Violenza sulle donne, servono mediatrici culturali per salvare le migranti

scritto da il 14 Dicembre 2020

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L’integrazione delle donne migranti, rifugiate o richiedenti asilo, che hanno subito violenza o sono vittime di tratta, passa per una figura, quella della mediatrice culturale che va formata e incrementata. Più di un interprete, la mediatrice parla con donne spesso completamente a digiuno di lingua italiana, e riesce a inserirle in un contesto più ampio, che passando dalla comprensione del linguaggio  arriva alla conoscenza e alla dimestichezza di regole, usanze, costumi. Spiegando  le differenze, aiutandole le vittime a integrarsi, a seguire  i propri figli in un Paese dove spesso non capiscono quello che viene loro detto. Tutti passi necessari per poter poi trovare autonomia e indipendenza attraverso il lavoro.

Yvette, da vittima a mediatrice culturale
Pensiamo al caso di Yvette Samnick, camerunense, vittima di violenza domestica  in Italia da parte del convivente, una storia a cui ha anche dedicato un libro l’anno scorso. Da vittima è diventata interprete e mediatrice culturale.  Yvette ha partecipato al programma Leaving violence. Living safe, organizzato da Di,Re, Donne in rete contro la violenza con il parternariato dell’Unhcr, l’Alto commissario Onu per i rifugiati.

Posso riassumere questo progetto in tre parole: insegnamento, confronto, e condivisione”, dice. “Lavorando in un centro anti violenza – racconta –  ho capito la differenza tra mediatore culturale e interprete, quello che facevo prima era un lavoro di interprete, ma per lavorare in un centro anti violenza, si deve essere anche mediatrici”. Quest’anno Yvette, sempre nell’ambito del progetto, è riuscita anche ad avere un incarico di formazione in occasione di un workshop.

Storie diverse, perché con alle spalle vissuti ed esperienze diverse, ma simili perché approdano sempre al risultato di divenire mediatrici, cioè ponti tra culture diverse. Pensiamo al caso di Laila Kachermi, di origine tunisina, formata nell’ambito dell’ultimo corso del progetto Leaving Violence, Living Safe,  che collabora con il centro anti violenza Spazio Donna di Caserta “Ho capito – racconta Laila, anche lei partecipante al progetto di Di.Re e Unhcr- l’importanza del ruolo della mediatrice che cerca di far integrare le ragazze, donne  nell’ambito di una cultura diversa dalla loro”.

Nei centri Di.Re accolte 300 donne rifugiate e richiedenti asilo
Il progetto Leaving Violence. Living Safe ha contato 295 donne rifugiate e richiedenti asilo che hanno effettuato un primo accesso tra il 2018 e novembre del 2020 nei 71 centri coinvolti, sparsi in 17 Regioni. Inoltre 42 mediatrici culturali sono state avviate a tirocini e 29 centri di Di.Re hanno beneficiato delle mediatrici formate. Inoltre 361 donne di 16 nazionalità sono state informate sui centri anti violenza e sulla violenza.

Dai dati raccolti emerge che la maggior parte delle donne vittime proviene dalla Nigeria e ha un’età tra i 18 e i 29 anni. Sempre nella maggioranza dei casi è il partner l’autore delle violenza, seguito a stretto giro da trafficanti e sfruttatori. Il 33% delle donne subisce violenza nel Paese d’origine, il 36% nei Paesi di transito e ben il 50% in Italia.  E c’è il caso in cui le stesse donne subiscono violenze in  più di un Paese.

Carenza di risorse umane e finanziarie tra le criticità
Il problema è grande soprattutto perché, come emerge anche dai dati del progetto,  cisono difficoltà per queste donne ad accedere ai centri anti violenza. Le risorse umane e finanziarie e le misure restrittive del Covid  sono tra le tante criticità riscontrate. Bisogna, quindi, trovare le chiavi per superare gli ostacoli, innanzitutto per spingere le vittime a trovare la forza di venire allo scoperto, sviluppando in concomitanza un percorso di consapevolezza sulla violenza e di elaborazione del trauma.

Tra le prassi promettenti si sono riscontrate la presenza multilingue sui social network, materiale multilingue da esporre nei luoghi di passaggio delle donne, spiegazioni sulla natura e l’obiettivo dei centri anti violenza. Inoltre c’è la necessità di mediatrici stabili e formate che portino in sé la cultura del centro anti violenza e la sappiano spiegare .

La conferenza stampa sui risultati del progetto
Tirando le somme sul progetto, gli obiettivi da raggiungere nel 2021, al centro della conferenza stampa del 15 dicembre che vede tra i protagonisti, oltre alla presidente di Di.Re Antonella Veltri, anche la rappresentante generale in Italia dell’Unchr, Chiara Cardoletti,e la ministra delle Pari opportunità, Elena Bonetti, saranno: l’istituzionalizzazione del lavoro con le donne rifugiate e richiedenti asilo; il proseguimento della formazione e dei tirocini per le mediatrici culturali che hanno dato buoni frutti; l’ampliamento della comunicazione e del lavoro con le donne, attraverso attività sui social, lavori di gruppo, lavoro con le comunità. In più occorrerà aumentare il lavoro di rete, formalizzando protocolli di intesa con le istituzioni.

In sostanza ci sono ancora molti passi da compiere, ma certamente tra questi non bisogna dimenticare il percorso di accompagnamento delle donne verso l’autonomia lavorativa, l’unica vera chiave di volta per acquisire consapevolezza e indipendenza. E per questo occorre investire risorse per progetti di lavoro, casa, educazione.