Salute e longevità: il peso crescente delle disuguaglianze

L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo. Ma vivere più a lungo non basta, dovremmo vivere meglio. Il problema è che la longevità non è soltanto un dato biologico: è il risultato delle condizioni sociali, economiche e ambientali che affrontiamo lungo tutto l’arco della vita. In altre parole: a determinare come invecchieremo è il peso delle disuguaglianze che abbiamo accumulato nel tempo. 

La questione demografica

L’aspettativa di vita in Italia ha raggiunto gli 83,9 anni, con un guadagno di circa 18 anni dal dopoguerra a oggi (superiore alla media europea di 81,5). Gli over 65, in particolare, rappresentano un quarto della popolazione, mentre il rapporto tra pensionati e popolazione attiva ha raggiunto il 39%, con una proiezione al 44% nel 2030 e al 57% nel 2040 (Istat, 2025).

Questa trasformazione è il risultato di una crisi demografica che dura da anni. Se fino agli anni Sessanta la popolazione cresceva grazie a un saldo naturale positivo tra nascite e decessi, dal 2014 la tendenza si è invertita: l’Italia ha perso circa 1,5 milioni di abitanti e il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna, il valore più basso mai registrato.

Negli ultimi 16 anni si contano, infatti, circa 200 mila nascite in meno. Secondo le previsioni Istat, le “culle vuote” porteranno la popolazione in età lavorativa a passare da oltre 37 milioni a meno di 30 milioni nel 2050 mentre aumenterà la pressione sulla spesa sanitaria, soprattutto per le fasce anziane.

L’impatto degli stili di vita

Invecchiare bene è fondamentale, ma l’aumento dell’aspettativa di vita non coincide automaticamente con un miglioramento della salute. Eppure, secondo gli studi della Harvard Medical School, fino all’80% delle malattie croniche è prevenibile intervenendo su stili di vita, ambiente e politiche pubbliche. È su questo presupposto che si fonda la lifestyle medicine, che individua nei comportamenti quotidiani — alimentazione, attività fisica, sonno, gestione dello stress e qualità delle relazioni — i principali determinanti della salute nel lungo periodo.

Le cattive abitudini alimentari, infatti, causano oltre 11 milioni di morti all’anno, mentre i fattori ambientali sono responsabili di circa 13 milioni di morti premature (Fonte: OMS). L’inquinamento, da solo, riduce l’aspettativa di vita media globale di oltre due anni. L’impatto non è solo sanitario: le malattie croniche legate a stili di vita e ambiente potrebbero generare costi globali superiori a 47 trilioni di dollari entro il 2030 (Fonte: WEF).

Disuguaglianze: la longevità come nuova linea di demarcazione sociale

La salute che avremo in età avanzata non la costruiamo da anziani, ma molto prima. Per questo, la longevità è una questione sistemica. «Molte leve della longevità, come alimentazione, movimento, relazioni, sono a basso costo. Il problema è che non sempre esistono le condizioni per renderle accessibili a tutti» – osserva Sharon Cittone, Ceo del Milan Longevity Summit che da forum scientifico, con la sua terza edizione, diventa un movimento globale basato sull’approccio One Health, prospettiva integrata che unisce la salute delle persone, l’equilibrio del pianeta e il progresso della società.

Prendiamo il sistema alimentare: una dieta sana può prevenire malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e mortalità prematura, ma viviamo in un mondo in cui 1 persona su 9 soffre la fame, mentre 1 su 3 è in sovrappeso o obesa. Come evidenziano anche le analisi dell’Ocse, le disuguaglianze di salute non sono casuali, ma riflettono differenze di reddito, istruzione, accesso ai servizi e qualità dell’ambiente. E si traducono, dopo i 65 anni, in differenze significative di salute, reddito e accesso ai servizi. In altre parole: la longevità amplifica ciò che accade lungo tutto l’arco della vita, diventando una linea di demarcazione sociale.

Il tema è particolarmente rilevante per le donne, che vivono più a lungo ma spesso con più anni di malattia e minore sicurezza economica. Le carriere discontinue, il lavoro di cura non retribuito e pensioni mediamente più basse — fino al 43% in meno rispetto agli uomini (Rendiconto Inps) — contribuiscono a una longevità più lunga, ma anche più fragile.

«Stiamo rendendo la longevità un privilegio» – aggiunge Cittone. Per questo il summit, che si terrà a Milano a maggio e a cui parteciperanno Premi Nobel e protagonisti/e del mondo della ricerca e dell’economia internazionale, vedrà il coinvolgimento diretto della cittadinanza con iniziative in città, grazie alle Case della Longevità, installazioni immersive e progetti pensati per avvicinare le persone ai temi della salute e del benessere. «Non possiamo più parlare di longevità come un tema individuale o esclusivamente medico perché tutto è interconnesso: dalle relazioni sociali all’urbanistica – rinnova Sharon Cittone -. Dobbiamo guardare alla vita in tutte le sue dimensioni e nella sua complessità, con la consapevolezza che ogni scelta ha un impatto: dalle politiche pubbliche alle decisioni individuali. Senza una visione sistemica rischiamo di allungare la vita senza migliorarla davvero».

Equità intergenerazionale

In una società longeva, la sostenibilità non riguarda solo la spesa pubblica, ma anche l’equilibrio tra generazioni. La Commissione Europea ha infatti lanciato la prima strategia sull’equità intergenerazionale per distribuire in modo più equo opportunità e responsabilità nelle politiche di lungo periodo. La strategia europea definisce un nuovo “contratto intergenerazionale” per orientare le politiche pubbliche, tra cui un indice per misurare le disuguaglianze tra generazioni e iniziative per coinvolgere direttamente territori e cittadini.

Le evidenze dimostrano, infatti, che gli squilibri tra generazioni non dipendono solo dall’età anagrafica, ma dall’intersezione di fattori come istruzione, salute e stabilità lavorativa. In molti contesti, gli anziani beneficiano di maggiore stabilità economica, mentre i giovani affrontano livelli più elevati di precarietà. Garantire longevità sostenibile significa evitare che le scelte di oggi producano nuove disuguaglianze per le generazioni future.

La demografia positiva

L’approccio che emerge è, quindi, quello della cosiddetta demografia positiva: non leggere l’invecchiamento come un problema, ma come una trasformazione che richiede nuove politiche, nuovi modelli economici e nuove forme di innovazione. Anche perché il contributo degli over alla vita quotidiana è sempre più importante: già oggi, più della metà dei senior supporta le famiglie nella cura dei nipoti e il 42% contribuisce economicamente al sostentamento dei familiari più giovani (Istat e Silver CNA).

«L’invecchiamento della popolazione è un trend strutturale che richiede visione strategica e senso di urgenza» – riflette Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy del Politecnico di Milano. «Occorre superare una visione assistenzialista: le generazioni più mature non sono solo fasce deboli da tutelare, ma anche motore produttivo, patrimonio culturale ed economico. I ‘senior’ oggi non solo rappresentano la fascia che detiene gran parte della ricchezza del Paese, ma sono una risorsa per la tenuta delle reti sociali, sono portatori di capacità etiche, di innovazione, di saper fare necessarie per affrontare le nuove sfide sociali ed economiche. In questo senso, la transizione demografica impone nuove chiavi di lettura».

Innovazione e tecnologie: nuove leve per l’autonomia

In questo contesto, anche l’innovazione tecnologica rappresenta una leva sempre più rilevante per sostenere autonomia e benessere nelle età avanzate. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 19% degli italiani over 55 utilizza già programmi di prevenzione personalizzata, mentre cresce l’adozione di strumenti digitali per la gestione della salute, della sicurezza domestica e delle risorse economiche.

La diffusione della domotica e delle soluzioni fintech può contribuire a rafforzare indipendenza e sicurezza in un orizzonte di vita sempre più lungo. Un elemento rilevante, considerando che circa il 60% del patrimonio nazionale è detenuto dalla popolazione over 55 (Banca d’Italia), mentre i giovani faticano ad accumulare risorse e ad accedere a un’abitazione di proprietà.

«Trascurare la crescente apertura verso il digitale rischia di rafforzare stereotipi e forme di digital ageism» – osserva Deborah De Cesare, direttrice dell’Osservatorio Longevity & Silver Economy. «La sfida è progettare tecnologie inclusive, capaci di valorizzare l’eterogeneità delle persone senior».

La vita attiva diventa così, la chiave della nuova demografia, intesa sia come maggiore permanenza al lavoro che come più attiva partecipazione sociale, culturale e relazionale. Ma il primo passo per garantire una vita migliore domani è ridurre le disuguaglianze, oggi.

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