Il vantaggio economico di avere una moglie

scritto da il 12 Agosto 2019

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Il matrimonio è una variabile importante nella spiegazione del gender pay gap perché i suoi effetti sulla carriera e sulle retribuzioni sono molto diversi per i due sessi. Ce lo dicono i numeri. Prendiamo, ad esempio, il grafico qui di seguito, che rappresenta la retribuzione in dollari degli individui per anno d’età, disaggregata per sesso e stato civile. Basta uno sguardo al grafico per constatare che gli uomini sposati hanno redditi ben più consistenti delle altre tre categorie (uomini single, donne single e donne sposate). Se la retribuzione premia la produttività, perché gli uomini sposati sono così tanto più produttivi dei single? Quali sono le caratteristiche produttive degli uomini sposati che gli scapoli non possiedono? Perché il profilo salariale dei maschi single è così piatto rispetto a quello degli uomini sposati?

Figura 1 – Redditi da lavoro dipendente di persone diplomate e laureate per sesso e stato civile. USA 2016. (Immagine tratta da Guillaume Vandenbroucke 2018)[1].

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Fonte: www.ipums.org.

Nel grafico, le linee continue in blu e in rosa si sovrappongono, indicando che tra le persone che non si sono mai sposate c’è ben poca differenza di genere nella retribuzione. Anche le due linee in rosa (quella continua e quella tratteggiata) si discostano solo di poco, indicando che la differenza di retribuzione tra donne sposate e donne single è molto piccola rispetto alla evidente dominanza salariale degli uomini sposati (linea blu tratteggiata) sugli altri tre gruppi.

Questi dati si riferiscono agli Stati Uniti, ma la situazione nel nostro Paese non è mediamente molto diversa. Una ricerca internazionale (Solomon Polachek 2008), aggiornata di recente (2017), mostra che in Italia le donne single hanno una retribuzione media annua di poco superiore agli uomini single (22.022 contro 21.763 in dollari US), mentre per le persone sposate il divario è a favore degli uomini, ed è ben consistente (28.483 contro 23.496). Ma anche nel nostro Paese il differenziale più elevato è dato dal premio salariale per gli uomini sposati: i 21.763 dollari dei single diventano 28.483 per i coniugati di genere maschile.

L’autore della ricerca, Solomon Polachek, individua nella divisione del lavoro tra coniugi e nella specializzazione che si determina a seguito del matrimonio la principale causa dell’incremento del GPG tra le persone sposate rispetto ai single. Dopo il matrimonio, la separazione degli ambiti di competenza dei coniugi permette agli uomini di aumentare sia il tempo dedicato al lavoro retribuito sia l’investimento in capitale umano specifico, mentre le donne sembrano perdere parte del vantaggio competitivo accumulato durante il percorso formativo, quando erano ancora nubili, perché dopo il matrimonio investono una parte consistente del loro tempo e della loro energia nel lavoro familiare. Quando diventano mogli e madri, il tempo e l’impegno che le donne dedicano al lavoro per il mercato si riducono marcatamente, e le competenze specifiche che acquisiscono specializzandosi nella produzione domestica sono in generale poco remunerate dal mercato[2].

Inoltre, la divisione dei compiti, che rende possibile per i mariti concentrarsi sul lavoro e sulla carriera, rafforza il ruolo maschile di principale responsabile del sostegno economico della famiglia, che rende gli uomini più stabili e affidabili, e più disponibili a lavorare sodo, aumentando così la loro produttività. E’ stato anche sottolineato che gli stereotipi e le norme sociali rafforzano le scelte degli uomini sposati di farsi carico di maggior lavoro e maggiori responsabilità professionali dopo la formazione del nucleo famigliare. Ne consegue che il matrimonio (e soprattutto la paternità) funzionano anche come segnale di produttività per i datori di lavoro, che consapevolmente o inconsapevolmente tendono a favorire i padri nelle promozioni e nella retribuzione rispetto ai single di pari produttività (Claire Etaugh and Joann Malstrom 1981).

E’ evidente che i single, uomini o donne che siano, finché restano tali non possono adottare la stessa divisione del lavoro dei loro simili coniugati, quindi il loro reddito resta più basso di quello degli uomini sposati a qualunque età.

Prof, ma quel grafico ci dice che basta che un quarantenne single decida di sposarsi per vedere il suo reddito raddoppiare?

No, ci dice che se un quarantenne single non raddoppia il suo reddito ha poche probabilità di sposarsi …

L’atto del matrimonio, in quanto tale, non aumenta direttamente la produttività degli uomini sposati; quindi il premio salariale osservato nella figura 1 può riflettere un mero effetto di selezione, che si produce nel caso in cui gli uomini sposati abbiano caratteristiche diverse da quelle dei single. Se le scelte dei datori di lavoro e delle donne che prendono marito coincidono, le caratteristiche premiate dal mercato del lavoro aumentano anche la probabilità di sposarsi di coloro che le possiedono. Lo provano Volker Ludwig e Josef Brüderl (2018) analizzando le retribuzioni orarie (invece di quelle annuali) e dimostrando che gli uomini con salari più elevati si sposano con frequenza maggiore. Quindi, se da un lato è vero che gli uomini cambiano il loro atteggiamento nei confronti del lavoro dopo il matrimonio (lavorando per più tempo e con maggior impegno), è anche dimostrato che sono proprio gli uomini più motivati e affidabili dal punto di vista lavorativo già prima del matrimonio che hanno la maggiore probabilità di sposarsi.

Tenendo conto di questi effetti di selezione, e a parità di ore lavorate e di capitale umano, il premio salariale per i mariti si riduce sostanzialmente. Una meta-analisi di 661 stime condotta recentemente da Megan de Linde Leonard e T.D. Stanley (2015) quantifica il premio per il matrimonio dal 9% al 13%, e ne attribuisce la causa al fatto che gli uomini sposati sono più affidabili (stabili e motivati), e/o percepiti dai datori di lavoro come tali, rispetto ai single.

[1] – Sono incluse solo le persone con titolo di studio almeno pari al diploma.

[2] – A torto, dice Riccarda Zezza,

Ultimi commenti (4)
  • Janus |

    @P.Alessio Ma certo che si, anche se una interpretazione non esclude l’altra e alla fin fine non sono interpretazioni così differenti.
    Nella nostra società, infatti, così “patriarcale” la donna (che è oppressa e discriminata) può decidere se farsi mantenere o lavorare o un mix di entrambe le cose, anche dopo la fine del matrimonio, mentre il suo oppressore, detentore del “privilegio maschile”, se non nasce ricco di famiglia, prima o poi deve guadagnarsi un reddito se non vuole fare la fame, dato che di donne che mantengano uomini casalinghi, non se ne trovano; anche perchè mediamente le donne non si uniscono con uomini di estrazione sociale inferiore a quella della loro famiglia di origine.
    E questo riporta all’interpretazione dello studio, per cui un uomo “ha meno probabilità di sposarsi” se non dimostra di avere già o di poter avere in tempi brevi, un reddito sopra la media, che tradotto senza ipocrisie ideologiche, vuol dire che mediamente una donna calcola bene la resa economica di una possibile unione con un uomo che sia legalmente riconosciuta dalla società. E sia chiaro che secondo me, in queste condizioni socio culturali, fanno bene e al loro posto farei lo stesso, ma almeno sarebbe una bella cosa darci un taglio col chiagniefutti femminaro e le ipocrisie.
    Quando un uomo perde la capacità di garantire un certo tenore di vita per le più svariate ragioni, spesso perde anche lo status di “uomo sposato” (ma non il dovere di mantenimento) e nella sostanza spesso e volentieri perde anche la possibilità di essere concretamente “padre”, (eccetto, ancora, per il dovere del mantenimento).
    Che poi, forse, è una delle ragioni per cui, a queste condizioni e con questa cultura della famiglia e del matrimonio, sempre più uomini decidono di non sposarsi, non far figli e nemmeno convivere.
    E indovina un po’?

    La stessa ideologia basata sul dare la colpa ad un solo sesso di ogni problema del mondo, la stessa ideologia che parla di Gender Pay Gap come se fosse un sopruso che le donne subiscono a causa del “patriarcato” al pari del “matrimonio” e della “maternità”, per cui vedi in giro gente che si veste come le ancelle di The Handmaid’s Tale https://gdsit.cdn-immedia.net/2019/03/corteoverona8.jpg , quella stessa ideologia è contemporaneamente capace di produrre vette di pensiero come queste:
    “(…) «Il corpo è mio e lo gestisco io», dicevamo con utile ostinazione negli anni Settanta. Per me quel messaggio non ha perso un briciolo della sua validità. E lo ribadisco perché sia chiara e senza equivoci la mia volontà di parlare di fertilità da un punto di vista femminista.
    (..)e come la mettiamo con gli uomini che non vogliono fare figli?(..)Questi maschi sempre più anzianotti che si cercano minuziosamente fanciulle di almeno 20 anni più giovani, e che poi quando queste mestamente esprimono il loro sacrosanto desiderio di avere il pancione, le mollano con un sms?(..)”
    https://27esimaora.corriere.it/16_settembre_12/perche-chiedere-solo-donne-fare-piu-figli-b3675ac6-7908-11e6-ae6b-13fef4282557.shtml

  • Janus |

    Questo articolo è interessante per molti aspetti.

    In questo articolo si parla di “Gender Gap” ossia uno dei filoni narrativi attualmente più frequentati che il femminismo propone per supportare la sua teoria del patriarcato.
    Secondo questa teoria, il mondo culturale attuale, l’insieme dei costrutti culturali che regolano le società nell’intero pianeta, sarebbe il risultato di un consapevole piano di dominazione che i “maschi” avrebbero attuato contro le donne, piegandole ad una cultura (il cd “patriarcato”) escogitata da i maschi e imposta alle donne come se fossero due popoli distinti dove uno, un giorno, lontano nella preistoria, quando vigeva l’edenico “matriarcato”, ha invaso il territorio (?) dell’altro, schiavizzandolo e imponendogli la “sua” cultura. Il patriarcato, appunto.
    Il corollario di questa teoria è che le donne non sarebbero in alcun modo responsabili dell’esistenza delle forme culturali attuali, delle quali l’unica responsabilità sarebbe maschile, ma ne sarebbero vittime.
    Da qualche anno a questa parte, tale dottrina ha trovato una certa risonanza nei madia, Ecco perchè da qualche anno a questa parte, è tornato di moda chiedere ai “maschi” di “farsi carico del loro genere”, personalità di spicco trovano normale chiedere perdono “a nome d tutti gli uomini”, e cose simili.
    Seguendo questa impostazione dottrinale, nella narrazione femminista, la differenza tra la somma dei redditi maschili e femminili è interpretata come segno dell’oppressione del popolo degli uomini sul popolo delle donne.
    Non a caso, nel calcolo gendergapparo standard, si fa la media della somma dei redditi sommati per peni, confrontandola con la media della somma dei redditi sommati per vagine, e poi si calcola la differenza, e la si interpreta come una differenza di reddito individuale dovuta esclusivamente alla “discriminazione patriarcale”, come se Tizio, con reddito “10”, si godesse il reddito “100” di Caio assieme a lui, escludendo da tale reddito la compagna di Caio, che non vedredrebbe un solo euro di quello che Tizio spenderebbe della “sua media” del reddito di Caio.
    Chiaro no?
    Ecco come si spiegano articoli come questo:
    “Da oggi le donne lavorano gratis. La disparità sugli stipendi regala agli uomini un vantaggio di due mesi. La popolazione femminile dell’Europa è avvisata: fino a Capodanno non c’è salario. Perché il gap fra le retribuzioni dei due sessi è ancora considerevole Così, traducendolo in tempo, ci sono 59 giorni regalati. Per non parlare delle mancate assunzioni, delle carriere ferme e dei ricatti sulle gravidanze”
    (La Repubblica 03 novembre 2015)

    Prendiamo ora l’articolo che stiamo commentando, che in sostanza ci dice (scoperta del secolo! Chi l’avrebbe mai detto!?) che mediamente le donne scelgono gli uomini con cui sposarsi, valutando la “risorsa umana” più o meno con gli stessi criteri e le stesse aspettative di un datore di lavoro.
    Con la piccola differenza, rispetto al datore di lavoro, che quel reddito non lo devono contabilizzare alla voce “salari e stipendi” e gestirlo in modo da cavarci utili in misura adeguata, bensì, semplicemente, spenderlo.

    Questo farebbe sì che mediamente, i redditi più alti siano quelli degli uomini sposati con figli perchè reputati più “affidabili” dai datori di lavoro, e quindi premiati e incentivati a far carriera, in quanto si presume che, tra le mura domestiche, dall’uscio di casa fino alle lenzuola del letto matrimoniale, ricevano molti stimoli e siano adeguatamente incentivati a soddisfare le aspettative sia dell’azienda che della famiglia….vi ricordate quella canzone: “chi non lavora non fa l’amore?”. Ecco.
    Sarà forse per questo che nel campo della selezione e gestione della “forza lavoro” il personale femminile è molto presente e apprezzato?… chissà..

    Sia come sia…Ora però, sorge un problema.

    Come conciliare le soprendenti e insospettabili scoperte dello studio illustrato nell’articolo, con la dottrina femminista che che sta alla base del filone narrativo gendegapparo, secondo cui le donne sarebbero soggetti oppressi e privi di qualsiasi potere effettivo e consapevole di determinare la realtà patriarcale, compresa quella realtà per cui c’è una differenza tra le somme dei redditi sommati per sesso?

    La soluzione per salvare capra e cavoli sta già nel titolo:

    “Il vantaggio economico di avere una moglie”

    Il fatto che le donne cerchino di partorire i loro figli all’interno di una unione riconosciuta socialmente (e legalmente) con un uomo capace di produrre un reddito superiore alla media (non è detto che sia il padre biologico https://news.robadadonne.it/per-dna-non-e-il-padre-ma-per-giudici-deve-mantenere-figli/ ), e che quindi, l’uomo che produce un reddito sotto la media ha minori possibilità di essere scelto da una donna per tale scopo, è reso con questo titolo:

    “Il vantaggio economico di avere una moglie”

    Che, diciamocelo… è geniale.
    Come se l’unico soggetto attivo in questa dinamica sociale fosse il “maschio”, che per avere un “vantaggio economico”, “prende moglie”, in accordo alla dottrina femminista della teoria del patriarcato.
    Titolo genialmente politically correct, ma un po’ “problematico” da un punto di vista della verità fattuale, per chi volesse leggere anche il testo, anche se in esso viene comunque rimosso usando delle perifrasi opportune, il riferimento esplicito alla scelta attiva e consapevole (e anche ben calcolata) della donna nel cercare di attribuire la paternità legale dei figli che partorirà all’uomo che si mostrerà capace di produrre un reddito superiore alla media e che quindi sceglierà come suo compagno legalmente riconosciuto. Almeno finchè sarà in grado di mantenere questo status.
    Non a caso, nell’ipotesi che un/a lettore/trice prosegua nella lettura oltre al titolo dell’articolo, nel testo si spiega:

    “(…)Prof, ma quel grafico ci dice che basta che un quarantenne single decida di sposarsi per vedere il suo reddito raddoppiare?
    No, ci dice che se un quarantenne single non raddoppia il suo reddito ha poche probabilità di sposarsi …(..)”

    forse “intuendo” che il titolo potrebbe indurre in errore il lettore che volesse andare oltre il titolo, e la dottrina di riferimento dl discorso sul “gender gap”.

  • P.Alessio |

    Direi che è possibile un’altra, più ragionevole, interpretazione: chi si sposa autonomamente sceglie di lavorare di più, e quando è possibile di fare carriera, perché mantenere una famiglia costa soldi. E i soldi extra necessari per tirare su i figli non vengono, non verranno mai, dalla donna – che come il grafico mostra guadagna (tradotto: lavora) uguale da single o sposata.
    Del resto, chiunque lavori questo effetto lo conosce bene: il collega sposato è quello che si offre per gli straordinari, o che prova ogni opportunità di scatti di carriera. E io, uomo 35enne single? Io sto per chiedere un part-time, perché già adesso non riesco a spendere i soldi che guadagno a tempo normale con zero straordinari. Fossi sposato non lo farei mai.

  • Marco |

    Certo che chi è sposato guadagna di più, sta più al lavoro per non vedere la moglie e quando torna deve prepararsi per accompagnarla a fare shopping. …alla fine resta spiantato…