“Vieni tu giorno nella notte”, l’amore tra un israeliano e un palestinese sfida i muri

scritto da il 10 Dicembre 2023

Diceva Carlo Bo che “in un mondo minacciato, la letteratura dovrebbe essere una guida, non un rifugio”. E una guida potente è oggi “Vieni tu giorno nella notte” (Mondadori, 2023), l’ultimo romanzo di Cinzia Leone, dopo “Liberabile”, “Cellophane” e “Ti rubo la vita”. Quasi profetico: le 415 pagine, in libreria da fine maggio, catapultano in Medioriente, tra Tel Aviv e Jenin, nei luoghi tornati adesso incendio e morte dopo il massacro del 7 ottobre, come un meccanismo inceppato della Storia, e che si addentrano in uno dei grovigli più intricati del pianeta attraverso il doppio bandolo dell’amore e della fuga. L’amore tra Arièl, ebreo italiano fuggito in Israele dalla nonna Stella, sionista a sua volta scappata da Roma, e arruolatosi nell’esercito, e Tariq, giovane palestinese costretto a lasciare la Cisgiordania a causa della sua omosessualità. E quello tra le madri – le vere grandiose protagoniste del libro – e i loro figli e figlie.

Il romanzo si apre con la morte di Arièl durante un attentato kamikaze in un locale di Tel Aviv, da cui Tariq si è appena allontanato dopo l’ennesimo litigio a causa di quella divisa che rende impossibile vivere il loro rapporto alla luce del sole. Accorrono dall’Italia i genitori separati di Arièl – Micòl, creativa costumista teatrale, e Daniel, pubblicitario con pochi scrupoli – ed è là che scoprono, a poco a poco, la vera vita del figlio e quel suo amore segreto, trovato dentro l’amore più grande per Israele. Comincia così un viaggio che pare a ritroso nel passato, tra le pieghe di ciò che crediamo di conoscere e invece ci è sempre sconosciuto, ma che al contrario porta ogni sopravvissuto a imboccare nuovi sentieri di consapevolezza. Verso il futuro.

Con una lingua densa e viva come la sua arte, Cinzia Leone – giornalista, scrittrice, disegnatrice, autrice di graphic novel – racconta l’amore capace di scavalcare muri e confini, la passione “che della realtà se ne infischia e se ne libera alla prima occasione come di un inutile impaccio”, l’attrazione che riesce a calamitare un soldato dell’esercito di Israele a un palestinese fuggito dalla Cisgiordania: “Sapevano che sarebbe stato prudente sfuggire alla passione che li calamitava. Eppure, come ladri, continuavano a cercarsi”. “L’omosessualità come abominio è una delle poche cose sulle quali ebrei, cristiani e musulmani vanno d’accordo”, borbotta Stella.

Anche per lei, nonna accogliente e “madre piena di aculei”, la scomparsa di Arièl diventa il motore di una confessione che le permette di riannodarsi a Micòl. Assieme allo strazio del lutto, si fa largo la verità. Attorno a loro due si muove un microcosmo di altre donne, come il capitano Noa Baruch e la figlia Nachmy, di leva, “quell’unica figlia per cui trema ogni giorno”.

Nelle genealogie femminili identità e comunità si ridefiniscono a vicenda, in quel passato che in Israele “è eterno ritorno”, pagina in cui ciascuno scrive a margine altri pezzi della stessa storia fino a non saper più distinguere l’originale.
“In questa terra c’erano anche gli arabi e con loro dobbiamo fare i conti”, dice Noa.
“Noi questa terra la volevamo e loro non la volevano abbastanza”, risponde Nachmy.
“Non dire idiozie. I pionieri non avevano in testa uno Stato guarnigione: assediato e che assedia. ‘La pace è per il mondo quello che il lievito è per il pane’, dice il Talmud”. “E dice anche: ‘Se sei un’isola devi farti amico il mare’. Molti palestinesi sono disposti a fare accordi, altri vogliono cancellare Israele dalla faccia della terra. C’è una sola strada che possiamo percorrere: rafforzare quelli con cui è possibile fare patti”.

Micòl va in Cisgiordania a conoscere Zahira, la coraggiosa madre di Tariq, sua principale alleata, appena rimasta vedova del meschino Yusuf Ghassan ed erede, con il figlio, delle piantagioni di arance e limoni che hanno fatto la fortuna della famiglia. “Il frutteto è un incanto e dal verde intenso del fogliame ciascun frutto spicca come un piccolo sole”. Intorno covano l’odio per Israele e le beatificazioni dei martiri, ma nelle madri sta il seme di ogni avvenire possibile, la palingenesi che si rinnova. “Come solo le donne sanno fare, Micòl e Zahira cucinano la vita e vincono la morte”. E ancora: “Noa e Micòl si guardano come sanno guardarsi le donne, oltre le lingue, le età e le uniformi, per quello che le unisce sopra ogni cosa: generare la vita e rischiare di perderla in un istante”. Sharon, un’altra donna ancora, fa irruzione nella parte finale del romanzo e compie il miracolo inatteso e inimmaginabile, perché “la morte chiama la morte, ma la vita pretende la vita”.

Sullo sfondo, i tramonti incandescenti che trasformano in “torri sanguigne” i grattacieli di Tel Aviv, i vapori del Mar Morto e la fortezza di Masada, le colline punteggiate dalle fioriture rosse delle giacarande, il kibbutz di Hanita, a un passo dal Libano e dalle postazioni di Hezbollah, dove Stella era approdata appena arrivata in Israele. E ancora ulivi, cedri, pietre e sterpaglia. Corpi nudi, avvinghiati, esausti, esplosi. Corpi dileggiati, esclusi, discriminati.

Un trionfo di sensi accompagna la lettura, le identità si fondono negli scambi conviviali, le radici si rivelano nella loro ambivalenza: tentacoli o coltelli? Certezze o inganni? A Jenin, in piatti di ceramica bianchi e blu, si mangiano “fattoush, maqloubeh, hummus, tahina, mtabaq, labaneh di capra, fagottini dolci ripieni di formaggio akkawi e pistacchi canditi”. A casa di Stella, per lo Shabbath, si servono il pollo al forno con le batate israeliane e il riso con pomodoro e piselli, con “il calice d’argento per il Kiddush, il vino, la challah coperta da un tovagliolo ricamato”.

“Vieni tu giorno nella notte” è il verso di Giulietta e Romeo di Shakespeare scelto in epigrafe dall’autrice. Qui la luce fende il buio con la lama delle donne. La Stella di Leone richiama un’altra Stella, la nutrice dei figli di Modesta ne “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza.
“Ma è bello il tuo ‘Ntoni, Stella!
– Eh… bello, principessa! ma capriccioso e caparbio è! tutto suo padre. Lo sento ca come a lui mi farà penare.
– Non è detto, Stella, se tu lo saprai crescere diversamente.
– Lei dice, principessa, ca un destino si può cangiare?
– Tutto si può cangiare, Stella”.

Grazie alle madri, che spezzano il circolo vizioso dell’odio, si accende il bagliore di un destino diverso. Che può assumere le sembianze di un gatto, nel romanzo testimone silenzioso, consolatore, tessitore di fili dorati di solidarietà e comprensione tra gli umani. Nel suo stesso nome si intravede la possibilità di una salvezza: “Malak, angelo per arabi ed ebrei”. Vibrisse di pace. Che storia.

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Titolo: “Vieni tu giorno nella notte”
Autrice: Cinzia Leone
Editore: Mondadori, 2023
Prezzo: 20 euro

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