La Repubblica dei freelance, ecco cosa chiedono al mercato del lavoro

scritto da il 13 Marzo 2019

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“L’Italia è una Repubblica fondata sullo stage”

Sull’ironia di questa frase di Beppe Severgnini nasceva nel 2009 il blog “La Repubblica degli stagisti”. Il suo scopo era di raccogliere testimonianze, consigli e pratiche attorno alle tematiche dello stage, che era diventato in quegli anni quasi il solo modo per accedere al mondo del lavoro dopo l’università. Molti datori di lavoro lo utilizzarono poi come un mezzuccio per avere a disposizione manovalanza a basso costo (spesso gratis), magari anche incentivi economici, mentre l’esperienza offerta, che doveva essere formativa per gli stagisti, di formativo aveva ben poco.

Il punto più alto dell’apprendimento si toccava con l’uscita dal mondo dei sogni, che in quegli anni era ancora costituito dall’idea del lavoro come posto fisso, stabilità, punto d’arrivo. Eravamo già immersi completamente nella complessità del mercato del lavoro flessibile, ma ci si doveva ancora costruire un’idea consapevole di cosa stesse succedendo.

Pochi anni dopo, nel 2012, il fondatore di Linkedin Reid Hoffmann, profetizzò che nel futuro del lavoro tutte le persone avrebbero dovuto imparare a gestire se stesse e il proprio percorso professionale come un’impresa, meglio ancora, come una startup. Il libro in cui lo affermava, infatti, si intitolava “The startup of you”.

Di sicuro la lezione è stata raccolta dalla generazione dei 30-40enni. Terminato il periodo dello stage e attraversato qualche anno di precariato o di contratti-caramella,  quei contratti che servono a garantire la stabilità più al datore di lavoro che al lavoratore, la risposta, per molti, è sembrata essere nel lavoro autonomo. Nella libera professione. Nella qualifica di freelance. E siccome le parole sono importanti, forse la parolina free usata nel denominare il proprio lavoro poteva dare un senso di libertà che infondeva coraggio e ottimismo. Tra il precariato dipendente e il precariato libero, molti hanno cominciato a optare per questa seconda via.

Il rapporto Eurostat nel 2017 registra in Italia il secondo tasso più alto di self-employed (lavoratori autonomi) in Europa: il 21% degli occupati (al primo posto la Grecia con il 29%), per un totale di sei punti percentuali sopra una media Ue del 14 per cento. Il rapporto parla genericamente di “self employed – persons without employees”, cioè di persone che svolgono un lavoro autonomo senza avere avviato un’attività di impresa. Ma non è un mistero che molto spesso dietro a questa categoria si nascondano dei veri e propri rapporti di lavoro subordinato, in cui il datore di lavoro si configura come cliente unico, con il massimo rischio di impresa per il freelance, che deve peraltro sottostare a orari d’ufficio senza diritto a nessuna forma di tutela del lavoro dipendente. È il caso molto spesso di architetti, oppure insegnanti in scuole private.

Il focus Istat sul lavoro indipendente del 2017 delinea profili professionali e livelli di autonomia molto differenti. Si possono distinguere tre grandi raggruppamenti: autonomi con dipendenti, autonomi “puri” senza dipendenti e lavoratori parzialmente autonomi, ossia i freelance con mono-committenza. Tra i lavoratori parzialmente autonomi sono più numerose le donne (50,2% a fronte del 24,9% tra i datori di lavoro e del 29,2% tra gli autonomi puri) così come la fascia di età 15-34 anni (35,5%). Non sorprende sapere che un lavoratore parzialmente autonomo su due vorrebbe diventare un dipendente. Tutti gli altri, pare si dichiarino in generale soddisfatti dello status. Una volta appresa la lezione dell’instabilità, ci si è ingegnati per volgerla a proprio favore, e forse è così che gli stagisti si sono trasformati in freelance.

Se è vero che sopravvive chi si adatta meglio, quella del self-employed è sicuramente una risposta adeguata a un mercato del lavoro che ha chiesto flessibilità e autonomia ai limiti della legalità (tant’è vero che le leggi stesse si sono conformate alle trasformazioni).

C’è una cosa però che non si può chiedere a questi lavoratori coraggiosi e ostinati: che dimentichino i diritti acquisiti. Questi lavoratori sanno da dove vengono, se non altro per ogni volta che i loro genitori ancora ripetono quanto sia importante il posto fisso. Per cui sanno anche cosa hanno perso. E quanto sia pesante il regime fiscale che devono sostenere, soprattutto nel momento in cui il ritorno non è commisurato: Valentina Simeoni, autrice del libro “Mamme con la Partita Iva”, racconta con ironia e rassegnazione il percorso che ha dovuto compiere per ottenere un (esiguo) sostegno alla maternità, incontrando a un certo punto casualmente un’agevolazione di cui non era al corrente nemmeno il suo commercialista.

Burocrazie labirintiche che sembrano sottostare più all’umore dei funzionari che a una vera e propria struttura, ma non solo: interrogando questi lavoratori si fa presto a raccogliere istanze e urgenze che una politica del lavoro lungimirante dovrebbe prendere in considerazione. Conoscere, incontrare, sostenere questa fascia molto spesso debole, potrebbe essere un ottimo propulsore per quel motore sociale che va sempre più a rilento. Si fa presto a scoprire che le loro richieste sono molto ragionevoli, come per esempio un sistema tariffario che impedisca di chiedere lavori o parte di lavori gratuiti. Oppure, chiedendolo agli stessi freelance:

Controlli: nessuno deve lavorare senza mandato (che definisca termini di collaborazione e compensi); una lista pubblica dei clienti insolventi; ho anche avuto modo di constatare che le associazioni di categoria autoproclamate non funzionano.”
Sara, 38 anni

Un’adeguata tassazione, commisurata ai reali guadagni: il pagamento di tasse ed imposte al momento è come per i dipendenti senza le tutele e le garanzie degli stessi. Più il tempo speso per le lungaggini per accedere in minima parte alle tutele.”
Anna, 41 anni

Trovo che ci sia poco reale aiuto. Tante spese, per dei guadagni in fin dei conti non così alti.”
Valentina, 30 anni

Ho avuto problemi di salute importanti e mi sono sentita sola e senza tutele.”
Valentina, 43 anni

Un maggior riconoscimento pubblico del lavoro di quelle che io definisco Partite IVA di serie B – ben sotto la soglia dei 30.000 (a volte pure quella dei 10.000): spesso un esercito di donne, madri, che scelgono la libera professione per riuscire a crescere figli in mezzo agli ostacoli più ardui, saltando notti di sonno, rinunciando a tutto, lottando per poche migliaia di euro a fronte di professionalità spesso altissime e che avrebbero diritto, quantomeno, e soprattutto nel paese della retorica della vita e degli inviti a fare figli, ad una maggiore visibilità.”
Claudia, 35 anni

Sogno un’Italia che sostenga maggiormente le donne freelance, ancora più penalizzate nella conciliazione tempi di vita e di lavoro.”
Deborah, 36 anni

La possibilità di versare i contributi in un fondo diverso da quello della gestione separata Inps.”
Natalia, 34 anni

Una sorta di associazione di categoria che faccia gli interessi di tutti i freelance per ottenere tutto quanto sopra.”
Sergio, 43 anni

Ultimi commenti (1)
  • Fabio Buonocore |

    Scegliere di lavorare come freelance è una scelta rispettabile sulla carta ma che si traduce con false assunzioni come descritto nell’articolo. Ci si priva di tutto, tempo, denaro, benefit, assicurazioni… Dignità. Quando si lavora come freelance effettivo quindi con pochi clienti i tempi previsti dalla legge per i pagamenti non sono mai (mai) rispettati toccando soglie che partono dai 4 mesi all’anno/anni e non c’è nessuna tutela. Secondo me le strade potrebbero essere: per le false assunzioni un intervento massiccio dello stato che in qualche modo penalizzi economicamente chi usa questa pseudo formula di “accordo professionale” e obblighi nello stesso tempo all’assunzione del professionista. Nel caso dei pagamenti “latitanti” basta introdurre un accordo di legge che permetta al professionista di applicare degli interessi alla cifra in fattura (es. Passati i 30 giorni + 2%, dopo 45 +5%, dopo 60 giorni + 10%e così via).

    Fabio, 37 anni