Ius Scholae, una legge per cambiare il futuro di 800mila studenti stranieri

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Lo Ius Scholae è il primo passo per cambiare il futuro di 877mila ragazzi e ragazze, bambini e bambine che frequentano le scuole italiane e non dovranno essere costretti a fare le mie stesse rinunce. Giovani che con questa legge potranno diventare cittadini italiani, senza quella burocrazia che tiene in scacco le opportunità di crescita, di studio e di lavoro”. A parlare è Deepika Salhan, 23enne, arrivata in Italia dall’India all’età di 9 anni. Deepika ha frequentato le superiori a Verona, la triennale a Forlì, è iscritta alla magistrale in Politica, Amministrazione e Organizzazione all’Università di Bologna e fa parte della Rete per la riforma della cittadinanza: insieme a quasi un milione di giovani aspetta la legge sullo Ius Scholae. Una proposta di legge che difende un principio molto semplice: acquista la cittadinanza italiana il minore nato in Italia da genitori stranieri o arrivato entro i 12 anni di età, che risieda legalmente nel nostro Paese e abbia frequentato la scuola per almeno 5 anni. Due articoli che modificano la legge del 5 febbraio 1992, Trent’anni anni fa.

Troppe le rinunce, fin dalle superiori: da una gita con i compagni all’estero all’Erasmus in Svezia saltato per complicanze col visto. Avendo intrapreso il percorso di scienze internazionali diplomatiche, volevo frequentare un tirocinio presso le ambasciate, ma il primo requisito è la cittadinanza italiana. Come la cittadinanza è il primo requisito per i concorsi pubblici”, racconta la studentessa, che non ha ancora la cittadinanza, pur avendo fatto domanda a settembre 2019. “Ho impiegato un anno per preparare la documentazione, ora la mia domanda è ferma nella fase 1, ciò significa che ci vorranno ancora 2 o 3 anni prima che io risulti cittadina italiana. Però il mio futuro si costruisce adesso, cogliendo le opportunità di studio e di lavoro”, racconta Deepika, che vorrebbe votare e indossare la maglia azzurra.

La riforma della cittadinanza, arrivata in aula alla Camera il 29 giugno, è un tema più volte sollevato nella politica negli ultimi dieci anni. Nella legislatura 2008-2013 il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva auspicato l’introduzione del principio dello ius soli, la cittadinanza per nascita. Nel 2013 il tema fu riproposto dalla ministra dell’Integrazione, Cécile Kyenge e nel settembre 2015 arrivò il primo sì della Camera alla riforma – con il riconoscimento della cittadinanza per nascita ai nati in Italia da genitori stranieri, di cui almeno uno in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo di 5 anni -, poi mai ratificata dal Senato. Ora la maggioranza è divisa: sulle barricate Lega e Fratelli d’Italia, spaccata Forza Italia, unito il centrosinistra. Negli stessi giorni è arrivato un passo avanti dal comune di Bologna, che ha inserito nello statuto il principio dello Ius soli e la cittadinanza onoraria per minori stranieri. “Un voto storico”, il commento del sindaco Matteo Lepore.

Save the Children ha lanciato un appello affinché si giunga all’approvazione della legge entro questa legislatura. Per questi bambini e bambine non avere la cittadinanza italiana significa “dover vivere gli anni decisivi della crescita condividendo con i compagni di scuola tutti gli interessi, le passioni e l’attaccamento alla propria comunità locale senza essere considerati italiani a tutti gli effetti, a causa di una legge ormai superata nei fatti”, scrive l’organizzazione.

Secondo i dati relativi all’anno scolastico 2019/2020, frequentano le scuole italiane più di 877mila alunni con cittadinanza non italiana, quasi 20mila in più rispetto all’anno scolastico precedente, pari al 10,3% del totale iscritti. La maggioranza degli studenti con origine migratoria si concentra nelle regioni settentrionali (65,3%), seguono Centro (22,2%) e Mezzogiorno (12,5%). La Lombardia è la prima regione per numero di alunni stranieri, con oltre 224mila presenze (25,6% delle presenze totali in Italia).

In Italia serve il coraggio di stare dalla parte giusta della storia, dando un riconoscimento effettivo a chi ama questo paese e ci vuole rimanere”, conclude Deepika Salhan.

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