Musica: la «boutique discografica» di Giulia Giampietro

Ipercompetenti e sottopagate. Talentuose e non adeguatamente riconosciute. Versatili e marginalizzate. Ogni spazio acquisito dalle donne nella musica, e nel mercato discografico, ha un prezzo: dal processo creativo a quello commerciale, il rischio costante è quello di essere costantemente sottovalutate o non essere prese sul serio. La cantautrice britannica Raye, a 27 anni, è entrata nella storia per aver raccolto in un’unica serata – quella dei Brit Awards 2024 – più premi di chiunque altro prima di lei: sei riconoscimenti su sette nomination. Un traguardo arrivato per la straordinaria lungimiranza dell’artista: aveva soltanto 15 anni quando ha pubblicato la sua prima canzone e pochi di più quando si è “emancipata” dalla sua casa discografica. «Ho smesso di essere una pop star educata», aveva scritto su X nel 2021, annunciando la rottura con l’etichetta, rea a suo dire di non permetterle di pubblicare il suo nuovo album. Da quel momento si posiziona come artista indipendente e scala le classifiche del Regno Unito. Una storia che racconta un sistema: se le “regole” non ti contemplano, serve riscriverle. Per questo motivo, le donne che oggi ricoprono ruoli decisionali nell’industria musicale, sono le stesse che possono cambiarla: poche, prima di loro, hanno avuto l’opportunità di farlo.

Giulia Giampietro, country manager di Altafonte Italia – etichetta discografica indipendente e società di distribuzione di musica digitale – è tra le “eccezioni” che possono riscrivere le regole: «La mattina vado a lavorare come una persona normale, ma ci sono degli episodi che ti ricordano che sei donna e, per questo, ci saranno degli uomini insofferenti al fatto che tu prenda delle decisioni», spiega ad Alley Oop, raccontando del percorso “travagliato” che l’ha portata a rappresentare la casa discografica spagnola in Italia.

Farsi spazio per fare spazio

Altafonte nasce a Madrid nel 2011 per iniziativa di Nando Luaces e Inma Grass, diventando il primo distributore di musica digitale in Spagna. Negli anni evolve in una casa discografica internazionale indipendente, fino a diventare oggi una multinazionale presente in undici Paesi. Dal 2020, anche in Italia e, dall’estate del 2022, con la sua prima sede a Milano: a guidarla è Giulia Giampietro che, prima di arrivare alla musica, attraversa quello che definisce «un vero e proprio travaglio».

Laureata in economia aziendale e con un master alla Bocconi, inizia nella consulenza aziendale per poi spostarsi verso la comunicazione digitale – «Il mio primo approccio è stato in società di consulenza, ma questa professione reprimeva un po’ la mia personalità», racconta ad Alley Oop – fino a maturare una consapevolezza chiara: «Mi sentivo male ad andare al lavoro, mi percepivo schiava». Parallelamente, la musica resta una presenza costante: scrive, segue concerti e costruisce nel tempo relazioni nel settore, in un percorso fatto di domande e cambi di direzione: «Mi facevo delle domande e mi dicevo: c’è qualcosa che non va?». Cambiamenti che oggi riconosce come fondamentali: «Sono stati tutti tasselli che mi sono tornati utili nel momento in cui poi si sono aperte le porte della musica».

Il punto di svolta arriva con l’ingresso in Sony Music Entertainment, nella divisione Legacy, dove lavora come product manager: «A un certo punto mi sono detta: musica a tutti i costi, per me musica, finalmente musica». Poco dopo arriva la proposta di guidare Altafonte Italia, un progetto da costruire da zero in un mercato competitivo e chiuso. Oggi, a cinque anni di distanza, la realtà si è affermata nel settore grazie a una crescita costruita su relazioni e credibilità, con risultati come il progetto italiano del rapper spagnolo Rvfv, il percorso della cantante Ste nella campagna Spotify Radar, il successo di “Rossetto e Caffè” di Sal Da Vinci e il posizionamento di Tony Colombo nelle classifiche Fimi. È da questa traiettoria non lineare che nasce anche il suo approccio manageriale: «Pensare agli artisti prima come persone e poi come progetto discografico», una visione che si traduce nella costruzione di percorsi solidi nel tempo, «sia nel momento di down che di up».

Musica, il potere resta maschile: solo il 13,2% dei ceo è donna

Costruire un percorso come quello di Giulia Giampietro, nel mercato discografico, significa muoversi dentro un sistema che non è neutro. In un settore competitivo, dove contano relazioni e posizionamenti consolidati, l’accesso e il riconoscimento non seguono sempre logiche lineari e, l’autorevolezza femminile, fa più fatica ad essere legittimata. Una percezione che trova riscontro anche nei dati più recenti dell’industria musicale: secondo il report Inclusion in the Music Business 2025 (USC Annenberg), le donne rappresentano solo il 13,2% dei vertici (ceo/president) nelle principali aziende musicali e circa il 15,6% dei top executive complessivi tra label, publishing e streaming.

Anche lungo la filiera creativa il divario è evidente: il report Inclusion in the Recording Studio (USC Annenberg) evidenzia che meno del 20% degli autori è donna, mentre tra i producer la presenza femminile resta residuale, attestandosi negli ultimi anni sotto il 6%. Numeri che confermano come l’accesso ai ruoli più influenti – quelli che determinano visibilità, investimenti e traiettorie artistiche – resti limitato.

In questo contesto, l’autorevolezza non è un punto di partenza ma un processo: «Ho avuto spesso la sensazione che, se le stesse cose le avesse dette un uomo, avrebbe avuto una pacca sulla spalla», spiega Giampietro. Non si tratta di episodi isolati, ma di segnali di un contesto in cui il riconoscimento resta variabile e spesso mediato da dinamiche informali. «Ci sono persone che ti snobbano anche se sei a capo di una realtà come questa», aggiunge, restituendo una dimensione in cui il ruolo formale non sempre coincide con il riconoscimento effettivo. In questo quadro, anche percorsi costruiti fuori da reti di appartenenza tradizionali tendono a richiedere un surplus di legittimazione, più che un accesso realmente paritario.

«Spagna più aperta alle donne»: la cultura può cambiare il mercato musicale

Anche nel mercato discografico, le cose cambiano a partire dalla cultura: nel confronto con il contesto spagnolo, emergono le rotte diverse verso cui si sviluppano modelli di leadership e riconoscimento. Per Giampietro, la differenza è evidente. «La cultura spagnola secondo me è molto più aperta alle posizioni femminili», osserva, indicando un contesto in cui la presenza delle donne nei ruoli decisionali è più normalizzata e meno eccezionale: «Le mie colleghe del Portogallo, del Cile, dell’Argentina sono tutte donne: quasi tutte le country manager lo sono» sottolinea.

A incidere, però, è anche il modello organizzativo: «Quando tu sei il proprietario e sviluppi la tua azienda, chiaramente ci tieni anche maggiormente alle persone che ci sono intorno» spiega Giampietro, riferendosi alla gestione originaria dell’azienda da parte del fondatore. Un’impostazione che si riflette nel clima interno: «Altafonte è una famiglia, c’è proprio collaborazione e nessuna competizione aggressiva», spiega Giampietro.

In questo scenario, l’autorevolezza non è continuamente messa alla prova, ma tende a essere riconosciuta come parte del ruolo, rendendo più accessibile e sostenibile l’esercizio della leadership: «Non mi sono mai sentita sotto pressione per dare di più, perché le donne vengono valorizzate come professioniste. Nel contesto esclusivamente italiano, invece, avverto di dover fare sempre di più». La cultura è la prima leva per cambiare il mercato musicale e ampliare gli spazi: anche in Spagna, però, le donne restano minoranza ai vertici. Le ultime ricerche disponibili a riguardo – in assenza di dataset ufficiali –  indicano che solo il 14% delle aziende indipendenti è guidato da donne. Ma è nella qualità delle relazioni e nella gestione del potere che si apre una differenza e una nuova rotta.

Meno quantità, più relazione: un nuovo modello

Quel “di più” che viene richiesto dal sistema, Giampietro sceglie consapevolmente di indirizzarlo agli artisti e alle artiste che segue, traducendo il modello di “boutique discografica” in un approccio operativo: invece che sulla quantità e sulla rotazione degli artisti, si lavora su pochi progetti selezionati, seguendoli in modo diretto e continuativo nel tempo. «Oggi sono a Torino perché un artista mi ha detto: “Giù, abbiamo bisogno di una macchina”. E quindi io l’ho presa, l’ho portata qui e sono stata con loro, perché capisco determinate esigenze», racconta mentre si sposta tra un impegno e l’altro. In questo modello, la prossimità non è accessoria ma parte del lavoro: «Ci sono più sacrifici», riconosce, soprattutto nel seguire i progetti «in maniera artigianale».

È un approccio che si discosta dalle logiche di produzione intensiva e, allo stesso tempo, differisce dai modelli di leadership costruiti su esempi tradizionalmente maschili, più verticali e competitivi. La relazione, la continuità e l’ascolto diventano strumenti operativi, definendo una modalità diversa di esercitare responsabilità e visione. «L’empatia e la sensibilità sono anche un sesto senso con cui capisco certe situazioni, anche artistiche, e l’introspezione degli artisti – spiega Giampetro – Un altro plus è che condividiamo tante cose insieme, sia a livello professionale sia personale».

Riscrivere le regole

Se oggi le donne nella musica stanno iniziando a “non chiedere più permesso”, il sistema che le circonda cambia più lentamente. La crescita di visibilità non coincide ancora con una redistribuzione reale del potere. Analizzando gli ultimi 3 anni delle classifiche Fimi dei 100 album più venduti, le donne sono state solo 13 su 100 nel 2023 (di cui 8 italiane), 12 su 100 nel 2024 ( 8 italiane) e 13 su 100 nel 2025 (9 italiane): dati sostanzialmente stabili negli ultimi anni e lontani da un riequilibrio strutturale. Lo stesso squilibrio attraversa tutta la filiera: dalla produzione – dove le donne restano sotto il 6% (USC Annenberg Inclusion Initiative) – fino alla dimensione economica, con il 61% delle professioniste che dichiara di percepire compensi inferiori rispetto ai colleghi uomini.

La presenza, da sola, non basta a modificare le dinamiche di riconoscimento. In questo contesto, percorsi come quello di Giampietro – costruiti in modo non lineare, attraverso un “travaglio” in cui si intrecciano competenze, passaggi professionali e una relazione costante con la musica – mostrano cosa significa restare e crescere dentro il sistema senza aderire alle sue logiche più rigide. «La cosa che dovrebbero inseguire gli artisti è la costruzione di un percorso», osserva ad Alley Oop: una prospettiva che riguarda anche l’industria nel suo complesso. Passare dalla logica dell’accesso a quella della permanenza, dalla visibilità alla legittimazione: oggi farsi spazio non basta ancora a cambiare le regole. Ma può iniziare a riscriverle.

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