la sua complessità e intersezione. Lo spiego con un esempio: in una delle nostre pubblicazioni, “Period Girl”, si parla di mestruazioni, un tabù del corpo femminile, in modo intersezionale: la protagonista è figlia di un uomo africano e di una donna italiana, la madre della protagonista ha una compagna. Tutto questo non entra nella trama, ma fa parte della storia, rendendo variegato il contesto in cui il racconto si snoda.

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“Donne di editoria” è un viaggio a puntate di Alley Oop, ideato e curato da Manuela Perrone, tra le professioniste che a vario titolo lavorano nel settore dei libri: editrici, libraie, scrittrici, bibliotecarie, comunicatrici, traduttrici. Tutte responsabili, ciascuna nel proprio ambito, di disegnare un pezzo importante del nostro immaginario e della nostra cultura.

Qui la prima intervista alla libraia Samanta Romanese.
Qui la seconda intervista alla filosofa ed editrice Maura Gancitano.
Qui la terza intervista all’illustratrice Daniela Iride Murgia.
Qui la quarta intervista all’editor Flavia Fiocchi.
Qui la quinta intervista alle libraie Maria Carmela e Angelica Sciacca.
Qui la sesta intervista alla poeta Elisa Donzelli.
Qui la settima intervista alla editor Ilena Ilardo.

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Ultimi commenti (1)
  • gloria |

    “L’educazione alle differenze è educazione alla libertà ” Bellissimo,Bravissima lo sforzo della Martinelli, dovrebbe essere preso ad esempio.E’ bello anche quando afferma che il libro non solo deve essere sostanziale ma anche bello.La bellezza è terapeutica.Oggi i giovani già durante l’adolescenza sono indifferenti ed apatici, la scuola rappresenta un obbligo invece di studiare con passione.aNCORA bRAVA LA mARTINELLI QUANDO AFFERMA CHE NEI SUOI LIBRI cerca di raccontare la complessità della realtà attuale