Mamme con la partita iva. Chi sono e come se la cavano?

scritto da il 07 Ottobre 2018

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“Ho sempre invidiato un pochino chi lavora in un posto che sa di caffè del dopo pranzo preso insieme ai colleghi mentre si chiacchiera di cosa fare nel fine settimana: ero, e sono, abituata a lavorare da sola; e il caffè bevuto da soli resta amaro anche se ci si affoga dentro un’intera piantagione di canna da zucchero.”

Accompagno il mio bimbo all’asilo, lo lascio con il labbrino tremulo in braccio all’educatrice che mi saluta dicendomi “buon lavoro”! Grazie, anche a te. Poi torno a casa. No, non si è sbagliata a dirmi buon lavoro. È che io a casa ci lavoro. Rientro nel mio appartamento concentrandomi per non vedere le briciole della colazione per terra, i panni stesi, asciutti da ieri sera, vado in cucina a preparare un caffè e non guardo il biberon da lavare sul lavandino, niente che mi distragga dalla modalità lavorativa. Mi siedo, accendo il mio laptop e comincia la mia giornata professionale. Che, con qualche pausa ben programmata, finirà al momento di andare a prendere il bambino all’asilo, e ricomincerà per qualche ora dopo averlo messo a letto alla sera. Tutto bene, benissimo.

L’autonomia ha molti lati positivi. E alcuni negativi. Come questo, che Valentina Simeoni spiega benissimo nel suo libro Mamme con la partita iva: “La solitudine della libera professione è semplicemente l’altro volto della libertà e dell’indipendenza. […] è una condizione così frequente, anzi quotidiana e cronica, che quasi si tende a dimenticarla, non fosse altro che per puro spirito di sopravvivenza”. Ecco, già soltanto leggerlo con queste parole mi ha fatto sentire meno sola. E credo sia uno dei pregi di questo libro, riuscire ad abbracciare – e non uso questa parola a caso – così tante categorie di lavoratrici autonome, in un racconto unitario che rende tutte le loro storie simili, anche se profondamente diverse. C’è chi ha scelto il lavoro autonomo perché consono al proprio modo di concepire il lavoro, c’è che ci si è trovata costretta dalle contingenze, e in mezzo parecchie sfumature, testimoniate tutte in prima persona da donne che hanno prestato le loro storie all’autrice. Valentina Simeoni è un’antropologa che osserva la realtà e la racconta, a partire dal proprio vissuto personale. Si è trovata un po’ per caso ad aprire una partita iva “in attesa del vero lavoro”, scrive, per poi invischiarsi in un percorso in cui l’amore per la professione si scontra tutti i giorni con dubbi, contraddizioni e burocratiche sabbie mobili che fiaccano ogni entusiasmo. Persino quello per l’arrivo di un figlio. Ecco infatti come racconta il periodo della gravidanza l’autrice stessa:

“Dovevo soffocare, compresso sotto i piedi e un po’ nascosto alla coscienza, il pensiero di cosa sarebbe stato della “me lavoratrice” che da anni cercavo di costruire, modellare, consolidare e che, nella mia personale percezione, non era ancora abbastanza forte da stare a galla da sola sopravvivendo a lunghi periodi di inattività, committenze rifiutate e dunque invisibilità sul mercato delle professioni nel quale, mio malgrado, mi ero dovuta inserire.”

Il libro non è un manuale, ma nelle pieghe dei racconti si nascondono consigli pratici di cui far tesoro: dalle tempistiche per inoltrare la domanda di maternità alle clausoline per i conguagli di cui non sono a conoscenza neanche i commercialisti talvolta, dalla gestione delle gravidanze a rischio ai ritardi delle procedure online, prontamente sbloccate agli sportelli nel giro di poche ore -dopo mesi di attesa. Il tutto raccontato da una professionista che ha scelto un modello di maternage ad alto contatto, ovvero che fa dell’ascolto del neonato una priorità rispetto alla pedagogia militaresca basata sul “pianga pure, deve imparare” (a non stare in braccio, a non chiedere il seno, a non volere la mamma). Quindi non mancano le riflessioni sull’adeguatezza del periodo di congedo e sul fatto che l’indennità percepita in quei mesi costringe la stragrande maggioranza delle lavoratrici autonome a riprendere a lavorare molto prima del termine del congedo. A due mesi dal parto, talvolta a dieci giorni. Per non dire di chi si è portata il computer in ospedale perché quel cliente non poteva proprio permettersi di perderlo.

La libera professione è complicata e impegnativa per tutti, tanto più per quelle categorie di lavoratori che non hanno un ordine professionale di riferimento o una previdenza dedicata. E la situazione si complica ulteriormente quando entra in scena una maternità: le indennità rischiano di essere così esigue da rasentare il ridicolo (termine usato da una delle testimoni), né ci si può permettere di stare fuori dai giochi per troppo tempo chiudendo, come si dice in gergo, i canali della committenza. Dall’altra parte, però, può succedere che le priorità si rimescolino, con l’arrivo di un figlio, e che pur continuando ad amare il proprio lavoro, accettare certi compromessi diventi più doloroso. Valentina Simeoni racconta questi passaggi con lucidità e misura, con qualche excursus nell’aneddotica antropologica e parecchia ironia, l’unica salvezza per affrontare certi malanni altrimenti intollerabili. E non mancano consigli utili per la quotidianità organizzativa del lavoro in casa, né racconti in cui rispecchiarsi per sentirsi meno strane. A cominciare dalla copertina: parte di queste parole sono state scritte nella medesima posa dell’immagine ivi riportata.


Valentina Simeoni
Mamme con la partita IVA. Come vivere allegramente la maternità quando tutto è contro
Sonzogno Editore, 2018
Prezzo: 16€

Ultimi commenti (2)
  • Letizia Giangualano |

    Cara Elena, sono io che ringrazio te per questa testimonianza. Per il tempo che hai dedicato a raccontare di te. Le tue parole sono preziose. E per inciso: sulla faccenda “rimanere indietro” io quoto totalmente ciò che avrebbe risposto tua madre… Buon lavoro!

  • Elena Della Schiava |

    Ho letto ogni parola dell’articolo.
    Risponderò in modo semplice e senza tanti fronzoli o giri di parole o frasi fatte.
    Sono un Mamma felice che lavora come Restauratrice presso se stessa.
    Rispondo da sotto le coperte alle 9.54 perché il bambino è all’asilo. Mi sono presa un momento per me. E non è una brutta cosa, e non sono egoista.
    A. È nato il 31 luglio 2017 nel giorno del compleanno del mio babbo S., dopo un anno di prove e dopo esattamente un anno e un mese e mezzo che la mia dolce Mamma Z. se n’è andata in cielo.
    Col mio lavoro mi aveva detto che mi avrebbe aiutato Lei a fare entrambe le cose contemporaneamente, la Mamma e la Restauratrice con ditta, e invece il destino ha fatto girare la ruota e sono rimasta sola. Sola senza di Lei. Fortunetamente A. È nato il giorno del Nonno S. E si sono amati subito e Fortunetamente il cielo mi ha regalato un marito spettacolare e due sorelle fantastiche.
    Comunque sia sono tornata a lavoro a fine ottobre. È stata dura. Durissima.
    Di testa. Di nervi.
    In alcuni giornate andavo via alle 10 della mattina e tornavo alle 17. Stanca ma cmq operativa fin da subito come Mamma.
    Ho letto l’articolo. Ci si sente sole. È vero.
    E io mi sono sentita ancor più sola perché la mia Mamma non c’era fisicamente. Ogni respiro mi è mancata.
    Il mio lavoro è anche un lavoro di responsabilità e fisico quindi testa e fisico si stancavano.
    Ora spero di non aver perso il filo del discorso. Con la maternità succede anche questo. Cervello spezzato in due e distratto. A casa sono felice ma penso al lavoro. Al lavoro sono felice ma penso a casa.
    Da lavoratrice autonoma ho percepito un’indennità di maternità per tre mesi … gli altri due li devo ancora riscuotere. Pochi. Pochi. Rispetto ai sacrifici fatti gli anni prima.
    Ti scontri mentalmente con la visione di molte Mamme dipendenti che stanno a casa 1 anno e mezzo e cmq che un po’ guadagnano. Ti scontri da sola osservandole lamentarsi che non gli va bene nemmeno così.
    A me dicono in molti che sono fortunata perché non ho orari e posso fare quello che voglio quando voglio. Grasse risate.
    Non lo so. È tutto semplice e tutto complicato.
    Io poi sono una tipa ansiosa quindi vi lascio immaginare. Una tipa ansiosa e mi manca la mia Mamma. Mi manca che non abbia visto A. Dal vero perché poi so che in pancia e nei suoi sogni Lei sta con Lui.
    Avere un figlio è una scelta. Io l’ho fatta convinta all’80 per cento. L’altro 20 di incertezza perché mi sarei sentita sola si manifesta coi nervi. Si io a vole sono una Mamma isterica ahhahaha e ripetitiva. Dico sempre le stesse cose.
    Fortunetamente ho avuto un grosso incarico che mi ha permesso di avere A. E tanta buona volontà. Ho letto molti libri per colmare l’Assenza e per essere una brava Mamma.
    Dico sempre che A. È la mia terza laurea. Quello che sarà del futuro non lo so perché a giugno il grosso incarico termina.
    Anche io quando sono stanca che torno dal lavoro faccio finta di non vedere la polvere o il sudicio in terra. Per dedicarmi ad A.
    Le mie cose della ditta sono rimaste indietro… è ovvio mi avrebbe detto la Mamma… invece molti mi hanno detto che volere è potere … che ce la devo fare lo stesso … che con una ditta non mi posso permettere di rimanere indietro.
    Non lo so. Io un po’ mi sono fermata ma giornalmente faccio piccoli passi in avanti.
    Ho studiato 13 anni per ottenere quello che ho ora.
    Vi saprò dire.
    Intanto A. Cresce e cresco anche io come Mamma e come #mammarestauratrice. Mi piace chiamarmi così.
    Ho un pagina fb dove descrivo la mia passione. Si chiama Elena Della Schiava – Restauro.
    E nulla … questo è quanto.
    Per inciso aspetto sempre gli 80€ al mese del bonus bebè. Però il bonus Mamma di 800 € del 2017 mi ha fatto respirare. Per correttezza però mi hanno tassato la maternità percepita come fosse una fattura fatta. Bho… io delle leggi ci capisco poco.
    Tutto si evolve. Cercherò di stare al passo. Senza la mia Mamma è molto difficile ma ce la metterò tutta.

    Grazie dell’articolo mi sono sentiva compresa.

    Elena Della Schiava da Firenze