Sennait Ghebreab: «Io, figlia di immigrati, insegno l’inclusione, anche nella moda»

Per parlare di inclusione dovremmo prima conoscere la diversità, comprenderla fino in fondo, togliendo le nostre lenti e inforcando quelle altrui. «Sono nata nel 1983 e in quegli anni di bimbi immigrati nelle classi milanesi ce n’erano ben pochi» inizia così Sennait Ghebreab, programme leader fashion business dell’Istituto Marangoni di Londra e  Board Director Italian Chamber of Commerce in the UK, quando le chiedo di raccontarmi la diversità dal suo punto di vista. Lei, italiana figlia di immigrati eritrei e da oltre 10 anni expat a Londra, è impegnata per portare l’inclusione anche in un settore tipicamente escludente ed elitario come la moda.

La diversità (mancata) nella moda

Nonostante dall’estate del 2020, sull’onda del movimento Black Lives Matter, le aziende fashion di tutto il mondo si siano impegnate a mettere al centro la diversità e l’inclusione, i progressi reali non sono stati molti. Secondo l’ultimo report “Diversity & Inclusion in fashion” redatto dal British Fashion Council e The MBS Group, la responsabilità della D&I è ancora affidata soprattutto alla funzione HR, anziché essere integrata tra le priorità strategiche dei ceo. E come molte altre questioni, fino a quando non sarà nelle mani dei massimi decisori, difficilmente il cambiamento sarà reale ed efficace, nonostante sia quanto mai urgente.

Analizzando in dettaglio alcuni dei dati del report, si apprende infatti che: solo il 15% dei primi 20 gruppi di moda sono guidati da un’amministratrice delegata, appena il 10% delle posizioni nei cda sono ricoperti da persone appartenenti a minoranze etniche e solo l’11% delle aziende ha un senior leader con disabilità. Quest’ultima, in particolare, unita ad altre diversità come la mobilità sociale e l’età, sono ancora poco attenzionate dalle strategie di D&I. «Si parla sempre di gender gap e su questo fronte si stanno facendo progressi, ma è molto più difficile creare impatto quando parliamo, ad esempio, di diversità nei background» – rileva Ghebreab.

Il contesto che include

E qui, tornano i ricordi del passato: «A scuola c’era una bambina coreana, a sua volta diversa dagli altri e anche da me, nei tratti del viso e nei capelli liscissimi, che nulla avevano a che vedere con i miei. Eppure, il contesto che avevamo intorno, non era escludente». E per contesto intende le famiglie da cui sua mamma Olga lavorava come collaboratrice domestica e che dal primo giorno l’hanno accolta, portandola con loro in vacanza e introducendola a un mondo, quello sì, con regole, linguaggi e opportunità profondamente diverse dalle sue.

Ma del contesto facevano parte anche le amiche (italiane) della mamma che si occupavano di lei quando sua madre era a lavoro. «Mi venivano a prendere a scuola e le maestre restavano perplesse quando vedevano che le chiamavo “zie” o “nonne” se erano più anziane. Per me, non era questione di pelle o di lingua o di cultura: erano la mia famiglia, perché io lo ero per loro» ricorda Ghebreab.

L’inclusione in aula

Arrivata a Londra, con il sogno di lavorare nel mondo della moda, la diversità è stata una costante, il multiculturalismo la quotidianità. «Oggi, nelle mie classi, parlo con studenti e studentesse che arrivano da ogni parte del mondo: America, Australia, Cina, Giappone. Spesso sono loro a insegnare a me i fondamentali dell’inclusione: lavorando in team sui progetti da presentare in aula, imparano a riconoscere e valorizzare le capacità di ognuno, senza discriminare, piuttosto rendendo ogni debolezza personale una nuova occasione di apprendimento».

Una buona base, considerando che molti dei giovani che usciranno da quelle classi rappresenteranno i nuovi talenti del settore. Anche se, come denunciato, l’industria, è ancora prevalentemente bianca, maschile e normodotata. Per questo, come ricorda l’attivista Sinéad Burke (celebre il suo Ted Talk con oltre 1 milione e mezzo di visualizzazioni) “dobbiamo passare dalla consapevolezza all’azione”.

Il next step per includere, davvero

«La consapevolezza è capire che non tutti siamo uguali, agire significa fare il passo successivo per valorizzare questa diversità con l’inclusione. Come un mosaico: le tessere rappresentano la diversity, ma l’opera nasce quando le singole parti si uniscono» commenta Ghebreab, ricordando che al tema è stata dedicata anche la Conferenza Annuale della Camera di Commercio italiana per il Regno Unito, organizzata con il patrocinio dell’Ambasciata Italiana. Una scelta non scontata che dimostra quanto l’argomento sia centrale, a livello culturale ed economico.  Perché, come ha sottolineato Alessandro Umberto Belluzzo Barrister, presidente della Camera di Commercio italiana a Londra: «In una società multiculturale, il vero successo è saper esser inclusivi».

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