Diritto all’aborto, svolta in Messico. Ma nel mondo resta una corsa a ostacoli

scritto da il 09 Ottobre 2023

In Messico nessuna donna dovrà mai più andare in carcere per aver abortito. A 15 anni dalla depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza a Città del Messico, lo scorso 7 settembre la Corte suprema di giustizia ha dichiarato “incostituzionale il sistema giuridico che penalizza l’aborto nel Codice penale federale, perché viola i diritti delle donne e delle persone in gestazione”.

La sentenza non solo elimina dal Codice penale il reato di aborto – punito fino ad ora con pene da uno a tre anni –  ma prevede anche un’applicazione retroattiva. In questo modo, come ha spiegato la senatrice Olga Sánchez Cordero, verranno annullati sia i procedimenti in corso che le condanne già pronunciate.

Con la decisione adottata all’unanimità dagli 11 membri della Corte, l’aborto diventa diritto in un altro pezzo dell’America Latina dove è legale in Colombia, Argentina, Cuba, Guyana, Guyana francese e Uruguay. Resta, invece, ancora completamente vietato in Nicaragua, Honduras, El Salvador, Repubblica Dominicana, Haiti e Suriname. “Il giorno di giustizia” che arriva dal Messico –  così come lo ha definito l’Instituto Nacional de las Mujeres – è un segnale forte anche per gli Stati uniti dove, dopo l’annullamento della storica sentenza Roe vs Wade del 1973 che garantiva l’accesso costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza in tutti i 50 Stati dell’Unione, abortire è diventato difficile in quasi la metà del Paese.

Perché l’aborto non ha a che fare “solo” con la libertà
Non si tratta “solo” di garantire la libertà di scelta delle donne, ma di tutelare una serie di libertà e diritti umani internazionalmente riconosciuti: il diritto all’aborto sicuro ha a che fare con il diritto alla salute, alla non discriminazione e all’eguaglianza. Non a caso la data del 28 settembre – celebrata in tutto il mondo come Giornata internazionale dell’aborto sicuro e promossa dalla Women’s Global Network for Reproductive Rights – è stata scelta per ricordare la Law of Free Birth: la legge passata dal Parlamento brasiliano nel 1871 che forniva la riforma legale per assicurare libertà ai figli delle persone schiave.

Poter scegliere: parlare di aborto significa soprattutto parlare di libertà e di diritti, così come indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che definisce l‘aborto sicuro come espressione del diritto alla salute e, specificando che tutti gli individui devono aver accesso a cure mediche di qualità, afferma che “la mancanza di accesso all’interruzione di gravidanza sicura, tempestiva, efficace e dignitosa rappresenta un rischio il benessere non solo fisico, ma anche mentale e sociale di donne e ragazze”.

Libertà e diritti, dunque, sono strettamente collegati fra loro poiché la libertà di scelta sul piano giuridico si concretizza nell’esercizio di un diritto: eppure, mentre alcuni passi avanti vengono messi a segno, sono ancora moltissimi i Paesi che negano l’accesso all’aborto sicuro.

Aborto sicuro, la “doppia tendenza” nel mondo
Nonostante gli ultimi decenni abbiano visto una graduale liberalizzazione dell’aborto, la tendenza rimane doppia: insieme a rivendicazioni che vengono ottenute a tutela dell’interruzione volontaria di gravidanza, altre restrizioni nei confronti della stessa si consolidano. Alla fine del 2020 in Argentina il Senato ha votato in favore della legalizzazione dell’aborto nelle prime quattordici settimane di gravidanza e, lo scorso agosto, in Colombia la Corte costituzionale ha ratificato la sentenza che ha esteso la depenalizzazione dell’aborto fino alla ventiquattresima settimana (sei mesi di gestazione).

La decisione, celebrata dal movimento femminista Causa Justa come “riaffermazione della tutela dei diritti delle donne”, va in controtendenza rispetto a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove attualmente l’aborto è completamente illegale in 14 Stati a guida repubblicana. In altri due, Wyoming e Utah, l’aborto è ancora legale solo perché i tribunali hanno bloccato le leggi in questione. La Georgia, storicamente considerata un centro di accesso all’aborto per il Sud degli Usa, lo ha vietato dopo le sei settimane consentendo l’interruzione di gravidanza solo fino a due settimane dopo il mancato ciclo. Lo Stato con le leggi più restrittive è l’Idaho, in cui il governatore Gop Brad Little ha firmato un disegno di legge che rende illegale per un adulto aiutare una minore ad abortire in un altro stato senza il consenso dei genitori. Qui il divieto di aborto, come ha stabilito la scorsa settimana un collegio unanime della 9a Corte d’Appello degli Stati Uniti, vige anche in caso di emergenze mediche.

In Texas è addirittura possibile far rispettare i divieti di aborto attraverso cause legali: ciò significa che i singoli individui possono citare in giudizio le persone che credono abbiano abortito o semplicemente aiutato qualcuno a farlo.

Il diritto ad abortire, nonostante casi virtuosi di liberalizzazione – graduale e non – rimane in pericolo: secondo gli ultimi dati raccolti dal Center for Reproductive Rights, organizzazione non profit che si occupa di salute riproduttiva, a giugno 2023 22 Paesi proibivano totalmente l’aborto. Un numero che corrisponde al 6% della popolazione femminile mondiale. Sono 77, invece, gli Stati che permettono di accedere a tale procedura su richiesta, con unico limite quello delle settimane di gravidanza (che si aggira intorno a dodici). Le condizioni per accedere all’aborto variano e, fra le più ricorrenti, ci sono quelle relative allo stupro, malformazioni del feto, incesto, rischio di vita per la madre.

Tra i Paesi che limitano in modo deciso l’accesso all’aborto, molti sono in Europa: in Andorra la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza vieta la pratica senza alcuna eccezione. A Malta l’interruzione di gravidanza è tutelata solo nei casi in cui la vita della donna incinta è a rischio (prima della legge che depenalizza l’aborto, approvata lo scorso luglio, la pratica era completamente vietata). Lo stesso accade in Polonia, Monaco e Liechtenstein dove il diritto all’aborto, oltre al rischio di vita per la madre, si estende anche in caso di grave malformazione del feto e stupro. In Gran Bretagna, Finlandia e Islanda le donne possono abortire solo per preservare la propria salute fisica e mentale, per una malformazione del feto, per uno stupro, o a causa della propria condizione socioeconomica

Limitare l’aborto ha conseguenze (anche) sociali
Leggi restrittive sull’aborto impattano sulla salute delle donne e sulla società tutta.
Come mostrano le analisi del Center for Reproductive Rights, ogni anno si registrano circa 39mila morti causate dalla pratica non sicura dell’aborto. Completano il quadro i dati dell’Oms, per cui nel 2021 circa il 45% delle interruzioni volontarie di gravidanza sono state praticate in maniera non sicura.

Le limitazioni all’aborto hanno conseguenze specifiche anche per le comunità. Secondo il Guttmacher Institute, organizzazione di ricerca che sostiene i diritti riproduttivi nel mondo e mira a migliorare la salute sessuale, i 26 Paesi degli Stati Uniti con le leggi più restrittive sull’aborto sono anche quelli in cui le donne guadagnano meno della media nazionale (750 dollari contro 887 dollari a settimana), il 20,8% dei minori vive sotto la soglia della povertà contro il 14,6% dei 13 stati con le leggi meno restrittive.

Gli effetti negativi sono a lungo a termine e includono minore scolarità, minor capacità reddituale, peggiore salute: negli Stati Uniti, infatti, avere un figlio può implicare spese fino a 30mila dollari e, gli Stati dove l’aborto vede le maggiori restrizioni, sono anche quelli dove l’assicurazione sanitaria pubblica copre meno i cittadini. Le donne povere e non assicurate affrontano da sole le spese necessarie per il mantenimento dei figli, come registra il Turnaway Study: dopo aver seguito circa mille donne statunitensi per cinque anni dopo aver tentato abortire, lo studio coordinato dalla ricercatrice Diana Greene Foster (Università della California) ha dimostrato che le donne a cui è stato negato l’aborto hanno maggiori probabilità di vivere in povertà rispetto a quelle a cui è stato garantito l’accesso.

E in Italia? Aborto corsa a ostacoli e contro il tempo
Più che un diritto, l’aborto in Italia è una corsa a ostacoli e contro il tempo: è questa la fotografia che emerge dal nuovo rapporto “Aborto farmacologico in Italia: tra ritardi, opposizioni e linee guida internazionali” di Medici del Mondo, rete internazionale impegnata a garantire l’accesso alla salute, che evidenzia le forti disuguaglianze nell’accesso alle pratiche abortive attraverso dati, interviste e testimonianze di personale sanitario, attiviste e pazienti raccolte in tutta Italia.

Nel nostro Paese, sebbene l’interruzione volontaria di gravidanza sia una prestazione compresa nei Lea – ovvero nell’elenco di prestazioni e servizi essenziali che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini – poco più della metà delle strutture ospedaliere la effettua.

La pillola abortiva (Ru486) continua a essere considerata un farmaco rischioso, nonostante in Europa si utilizzi da oltre trent’anni e dal 2006 l’Oms la consideri un farmaco essenziale per la salute riproduttiva. Spiccano poche avanguardie, come la Regione Lazio che ha introdotto nel regime ambulatoriale la procedura at home secondo le linee guida internazionali, o come l’Emilia-Romagna che ha iniziato a distribuire la Ru486 nei consultori.

Il rapporto di Medici del Mondo riprende i dati del Ministero della Salute – aggregati e risalenti al 2020 – che raccontano come 45 anni dopo la sua entrata in vigore la legge 194 fatichi ancora a trovare applicazione a causa delle forti frammentazioni nell’offerta di strutture e personale medico. I consultori familiari che effettuano counseling per l’interruzione volontaria di gravidanza e rilasciano certificati sono il 69,9% del totale, mentre le strutture con reparto di ostetricia e ginecologia che effettuano IVG sono il 63,8%. Inoltre, è obiettore di coscienza il 36,2% del personale non medico, il 44,6% degli anestesisti e il 64,6% dei ginecologi, con picchi dell’84,5% nella provincia autonoma di Bolzano, 83,8% in Abruzzo e 82,8% in Molise. Non solo. Come ha rilevato la ricerca “Mai dati”dell’Associazione Luca Coscioni, in 22 ospedali (e quattro consultori) italiani la percentuale di obiettori di coscienza tra il personale sanitario è del 100%, mentre in 72 è tra l’80 e il 100%.

Le discrepanze nell’accesso al servizio diventano ancora più evidenti rispetto all’aborto con metodo farmacologico che si basa sull’assunzione di due pillole: il mifepristone (conosciuto come Ru486) e, 48 ore dopo, il misoprostolo, della categoria delle prostaglandine. Pur essendo definita dall’Oms una procedura sicura e raccomandata per le interruzioni di gravidanza, in Italia l’aborto farmacologico è più in ritardo, perché la pillola abortiva è arrivata solo nel 2009. Certo è che negli anni sempre più persone l’hanno preferita al metodo chirurgico, passando dallo 0,7% nel 2010, al 20,8% nel 2018, fino al 31,9% nel 2020.

Numeri però ben lontani dagli altri Paesi europei: in Francia ad esempio, dove la RU486 è stata introdotta già nel 1988, gli aborti farmacologici sono oltre il 70% del totale. Peggiora la situazione il fatto che in Italia la deospedalizzazione dell’aborto farmacologico sia prevista solo in alcune Regioni con grandi differenze in termini di regole, accesso, applicazione: una disomogeneità che, come indica il rapporto, va ad alimentare le difficoltà, per le donne che vogliono accedere all’Ivg farmacologica, di reperire informazioni sui metodi e le tempistiche.

La nuova relazione della Salute: con la pillola metà degli aborti
Una necessità, quella di indicazioni più puntuali, che diventa impellente poiché la Ru486 è ormai usata per il 48,3% degli aborti e in 11 Regioni e una provincia ha già superato la chirurgia: a (ri)confermarlo sono i nuovi dati – riferiti al 2021 – della Relazione annuale al Parlamento sull’interruzione volontaria di gravidanza, pubblicata il 6 ottobre 2023.

In totale nel 2021 sono state notificate 63.653 interruzioni di gravidanza, un numero che ne ribadisce la costante diminuzione (-4,2% rispetto al 2020) a partire dal 1983. Il tasso di abortività – l’indicatore più accurato per una corretta valutazione del ricorso all’IVG –  conferma il trend: pari a 5,3%, registra una contrazione del -2,2% rispetto al 2020 e racconta quante donne tra i 14 e 49 anni ogni mille hanno ricorso alla pratica. Poche, dicono i numeri: il dato italiano, infatti, rimane tra i valori più bassi a livello internazionale e riguarda tutte le classi di età.

In particolare, i tassi di abortività più elevati restano nelle donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni mentre le donne di età inferiore ai 18 anni che hanno effettuato una Ivg sono state 1.707, pari complessivamente al 2,7% di tutti gli interventi praticati in Italia. Anche questo, un dato che risulta essere costantemente inferiore a quello di Paesi europei con analoghi sistemi socio-sanitari. Permangono importanti divari regionali sul ricorso all’aborto farmacologico, sia per quanto riguarda il numero di interventi che per il numero di strutture che lo offrono. Le Regioni che registrano il numero maggiore di aborti farmacologici sono Liguria (76,4%), Calabria (75,4%), Basilicata (74,4%), Emilia-Romagna (66,5%), il Piemonte (65,4%). Tra il 50 e il 60% si attestano Umbria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Toscana, Valle d’Aosta e Puglia. La Lombardia si ferma al 36,6% e il Veneto al 38,2%.

La campagna “The Impossible Pill”
Per sanare il gap territoriale, l’informazione corretta e puntuale sull’aborto farmacologico gioca un ruolo di grande responsabilità: con questo obiettivo, insieme alla pubblicazione del rapporto, Medici del Mondo ha lanciato la campagna “The Impossible Pill” che, con il linguaggio ironico della comica Laura Formenti, attraversa l’Italia dalla Sicilia fino alla cima del Monte Bianco per denunciare le difficoltà di accesso all’aborto farmacologico.

“Il viaggio raccontato in The Impossible Pill e i numeri e le testimonianze raccolte nel nostro nuovo rapporto fotografano un’Italia che procede in ordine sparso rispetto all’aborto farmacologico, con alcune buone prassi, molte differenze territoriali e diverse scelte locali che sembrano dettate più da motivazioni politiche o ideologiche che da evidenze scientifiche”, spiega Elisa Visconti, direttrice di Medici del Mondo Italia. “Per Medici del Mondo promuovere e difendere l’accesso alla salute non significa solo fornire cure e assistenza, ma anche sostenere il cambiamento sociale e aiutare le persone a realizzarlo, perché le disuguaglianze nell’accesso alle cure, anche quelle abortive, non fanno altro che riflettere e amplificare le disuguaglianze sociali e di genere”.

Visconti non ha dubbi: “L’Ivg è indiscutibilmente una questione di diritto: di diritti umani, di diritto alla salute, di diritto all’autodeterminazione, per poter decidere se e quando diventare madre. E riguarda anche il diritto di scegliere quale procedura – chirurgica o farmacologica, ospedalizzata o autogestita – sia più rispondente alle proprie necessità. Per questo, in quanto organizzazione medico sanitaria, raccomandiamo al ministero della Salute di monitorare e assicurare da parte di tutte le Regioni italiane la ricezione delle linee di indirizzo emanate nel 2020 in tema di aborto farmacologico, nella loro interezza: la regolamentazione delle procedure abortive non può seguire logiche di tipo politico, ma solo criteri medico-scientifici”.

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