
Il titolo di studio terziario cambia il rapporto tra occupazione e maternità: se non si tiene conto del titolo di studio, la presenza dei figli riduce il tasso di occupazione delle madri rispetto a quello delle donne senza figli, ma tra le laureate è vero il contrario, la presenza di figli aumenta il tasso di occupazione delle madri rispetto a quello delle donne senza figli.
Questo dato non significa che la maternità abbia effetto causale sulla probabilità di lavorare; suggerisce invece che la decisione di avere figli dipenda da una selezione positiva: le donne più forti nel mercato del lavoro diventano madri più spesso e hanno un maggior incentivo a restare occupate.
Osserviamo in primo luogo i dati aggregati.
La genitorialità ha effetti opposti sul tasso di occupazione di uomini e donne
La presenza dei figli allarga il divario di genere nei tassi di occupazione delle persone in età 25-54 anni sia in Europa sia in Italia (Figura 1). Per le persone senza figli la differenza tra uomini e donne è di 4 punti percentuali (a vantaggio degli uomini) in Europa, e di 13 punti in Italia; per le persone con figli la differenza si dilata fino a 16 punti percentuali in Europa e raggiunge i 29 punti in Italia[1].
Il confronto tra persone senza figli e persone con figli per la componente femminile mostra che la presenza dei figli riduce di 4 punti il tasso di occupazione delle madri rispetto a quello delle donne senza figli sia in Italia sia in Europa (rispettivamente da 67% a 63% in Italia e da 80% a 76% in Europa). Per la componente maschile, invece, i figli fanno aumentare il tasso di occupazione dei padri rispetto a quello degli uomini senza figli di 12 punti in Italia (da 80% a 92%) e di 8 punti in Europa (da 84% a 92%).
Il confronto con l’Europa evidenzia che il basso livello del tasso di occupazione del nostro Paese rispetto alla media non sembra legato alla genitorialità, dato che il divario riferito alle persone senza figli è maggiore di quello delle persone con figli. Il tasso di occupazione dei padri italiani è infatti sostanzialmente lo stesso della media europea (92%), mentre il distacco si allarga a 4 punti per gli uomini senza figli; il tasso di occupazione femminile invece è molto al di sotto della media europea, ma questo vale in egual misura sia per le madri sia per le donne senza figli (13 punti sotto la media in entrambi i casi).
Tassi di occupazione per sesso delle persone in età 25-54 anni con figli e senza figli in Italia e in media europea al 2025

La maternità ha effetti diversi in Paesi diversi
Il confronto tra i Paesi europei mostra che la paternità ha un effetto positivo sui tassi di occupazione maschili in qualsiasi Paese[2], mentre la maternità ha effetti diversi in Paesi diversi. Per la componente femminile, infatti, non è sempre vero che i figli abbassino il tasso di occupazione delle madri: in 8 Paesi su 27 le donne con figli hanno un tasso di occupazione maggiore (e non minore) di quelle senza figli (Figura 2), ma l’Italia non è tra questi.
Paesi europei nei quali le donne con figli hanno tassi di occupazione maggiori di quelle senza figli (punti % di differenza) – 2025

Osserviamo adesso come cambiano i tassi di occupazione per le persone laureate.
La laurea dimezza le differenze di genere nei tassi di occupazione
La presenza dei figli allarga il divario di genere nei tassi di occupazione anche tra i laureati, ma la differenza (sempre a vantaggio degli uomini) è molto minore di quella riferita all’insieme dei titoli di studio: per i laureati senza figli la differenza tra uomini e donne è di un solo punto percentuale in Europa e di 2 punti in Italia; per i laureati con figli la differenza di genere è invece di 9 punti percentuali in Europa e di 12 punti in Italia, la metà rispetto all’insieme dei titoli di studio (Figura 3).
Tassi di occupazione per sesso e delle persone con laurea in età 25-54 anni con figli e senza figli in Italia e in media europea al 2025

Confrontiamo adesso le differenze nei tassi di occupazione tra laureati con figli e senza figli nei Paesi europei.
Le laureate con figli hanno un tasso di occupazione maggiore di quelle senza figli in Italia e in altri 11 Paesi europei
Per quanto riguarda la componente maschile i dati mostrano che la presenza dei figli alza il tasso di occupazione dei padri laureati rispetto a quello dei laureati senza figli in tutti i 27 Paesi europei. L’Italia, in particolare, si posiziona nettamente sopra la media nella graduatoria dei tassi di occupazione dei padri laureati (97%), facendo così registrare il divario più alto tra i laureati con figli e quelli senza figli (14 punti percentuali).
Per la componente femminile, invece, i figli abbassano il tasso di occupazione delle madri solo in 15 Paesi; nei restanti 12 Paesi, tra cui l’Italia, le laureate con figli hanno un tasso di occupazione maggiore di quelle senza figli (Figura 4).
Paesi in cui le laureate con figli hanno un tasso di occupazione maggiore di quelle senza figli (punti % di differenza). 2025

Perché la maternità ha effetti così diversi in Paesi diversi? Perché la laurea riduce sempre la distanza tra i tassi di occupazione maschili e femminili, e in alcuni Paesi può rovesciare il rapporto tra occupazione e maternità?
La struttura produttiva del territorio conta molto, ma anche gli stereotipi fanno la loro parte.
Dove il lavoro c’è, anche le madri lavorano
La struttura produttiva del territorio è rilevante: dove il lavoro c’è, anche le madri lavorano. In Italia l’occupazione femminile è in fondo alla graduatoria europea (Figura 5).
Tassi di occupazione delle madri nei Paesi europei – 2025

Si noti però che la scarsa occupazione femminile accomuna sia le donne con figli sia quelle senza figli; in Italia infatti il tasso di occupazione delle madri è di soli 4 punti più basso di quello delle donne senza figli, ma è di ben 26 punti più basso di quello delle madri della Slovenia, e di 22 punti più basso di quello delle madri svedesi.
Si noti inoltre che il tasso di occupazione femminile (25-54 anni) spazia tra le 242 regioni europee da valori sotto il 50% come in Sicilia (41%), Campania (42%) e Calabria (44%) a valori sopra il 90% come in Budapest (90%), Sostinės regionas (91%) e Warszawski stołeczny (91%). La regione italiana meglio classificata è la Provincia Autonoma di Trento (82%), che si posiziona comunque solo al 141esimo posto.
Gli stereotipi hanno un ruolo nella spiegazione delle differenze di genere
Ma vi è anche un secondo aspetto da considerare, oltre alla struttura produttiva del territorio. Numerose ricerche[3] dimostrano infatti che nei Paesi con norme di genere più tradizionali la penalità legata alla maternità è significativamente più ampia.
Ad esempio, Moriconi e Rodríguez-Planas (2024) evidenziano la rilevanza delle norme di genere nello spiegare il divario occupazionale legato alla maternità in 186 regioni europee e trovano che la diffusione delle convinzioni sul ruolo primario delle madri nella cura dei figli riduce sostanzialmente la probabilità di partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Forse gli stereotipi di genere hanno un ruolo anche nel nostro Paese, se ancora oggi un italiano su 4 ritiene che gli uomini dovrebbero avere più diritto al lavoro rispetto alle donne quando i posti di lavoro scarseggiano, contro il 3% degli svedesi e il 2% dei danesi (Figura 6), e più della metà degli italiani concorda con l’affermazione che un bambino soffre se la madre lavora, contro il 10% degli uomini e l’8% delle donne in Danimarca (Figura 7).
Percentuale di persone che concordano con l’affermazione che gli uomini dovrebbero avere più diritto al lavoro rispetto alle donne quando i posti di lavoro scarseggiano.

Percentuale di donne e uomini che concordano con l’affermazione che un bambino soffre se la madre lavora.
OECD 2025 Annex Table 5.A.1
Anche il fatto che la laurea rovesci il rapporto tra occupazione e maternità avvalora l’ipotesi sul ruolo svolto dalle norme sociali, perché numerose ricerche hanno evidenziato le conseguenze dell’istruzione sulle opinioni relative al ruolo che le donne dovrebbero svolgere nella società. Ad esempio, Noelia Rivera-Garrido (Economics of Education Review 2022) dimostra che il titolo di studio ha un forte effetto causale sugli stereotipi relativi ai ruoli di genere. In particolare, l’istruzione riduce di oltre 11 punti percentuali la probabilità di concordare con l’affermazione «gli uomini dovrebbero avere più diritto al lavoro rispetto alle donne».
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[1] Sono inclusi nel totale: le persone sole, le persone in coppia, e le persone residenti in un nucleo familiare di altro tipo (come ad es. una donna adulta che vive con la sorella).
[2] Anche in questo caso non si tratta di un effetto causale ma deriva dalla selezione che si produce quando gli occupati con figli hanno caratteristiche diverse da quelli senza figli, e gli individui che diventano padri sono in prevalenza gli stessi che avevano un lavoro più stabile anche prima della paternità.
[3] ad esempio Kleven et al., AEA Papers and Proceedings 2019