Licenziarsi per un figlio non è solo un “problema delle donne”

scritto da il 26 Giugno 2020

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Indignate, le donne trasecolano davanti al dato Istat uscito questa settimana sull’aumento del numero di dimissioni delle madri nel 2019: 37.000, che porta il totale a oltre 200.000 dimissioni dal 2011. Chi se l’aspettava?

Avremmo potuto aspettarcelo tutte, eppure anche le studentesse che incontro nelle università si stupiscono quando racconto che l’Italia continua a scendere nella classifica sulla parità del genere del World Economic Forum, avendo raggiunto nel 2019 una scandalosa 119 posizione per quanto riguarda partecipazione e opportunità economica delle donne (era 87esima nel 2006: sempre spaventoso, ma comunque 30 posizioni più su).

Le giovani donne non se lo aspettano. Confidano che la nostra generazione abbia completato l’abbattimento di muri e soffitti vari iniziato dalle nostre madri. Ci vedono libere e piene di diritti, qualche volta adesso ci vedono anche parlare ai convegni e guidare aziende. Non notano che nei giornali le firme delle prime pagine sono sempre al 90% maschili, che le poche donne che si vedono qui e là nelle foto delle notizie sono state pescate tra selve di cravatte, che il codice là fuori è ancora quello del secondo millennio, forse anche un po’ inasprito dalla minaccia delle quote rosa.

Sorprese quindi noi donne, giovani e meno giovani, nello scoprire che più del 10% delle donne che ha un figlio in Italia lo “paga” col proprio posto di lavoro: 22.200 su 204.000. E questo numero si innesta su una realtà in cui metà delle donne vuole lavorare e solo la metà di queste riesce a farlo: quindi lavora appena una donna su quattro.

Importano i motivi addotti al momento della firma all’Ispettorato del Lavoro? In fondo, le chiamano “dimissioni volontarie”, quindi suonano come una scelta. Una scelta che, per il 53% delle dichiarazioni, è legata all’ “impossibilità di conciliare lavoro e cura del bambino”. Nello specifico, “Assenza di parenti a supporto” nel 27% dei casi: una ragione che non dovrebbe essere nemmeno presente nella fotografia di un Paese che rappresenta l’ottava potenza economica mondiale, in cui le donne votano da 75 anni. Il fatto che sia la più citata indica che la “presenza” dei parenti a supporto è il modo più comune per fare fronte a questi bisogni in Italia, alla faccia dell’autonomia dei nuclei familiari.

Poi c’è il non detto. La paura prima, quando si tratta di scegliere se averlo, un figlio. Paura della fatica psicologica di doverlo “dire al mio capo”. Paura di quel che succederà dopo: le abbiamo viste tutti, le colleghe marginalizzate perché non potevano più “dare tutto al loro lavoro”. Le abbiamo viste correre, cercando di ottimizzare le riunioni, anticipare gli appuntamenti, esserci per i figli e per i clienti, tornare al lavoro dopo il parto “come se niente fosse accaduto”, sperando che anche per la loro azienda fosse così. Che quella novità potesse restare invisibile, se non poteva essere accolta con gioia.

Provate a dirlo voi, a una donna di 30 anni, che è libera di scegliere se avere un figlio. Che anzi deve sbrigarsi, perché la curva della fertilità scende velocemente. Che il suo Paese ha bisogno dei figli, che sono il futuro. E intanto non è cambiato niente, da un numero di anni che non ha neanche più senso contare. Anche il World Economic Forum continua a spostare in avanti la fatidica data in cui “la parità sarà raggiunta”. Adesso ragiona in secoli.

E’ un problema complesso. Non basta un bonus per risolverlo. Dovrebbero mettersi insieme tutti i ministeri, nessuno escluso, per investire in un piano i cui risultati si comincerebbero a vedere tra cinque anni. Chi, in politica, ha questo orizzonte temporale? Chi ha questa volontà?

Perché è vero che lo stigma alla fine emerge nei posti di lavoro, ma è la cultura a nutrirlo e farlo prosperare. Se le persone pensano di potersi permettere di licenziare le madri, se le donne devono vivere la maternità come una minaccia, la responsabilità non è delle aziende: è del Paese.

E’ degli uomini, qui intesi come genere umano ma anche come decisori. Li avete sentiti commentare, voi? Della politica possiamo dire molte cose, ma non che non sia scaltra nell’interpretare l’umore del popolo. E il popolo ha altre priorità. Mentre le madri sono troppo occupate a sopravvivere e a prendersi cura degli altri per fare politica per sé. Che in questo Paese, nel 2020, si debba aver paura di partorire perché si viene lasciate sole e si perde la propria indipendenza economica è una ferita profonda che resterà nella nostra storia, e non è un “problema delle donne”.

Ultimi commenti (8)
  • Giovanni |

    @Masimo dice:
    “Che problema ci dovrebbe essere nella cosiddetta “inversione dei ruoli”? Già il parlare di “inversione” presuppone l’esistenza di un preconcetto che nel 2020 dovrebbe essere, ahimè, già abbondantemente superato. Il problema è culturale e, purtroppo, di noi uomini.”

    Il problema, per il resto del mondo,e te lo illustra dati alla mano Luisa Rosti, Alleyoop, 12 Agosto 2019 è “Il vantaggio economico [SIC] di avere una moglie”
    “[…]Prof, ma quel grafico ci dice che basta che un quarantenne single decida di sposarsi per vedere il suo reddito raddoppiare?
    No, ci dice che se un quarantenne single non raddoppia il suo reddito ha poche probabilità di sposarsi …[…]” (e aggiungerei anche di rimanere sposato).

    Non ho ragione di dubitare del tuo resoconto Masimo, apprezzo la tua scelta e ti auguro una vita di coppia e famigliare felice e serena, ma cerchiamo almeno di non fare gli ipocriti: la tua è una scelta coraggiosa e anche rara, e lo sai, non solo in Italia. Ma soprattutto, e lo sai, ciò che la rende tale non è qualcosa che dipenda solo da “noi uomini”.
    Te sarai pure l’eccezione, ma la regola in Italia e nel mondo è che una donna difficilmente si lega ad un uomo che non la convinca di essere in grado di mantenerla (che spesso si traduce nel fatto che le donne difficilmente si uniscono ad un uomo appartenente ad uno strato sociale inferiore a quello della famiglia di origine), specie se ha in mente di fare un figlio. E sia chiaro che per il sottoscritto nessuno ha il diritto di sindacare su come le donne selezionano gli uomini, però evitiamo l’ipocrisia di far finta che quei criteri non esistano e non abbiano statisicamente rilevanza o non siano parte integrante di quel complesso di norme culturali che chiamiamo genericamente “ruoli di genere”, o siano da imputare agli uomini escludendo una libera scelta delle donne.
    E sia chiaro anche che bollare come bene o male un costume ereditato dalle generazioni precedenti non ha molto senso. Per esempio, hai notato i commenti femminili, qui, che quei ruoli li rivendicano?
    I ruoli di genere non sono dettati da nessun Dio o Dea, ed è azzardato quanto ozioso pretendere che quelli che conosciamo oggi siano dettati dalla Natura ossia non modificabili. Però i ruoli di genere ci sono e non sono stati inventati dagli uomini per sottomettere le donne come starnazza continuamente qualcuno, ma sono il risultato di come singoli uomini e donne hanno reagito all’eredità culturale nella quale sono cresciuti, come hai fatto tu e la tua compagna, e vi auguro ogni bene sinceramente, ma se per te i ruoli di genere sono cultura e quindi modificabili (e sono dell’avviso che lo siano, in una misura che non si conosce se non provando a cambiarli e che è pura ideologia prestabilire a priori), allora prima di imputare ad un solo sesso una cultura, chiediti cosa rende un uomo più responsabilie di sua madre di quella cultura.

    Su una cosa concordo in pieno con te, però: sono gli uomini oggi a dover fare delle scelte di rottura rispetto alla cultura tradizionale sui ruoli di genere nella famiglia, dato che nonostante il chiagniefutti mediatico a senso unico, in concreto sono gli uomini ad avere meno scelta in questo sistema.
    Ci sono casi più frequenti del tuo, Massimo. Può capitare che un tizio, sotto l’aut aut della compagna più o meno esplicito “o mi metti gravida o trovo un altro che lo faccia”, invece di scegliere saggiamente la seconda (come si dovrebbe fare in ogni relazione appena appare anche l’ombra del ricatto affettivo) si è prestato a fare da banca del seme. E avresti dovuto vedere quanto era orgoglione di quel figlio! Ma del resto che poteva fare una volta prestatosi alla fecondazione? E’ la donna che partorisce e quindi per legge solo lei (e ci mancherebbe) può decidere se abortire, o partorire in anonimato abbandonando il bambino. Un uomo non può sottrarsi per legge al dovere di mantenimento del figlio che gli viene attribuito al concepimento, fino almeno alla maggiore età dello stesso, e sebbene i figli li si faccia in due, mentre dire a una donna “potevi tenere le gambe chiuse” è sessismo, il “potevi tenertelo nei pantaloni” fa scattare la standing ovation.
    Dopo maternità e allattamento, il tizio pregò in ginocchio la moglie di non lasciare il posto in una azienda solida, grande di un settore relativamente sicuro, data la sua formazione universitaria e possibilità concreta di far carriera. I figli crescono, pensava, ma tu non è che smetti di vivere, di aver progetti, ambizioni etc.. e non perché fosse uno “moderno”, ma perché conosceva il carattere di lei, sempre stata ambiziosa, sempre voluto superare quel o quella collega, sempre riuscita poi a farlo … Al tempo lui stava cercando di cambiare lavoro, aveva ottima esperienza e competenze della progettazione di impianti industriali, ma dove si trovava non gli piaceva molto, perché non c’era possibilità di crescita professionale e di carriera (può un un uomo non ambizioso piacere a una donna ambiziosa?): “Piuttosto prendiamo una baby sitter, diamole metà stipendio a testa, ma non fare c zzate, tieni il posto, rientra, e fatti valere, nessuno tiene testa a una come te”

    “Che!?Devo lasciar crescere mio figlio a una estranea?”.

    Ovviamente il m nchione si è sentito in dovere di impegnarsi di più nel lavoro, cercare per quanto è possibile a migliorare la sua posizione dove stava, perché non ha avuto il coraggio di lasciare quel posto in quella situazione: il pane a casa lo portava lui, era il suo dovere provvedere ai bisogni materiali della famiglia, da sempre la società insegna che questo è il dovere di chi “mette incinta una donna”.
    “[…]Prof, ma quel grafico ci dice che basta che un quarantenne single decida di sposarsi per vedere il suo reddito raddoppiare?
    No, ci dice che se un quarantenne single non raddoppia il suo reddito ha poche probabilità di sposarsi …[…]” e aggiungerei, di nuovo, anche di rimanerci sposato.
    A circa 6 anni d’età del figlio, La moglie sente che quello non è più l’uomo che faceva per lei.
    Meglio separasi in casi del genere, indipendentemente dal perché o dal per come. Anzi, meglio non sapere, il perché e il per come.
    Ma indovina oggi chi si becca, mantenimento, casa, affido esclusivo del figlio, e a separazione conclusa, puf, la strana comparsa una nuova dolce metà in quella casa di cui continua a pagare le rate del mutuo?

    “Che problema ci dovrebbe essere nella cosiddetta “inversione dei ruoli”?” Credo che i giudici che emettono sentenze di separazione vedano come un problema anche la sola redistribuzione di quei ruoli, dato che la logica predominante di quelle sentenze è esattamente che lui provvede ai bisogni materiali della (ex)famiglia, e i figli sono di chi li partorisce.
    Le donne votano e possono farsi votare da circa 70 anni, e non mi pare siano assenti in magistratura.

    “Che problema ci dovrebbe essere nella cosiddetta “inversione dei ruoli”? Già il parlare di “inversione” presuppone l’esistenza di un preconcetto che nel 2020 dovrebbe essere, ahimè, già abbondantemente superato. Il problema è culturale e, purtroppo, di noi uomini.”

  • alessandro beretta |

    Nessuno dice agli italiani che siamo i primi al mondo su tecnologia avanzate, nessuno dice alle italiane che abbiamo realizzato la scoperta del MILLENNIO, la prima batteria quantistica al mondo, NON SI SA MAI CHE QUESTE NUOVE TECNOLOGIE ci ( a noi maschietti) portino via il lavoro…

  • alessandro beretta |

    L’ Italia deve garantire la libertà piena alle donne sul lavoro / famiglia / figli. L’ unico modo è superare gli ottusi che rallentano lo sviluppo dell’Italia. l’Italia è leader mondiali in ambito tecnologico, ma nessuno lo dice agli italiani, così tutti si tengono il posto di lavoro che anno.

  • Maria Teresa |

    Buongiorno, sinceramente pensavo sono un webinar o comunque live. Potrei raccontare la mia storia per dire che gli ostacoli sono tanti e di sicuro non i figli, certo è difficile conciliare ma non impossibile. È tutto il sistema che mette in difficolta. Grazie per l’attenzione
    MTeresa

  • Massimo |

    Io ho lasciato il mio posto di lavoro da dipendente a tempo indeterminato, come mia moglie ha firmato un contratto al termine della specialità di medicina. Mi ritaglio qualcosa con la P.IVA e mi occupo del nostro piccolo di 1 anno e mezzo (contando anche sull’aiuto dei nonni). Che problema ci dovrebbe essere nella cosiddetta “inversione dei ruoli”? Già il parlare di “inversione” presuppone l’esistenza di un preconcetto che nel 2020 dovrebbe essere, ahimè, già abbondantemente superato. Il problema è culturale e, purtroppo, di noi uomini.

  • Roberta |

    Verissimo in italia manca quasi totalmente la tutela alla maternità e non si può pensare di risolvere con bonus di vuole una riforma che preveda flessibilità reale del lavoro almeno fino ai 10 anni del bambino e con congedi parentali non al 30% ma almeno al 50 % con congedo obbligatorio fino al compimento del primo anno

  • Daniela Pascoli |

    Le peggiori datrici di lavoro per le donne sono le donne!!

  • Rossella |

    Bell’articolo!
    Da donna madre (di due uomini,ora) e lavoratrice Ambiziosa: è stata dura,Ma facilmente gestibile e gratificante!!Nel ’68 non esistefano le agevolazioni attuali,ma ne é valsa la pena!
    Ogni volta che mi sono trovata ,sella strada ,da scegliere ho scelto il benessere dei figli con ogni stratagemma!
    Mai pentita! I FIGLI E LA FAMIGLIA LI HO CONSIDERATI IL MIO PROGETTO ,COSTRUENDOCI INTORNO LA “NOSTRA AZIENDA” ! TUTTORA NE SIAMO TUTTI GRATIFICATI E SODDISFATTI!