Occupazione femminile: serve un piano straordinario

scritto da il 12 Maggio 2020

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Photo by Joel Muniz on Unsplash

Siamo entrati nella Fase 2 dell’emergenza Coronavirus. Quella della risalita, della ricostruzione. Sbagliare ora significherebbe ipotecare il futuro dell’Italia. E’ arrivato il momento per il Paese di giocare le sue carte migliori, di fare scelte puntuali, mettendo in campo coraggio, lungimiranza e competenza. Dal Dopoguerra ad oggi non avevamo mai avuto un’iniezione così ingente di risorse nel sistema economico ed è probabile che per molto tempo non ne avremo più, almeno di tale portata.

Ora stiamo riscrivendo modelli, paradigmi e sistemi, e ricostruiremo assetti sociali, culturali e relazionali. Per questo, se da un lato vanno pianificati e realizzati investimenti nei settori traino e strategici per l’economia, va anche rimosso in maniera radicale tutto ciò che ostacola o frena uno sviluppo veloce, giusto e sostenibile. In questo quadro vanno pensate politiche e misure per il superamento del gender gap in tutti i settori e in particolare sul fronte dell’occupazione femminile. Siamo ad un bivio: senza le competenze, i saperi, la visione e l’elaborazione delle donne e senza rispondere alle esigenze di più di metà della popolazione italiana non si potranno cogliere le opportunità nascoste in una crisi profonda come l’attuale.

Bisogna superare le zavorre che frenano il nostro sistema economico e sociale: le disuguaglianze. Prima tra tutte quella tra donne e uomini. Senza questo passaggio, anche gli investimenti pubblici e quelli che verranno dall’Unione europea, in tutti i settori, non potranno ottenere i risultati sperati e accelerare la ripresa e il rilancio del Paese. L’Italia non può lasciare indietro più della metà della popolazione senza pagare un prezzo e le donne non possono continuare a reggere da sole il peso del welfare.

Sappiamo che nel corso delle sospensioni e del lockdown hanno continuato a prestare la propria opera 6 milioni 440 mila donne su 9 milioni 872 mila lavoratrici, pari ai 2/3 del totale, perché impegnate, in presenza o in smart working, in settori quali il Servizio sanitario nazionale, la Pubblica amministrazione, l’istruzione, i servizi bancari e assicurativi, l’assistenza ai non autosufficienti. Su queste lavoratrici e sulle donne in generale ha gravato, nel periodo dalla chiusura delle scuole di ogni ordine e grado e dei nidi, anche il lavoro domestico e di cura dei figli minori, compreso il sostegno all’istruzione online.

Le donne sono dunque state in prima linea nel corso dell’emergenza, ma ora che le attività stanno riprendendo in tutti i settori e che sul riavvio dei servizi all’infanzia e dei centri estivi, come sulla ripresa regolare delle lezioni a settembre gravano numerosi interrogativi, sono proprio le donne a rischiare di perdere il posto di lavoro. Un report specifico degli Studi dei Consulenti del Lavoro stima che saranno 3 milioni le lavoratrici con figli minori di 15 anni in forte difficoltà di fronte alla necessità di riprendere a lavorare senza supporti alla famiglia. Tra queste, circa 1 milione 426 mila lavoratrici dovrà necessariamente tornare in sede per svolgere le proprie mansioni e 710 mila percepiscono uno stipendio netto inferiore ai mille euro. Non solo, nel corso della quarantena le donne hanno dovuto convivere con i propri persecutori: sono aumentate le violenze e diminuite le richieste di aiuto, cresciute soltanto dopo un intervento specifico della maggioranza e del governo che ha ampliato alla rete le modalità per le richieste e i fondi destinati alle operatrici dei centri antiviolenza e delle case rifugio.

Conosciamo da tempo il fragile punto di partenza relativo alla situazione dell’occupazione femminile in Italia, confermato da Linda Laura Sabatini dell’Istat in una recente audizione alla Camera. In Italia lavora solo il 49,5% delle donne e prima del Covid19 la componente femminile aveva appena recuperato i livelli di occupazione precedenti alla crisi del 2008. L’occupazione delle donne è da sempre segnata dal massiccio ricorso, anche involontario, al part time, che riguarda il 32,8 per cento delle lavoratrici contro l’8,7 per cento degli uomini, con un’incidenza maggiore tra le più giovani e una proporzionalità inversa rispetto al titolo di studio, la quota della sovraistruzione è più alta per le ragazze rispetto ai coetanei maschi, la partecipazione femminile al mercato del lavoro risente dei carichi famigliari che gli uomini sono restii a condividere, le nonne costituiscono ancora il principale paracadute per le mamme lavoratrici, l’11,1% delle donne con figli non ha mai lavorato contro il 3,7% della media Europea, il tasso di denatalità che è indice di arretratezza è anch’esso correlato al fatto che le donne non lavorano, esiste un gender gap anche nelle retribuzioni. Di contro, qualche anno fa la Banca d’Italia ha stimato che se il tasso di occupazione femminile fosse aumentato dall’allora 46% al 60%, il Pil sarebbe cresciuto del 7%. Mentre la legge Golfo-Mosca, che ha portato nei Cda delle aziende il 36,6% dei consiglieri donna, conferma che per cambiare rapidamente lo status quo è necessario intervenire.

Dopo aver vinto la battaglia sulla presenza delle donne nelle task force del governo, che molto presto verranno integrate con personalità e competenze femminili e un punto di vista femminista, noi crediamo che sia venuto il momento di puntare sul lavoro delle donne come decisivo fattore di crescita per l’Italia. Ora è il tempo di agire, perché le donne rischiano un ritorno all’indietro di 50 anni. La capacità di ripresa dell’Italia sarà legata a un ripensamento dei modelli di sviluppo e consumo. Il futuro ci è arrivato in casa con violenza, facendo emergere tutti i limiti degli attuali modelli produttivi e stili di vita.

E’ evidente che bisognerà investire sul servizio sanitario e sul welfare, ma anche sul superamento del digital divide e sulle tecnologie, sulla green economy, sulla qualità della vita nella città, sulla mobilità sostenibile. Le cifre che stiamo investendo e che investiremo, anche grazie all’Ue, sul sistema produttivo, sulle infrastrutture anche tecnologiche, sui servizi, sulla scuola, sulle famiglie, sui cittadini non avranno eguali nella storia più recente del nostro Paese. Per farlo in modo efficiente, la priorità deve essere puntare ad una società più equa, inclusiva, sostenibile, in cui la persona sia al centro e donne e uomini abbiano finalmente pari opportunità e pari diritti. Il punto di partenza non può che essere il lavoro, che rende le donne più autonome e libere dal potere e dalla violenza maschile.

Il nostro governo e la nostra maggioranza, su cui è piombata la più grave crisi dal dopoguerra, hanno già fatto grandi sforzi, ma su questo fronte bisogna andare avanti. Oggi il Senato discuterà una mozione firmata dalle senatrici della maggioranza che impegnerà il governo a mettere in campo alcuni ulteriori interventi e politiche più strutturali in questa direzione. Noi pensiamo che sia necessario, da subito e poi nel tempo, stabilire una direzione chiara di marcia. Serve un Piano straordinario per l’occupazione femminile per:

1) Sostenere e incentivare il lavoro delle donne, evitare che perdano il posto in questa fase di transizione, rendere compatibili i diversi tempi della vita, garantire il valore sociale della maternità, impedire che le donne siano costrette a scegliere tra famiglia e lavoro e agevolare le carriere femminili. Bisognerà prevedere il riordino e il potenziamento degli incentivi, anche selettivi, per sostenere l’ingresso o il rientro delle donne nel mondo del lavoro. Andranno definite misure a favore dei nuclei con persone con disabilità, incrementato il Fondo per le politiche della famiglia per il potenziamento dei centri estivi diurni per i bambini e i ragazzi fino a 14 anni, aumentato il bonus baby-sitting con la possibilità che possa essere utilizzato anche per l’iscrizione ai servizi integrativi per l’infanzia e ai servizi socio educativi territoriali, prevedere detrazioni fiscali per le spese sostenute dalle famiglie più bisognose.

2) Intervenire sulla normativa sullo smart working, favorendone l’utilizzo regolato per garantire che il lavoro a distanza avvenga con modi e forme equilibrate e giuste, soprattutto rispetto al diritto di disconnessione e in modo che siano le lavoratrici a scegliere l’organizzazione dei tempi del lavoro, prevedendo anche per loro il bonus baby sitting. Il lavoro dovrà essere sempre più organizzato per obiettivi e meno legato all’orario, come consiglia anche la Commissione europea,
evitando dunque di discriminare chi concilia la famiglia con l’occupazione e chi sceglie il part time.

3) Prevedere un prolungamento dei congedi parentali ulteriore rispetto a quanto previsto dal “Cura Italia”, con particolare riferimento ai genitori con figli minori di 12 anni e a prescindere dalla sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole. I congedi parentali dovranno essere in prospettiva condivisi il più possibile fin dalla nascita del bambino/a.

4) Promuovere la figura del caregiver universale senza distinzione tra uomini e donne, attraverso il riconoscimento del suo valore sociale ed economico, prevedendo sia una retribuzione del lavoro domestico nelle sue diverse forme (part-time, condiviso) che un sistema di agevolazione fiscale per consentire la totale deduzione delle spese sostenute per il lavoro di cura.

5) Contrastare le dimissioni in bianco, con misure ancora più stringenti rispetto a quelle previste, istituendo anche un apposito numero telefonico dedicato.

6) Prevedere misure di emersione dal lavoro nero e sommerso di colf e badanti, consentendo ai datori di lavoro di mettersi in regola, in un tempo definito, con il pagamento dei contributi.

7) Predisporre un Piano nazionale dei tempi e degli orari che favorisca la compatibilità tra orario di lavoro ed esigenze derivanti dalla forte riduzione dei servizi.

Ci rendiamo conto che alcuni di questi obiettivi sono immediatamente raggiungibili a partire dal cosiddetto “Decreto Maggio”, mentre altri richiederanno sforzi e cambiamento di prospettiva. Anche per questo confidiamo molto nell’ingresso di più donne nelle task force. E per questo servirà fin da subito un Osservatorio permanente consultivo sull’impatto di genere della regolamentazione, con la raccolta di specifiche statistiche dedicate, per valutare in modo preventivo il diverso impatto su donne e uomini di ogni intervento e politica. L’aiuto dell’Europa e la finalizzazione degli investimenti sarà fondamentale. Dovremo continuare a perseguire a livello europeo, in aggiunta alle specifiche misure del momento necessarie ad arginare gli effetti della pandemia, ogni politica e misura finalizzata a promuovere la parità tra donne e uomini, per colmare il divario in materia di occupazione, retribuzioni, pensioni e processo decisionale, eradicare la violenza di genere e aiutare le vittime e promuovere la parità di genere e dei diritti delle donne nel mondo. Il momento è ora.

*Le due autrici sono senatrici del Pd, firmatarie della mozione che si discute oggi

Ultimi commenti (1)
  • Ornella Scarpa |

    Poter detrarre per intero i costi di assunzioni di colf e badanti, non solo i contributi.
    Attenzione alle donne che non vengano relegate al lavoro domestico con la lusinga di una remunerazione.