Dal lavoro alla famiglia, un pacchetto di proposte per un Italia più competitiva

scritto da il 15 Febbraio 2020

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La partecipazione delle donne alla vita del nostro Paese incontra ancora troppi ostacoli, a cominciare dal tasso di occupazione femminile inferiore allo standard europeo, particolarmente nel Mezzogiorno: in Italia lavora una donna su due, nel Mezzogiorno una su tre. Anche il salario delle donne è quasi sempre inferiore a quello degli uomini, anche quando si tratta di alti dirigenti: nel settore privato in cui il gap salariale è intorno al 20% e aumenta via via che il ruolo ricoperto cresce d’importanza. Molti incarichi di vertice sono quasi esclusivamente appannaggio maschile mentre sulle donne grava tuttora il peso del lavoro di cura, anche perché il welfare è insufficiente.

E’ la ragione per la quale propongo da tempo una sorta di sconto sull’età pensionabile per le donne per ogni figlio a carico. Si tratta di una misura di equità sociale: la cura della famiglia grava prevalentemente sulle donne e questo impegno porta molte ad avere carriere e contributi pensionistici discontinui. E’ ora che questa disparità venga riconosciuta e quindi, se una donna ha avuto due figli, potrà andare in pensione due anni prima rispetto all’età minima prevista per legge.

Perché le donne possano dispiegare il loro talento e la loro forza deve cambiare la cultura, si devono contrastare stereotipi e pregiudizi, e deve finire la violenza che colpisce nell’arco della sua vita un’italiana su tre, una forma drammatica di discriminazione e un freno all’empowerment, alla libertà nella vita privata e in quella pubblica. Il Codice Rosso ha già rinforzato il quadro normativo italiano ma ancora troppe donne muoiono perché i divieti di allontanamento e di avvicinamento non vengono rispettati. Per questo vogliamo correggere una mancanza, introducendo l’arresto in flagranza per chi viola l’obbligo di allontanamento dalla casa familiare o il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Credo che oggi più che mai sia indispensabile dare voce alle donne per affermare i diritti consacrati dalla nostra Costituzione e dalle leggi, liberando la loro forza e permettendo alla nostra collettività di trarre vantaggio dal vasto giacimento di energie, valore e competenze che può consentirci di crescere, innovare e aumentare il benessere di tutti.

Abbiamo studiato e presentato una serie di provvedimenti che riguardano la formazione e l’occupazione, perché lo squilibrio dei percorsi professionali genera gap di carriera e di reddito. L’accesso delle studentesse alle cosiddette lauree Stem è ancora limitato, eppure si tratta di un indirizzo di studi che garantirebbe molte opportunità di lavoro, di reddito e di crescita. Una formazione specifica nelle discipline Stem consentirebbe a circa 1,2 milioni di donne in più di trovare lavoro entro il 2050 in Europa, e il Pil potrebbe crescere di 820 miliardi di euro. Proponiamo dunque che siano esentate dal pagamento della retta universitaria delle lauree tecnico-scientifiche le studentesse più meritevoli e, per le imprese, un credito d’imposta per 3 anni per ogni assunzione femminile a tempo indeterminato aggiuntiva a quelle dell’esercizio precedente, pari all’importo Irpef vigente su quel contratto d’assunzione.

Proponiamo inoltre di rendere obbligatoria per le aziende private la pubblicazione dei dati relativi alla parità retributiva ed alla percentuale di donne occupate. Le aziende dovranno quindi pubblicare i dati relativi alle retribuzioni, a bonus e incentivi, riconosciuti a uomini e donne che ricoprono lo stesso ruolo e svolgono la stessa mansione. Allo stesso tempo le aziende saranno tenute a diffondere i dati relativi alle nuove assunzioni.

In questo quadro penso che sia indispensabile una misura di conciliazione tra maternità e lavoro, in un Paese dove 1 una donna su 2 non rientra al lavoro dopo la nascita del primo figlio. Ci vuole un sostegno sia ai nuclei meno abbienti sia al ceto medio lavoratore, che teme di impoverirsi per la nascita di un figlio, e un aiuto per le madri sole, quasi 900 mila, di cui il 42 per cento a rischio di povertà e esclusione sociale (al Sud la percentuale sale al 58 per cento) . Abbiamo proposto quindi un’unica prestazione per le lavoratrici, madri di bambini fino ai 3 anni di età, capace di coprire la spesa media mensile per l’asilo nido o l’assistenza domestica. Cancellando tutti i piccoli bonus oggi in vigore si potrebbe versare un contributo a tutte le lavoratrici dipendenti con Isee inferiore a 50.000 euro, mamme di bambini sotto i 3 anni. L’assegno potrà arrivare ad un massimo di 600 euro, andando a coprire la retta dell’asilo o il costo della baby-sitter. Con le risorse oggi a disposizione abolendo i vari bonus, la prestazione potrebbe essere di 12 mesi e rivolgersi a circa 700 mila madri lavoratrici. Investendo un altro miliardo di euro la prestazione potrebbe essere estesa a 18 mesi.

Ultimi commenti (1)
  • Emanuele Calistri |

    l’unico sbaglìo delle donne in Italia ??? dare sempre la colpa agli uomini , non e’ cosi , buona serata ,imporre alle aziende di asdumere donne e’ sbagliato perche’ per natura avete il ciclo mestruale , fate i bambini e àllattate , chi vi distutuisce in azienda in certi casi ??? intridurre un aiuto economico o una petsona part time pet sistituirvi puo esserci d’aiuto , ma ladciate devidere all’azienda quale per loro e’ piu vantaggìosa , buoba gìornata e buon lavoro ,