Scuola: Ocse, con lockdown più disparità, Italia recuperi studenti a rischio

scritto da il 09 Settembre 2020

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Mi auguro che ora in Italia ci sia molta attenzione sul recupero degli studenti dopo la crisi del coronavirus, perché c’e’ il forte rischio di lasciare indietro soprattutto i ragazzi svantaggiati, con danni che possono essere di lungo termine, non solo sull’economia, ma anche sulla carriera dei singoli individui”. Giovanni Semeraro, economista dell’Ocse tra gli autori del rapporto sulla scuola pubblicato oggi dall’organizzazione, sottolinea che la chiusura delle scuole a causa della crisi sanitaria (18 settimane in Italia, uno dei periodi più lunghi tra i Paesi industrializzati), ha penalizzato soprattutto gli studenti che già erano a rischio.

Le persone potenzialmente più in difficoltà hanno pagato di più anche nell’istruzione. Un lockdown prolungato può esacerbare le disparità sociali, considerando che le performance scolastiche sono correlate con lo status socio-economico delle famiglie. La lontananza dalla scuola può peggiorare la situazione per gli studenti che hanno già una performance peggiore degli altri e vivono in un contesto disagiato”, sottolinea l’economista in un colloquio con Radiocor-Il Sole 24 Ore. Inoltre, “va ricordato che la didattica a distanza non è la stessa cosa della didattica in presenza, soprattutto per i più piccoli”.

Già adesso l’Italia deve fare i conti con percentuali di ragazzi inattivi, i ‘Neet’, cioè né a scuola, né al lavoro tra le più alte del mondo e con maggiori difficoltà nel completamento degli studi per gli studenti degli istituti tecnici rispetto a quelli dei licei, che generalmente provengono da ambiti socio-economici più avvantaggiati. I Neet in Italia nel 2019 erano il 29% tra i 20-24enni, in amento dal 25% del 2009. Quasi la metà (48%, 10 punti più della media Ocse) di coloro che si iscrivono a un corso tecnico-professionale non lo completa in tempo contro il 23% dei liceali.

Il ritorno sui banchi dei ragazzi italiani, intanto, rischia di essere complicato anche per la mancanza di un numero adeguato di insegnanti rispetto alle cattedre disponibili. Tra le cause del minore ‘appeal’ della carriera di docente in Italia rispetto ad altri sbocchi professionali, Semeraro individua “la scarsa progressione dello stipendio” negli anni. Un altro problema del Paese è “la saturazione della professione, considerando che quasi il 60% dei docenti è ultra-cinquantenne”, la più alta percentuale nell’Ocse e nei prossimi anni “quasi un terzo degli insegnanti andrà in pensione”.

L’auspicio è quindi che l’Italia “diventi più agile nel reclutamento degli insegnanti”. Un altro nodo è quello della percentuale di insegnanti che partecipa ad attività di sviluppo professionale, che è più bassa della media Ocse, con ricadute anche durante il lockdown. “In Italia siamo indietro come competenze informatiche degli insegnanti e questo è un ostacolo per la ripresa dopo il Covid. E’ una situazione correlata anche con l’età media degli insegnanti. Un corpo docente più giovane avrebbe permesso di attenuare l’impatto del lockdown più efficacemente”, rileva l’economista. Il Paese ha sbloccato fondi abbastanza velocemente per formare gli insegnanti sull’informatica, ma se questo fosse stato fatto prima, sarebbe arrivato più preparato all’onda d’urto della crisi.

Italia in coda per spesa in istruzione

L’Italia spende decisamente meno della media dei Paesi industrializzati per l’istruzione, in particolare per quella universitaria. E’ ben sotto la media per la quota di laureati, che del resto hanno meno vantaggi occupazionali e retributivi dei loro coetanei internazionali, mentre stenta a decollare l’istruzione tecnica superiore. Tra gli insegnanti, pagati meno dei loro colleghi esteri, i giovani sono una rarità, gli over-50 la regola e magari prossimi al pensionamento. Una situazione che potrebbe accrescere le difficoltà di reperimento di docenti, evidenti già ora. “Uno Sguardo all’Istruzione”, lo studio pubblicato dell’Ocse mentre gli studenti si avviano a tornare sui banchi, passa minuziosamente in rassegna i sistemi scolastici del mondo industrializzato.
E’ una fotografia scattata prima dello shock coronavirus, ma viene messa nel contesto della pandemia che ha provocato la chiusura delle scuole (18 settimane in Italia, 4 più della media) e lo stop alla didattica in presenza, inducendo molti Governi a varare misure di emergenza. L’Ocse cita anche le iniziative approvate dall’Italia negli ultimi mesi a sostegno della scuola. Intanto, i dati dello studio sono impietosi. Nel 2017, nella Penisola la spesa pubblica destinata all’istruzione dal ciclo primario a quello terziario (cioè universitario) ha rappresentato il 7% della spesa delle amministrazioni pubbliche, un valore decisamente inferiore alla media Ocse (11%), che relega l’Italia al penultimo posto tra i Paesi avanzati. Solo la Grecia spende meno. La spesa per l’istruzione risulta pari solo al 3,9% del Pil, inferiore di 1,1 punti percentuali rispetto alla media e anche in questo caso l’Italia è nel plotone di coda. Gli investimenti ammontano a 10.473 dollari per studente, contro gli 11.231 dollari della media Ocse.
La spesa in realtà è attorno alla media per la scuola primaria e secondaria (10.036 dollari per studente), mentre è distante dai livelli Ocse nell’istruzione terziaria, dove ammonta a 12.226 dollari per studente, cifra inferiore di ben 4.101 dollari alla media. A differenza di quanto avviene altrove, inoltre, la spesa totale per le scuole ed università pubbliche è superiore a quella delle private, 10.687 dollari per studente contro 7.943 dollari. Tra il 2012 e il 2017, la spesa destinata all’istruzione in Italia è cresciuta solo dello 0,2% l’anno contro il +1,3% medio Ocse. Sono aumentate e di molto, invece, le tasse universitarie: gli studenti italiani pagano 1.953 dollari l’anno per una laurea di primo livello, il 36% in più del 2007/08.
In Italia, inoltre, i costi di capitale (ad esempio per gli edifici) ammontano solo all’1% della spesa totale per l’istruzione, 6 punti percentuali sotto la media Ocse. Il 72% della spesa va per la remunerazione del personale rispetto al 74% Ocse, con la precisazione che nel caso delle università la remunerazione del personale rappresenta solo il 55% delle spese di esercizio (67% Ocse) rispetto al 76% degli altri livelli d’istruzione. E’ inoltre scarsa la progressione dei salari dei docenti. Mentre nella maggior parte dei Paesi Ocse la retribuzione aumenta con l’anzianità e le qualifiche, salendo nel corso della carriera anche del 70-80% rispetto ai livelli minimi, in Italia i salari massimi sono superiori ai minimi solo del 47%-56%.
Senza contare che i salari dei docenti di scuola primaria e superiore con 15 anni di esperienza sono diminuiti del 6% tra il 2005 e il 2019, contro aumenti medi tra il 5% e il 7% nell’Ocse. I salari medi reali dei docenti in Italia ammontano a 38.492 dollari nell’istruzione primaria (media Ocse 43.942 dollari), a 41.281 dollari nell’istruzione secondaria di primo grado (Ocse 46.225 dollari) e a 44.107 dollari nell’istruzione secondaria superiore (Ocse 49.778 dollari). Gli insegnanti guadagnano in genere meno degli altri lavoratori laureati un po’ dovunque, ma in Italia il divario è più accentuato, con un rapporto che varia dal 67% al 77% della retribuzione (cioè da un terzo a un quarto in meno) a seconda del livello di scuola contro l’80-94% medio Ocse.
D’altro canto è inferiore il numero annuale di ore di insegnamento richiesto a un docente nelle scuole pubbliche in Italia: 766 ore l’anno a livello primario (778 media Ocse), 626 ore nella scuola media (712 Ocse) e 626 ore anche alle superiori (680 Ocse). In Italia, solo l’1% degli insegnanti della scuola primaria ha meno di 30 anni contro il 12% della media Ocse e nella scuola secondaria i docenti under-30 sono il 2% contro il 10% Ocse. Nei fatti, gli insegnanti over-50 in Italia sono il 59% del totale, la percentuale più alta di tutta l’Ocse dove la media per questa fascia d’età è del 35%. In Italia resta basso, poi, il numero dei laureati, anche se è aumentato negli anni. Lo scorso anno, solo il 28% dei 25-34enni della Penisola era titolare di una laurea contro il 45% medio Ocse. Le donne alzano un po’ la percentuale: in Italia il 34% delle 25-34enni ha una qualifica terziaria rispetto al 22% dei coetanei, ma le medie Ocse sono ancora una volta molto più alte (51% per le donne più giovani e del 39% per gli uomini).
Resta poi scarso l’appeal degli Istituti Tecnici Superiori (a livello terziario), anche se offrono ottimi sbocchi lavorativi: se le attuali tendenze dovessero continuare, si prevede che in Italia solo l’1% degli under-25 inizierà un ciclo breve di questo tipo di istruzione contro la media Ocse del 10%. D’altro canto un maggiore livello di istruzione in Italia, anche se agevola l’accesso al mercato del lavoro, non offre gli stessi vantaggi occupazionali e di reddito di altri Paesi. In media nella Penisola il tasso di occupazione nel 2019 era del 53% per i 25-34enni senza istruzione secondaria superiore (contro il 61% Ocse), del 64% per i diplomati (78% Ocse) e del 68% per i laureati (85% Ocse). In termini di retribuzione, nel 2016, i 25-64enni laureati con un reddito da lavoro a tempo pieno in Italia guadagnavano il 37% in più rispetto ai colleghi muniti del solo diploma, ma nell’Ocse la differenza media è del 54%.