
Mentre la competizione tecnologica tra Paesi si fa sempre più serrata e le competenze tecnico-scientifiche centrali per affrontare le sfide globali, il numero di ragazze che in Italia scelgono una carriera nel mondo della scienza e della tecnologia resta al palo. Solo il 16,5% delle donne tra i 25 e i 34 anni con una laurea terziaria ha un titolo Stem, stima Save the Children sulla base di dati Istat. È meno della metà degli uomini, che arrivano al 38%.
Il divario che caratterizza da sempre la partecipazione femminile nelle cosiddette discipline Stem (ossia: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) nasce già durante l’infanzia, si sedimenta a scuola – alimentato da stereotipi di genere – ma finisce per compromettere opportunità e carriere anche molti anni più tardi. Eppure la scienza e la ricerca hanno un grande bisogno delle donne, non solo per alimentare la creatività e generare nuove idee ma anche per evitare bias nei processi di ricerca.
Per valorizzare il talento delle donne, e riflettere sulle difficoltà che queste incontrano, le Nazioni Unite hanno deciso di istituire l’11 febbraio come la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza.
«Per costruire un futuro inclusivo bisogna partire molto prima, modellando un nuovo immaginario», spiega ad Aley Oop Elena Gentili, head of advocacy & policy public affairs & institutional relation di Save the Children. «Centrale – aggiunge – è dare a bambine e bambini le stesse opportunità di interesse, intrattenimento e di avvicinamento alle materie scientifiche».
Discriminazione in numeri
Nel 2024, in Italia la percentuale di donne tra i 25 e i 34 anni con una laurea Stem è stata meno della metà di quella riscontrata tra gli uomini (16,5% tra le ragazze e 38,1% tra i ragazzi). In un decennio, ha calcolato anche Talents Venture, gli equilibri di genere sono rimasti sostanzialmente invariati, restituendo un’immagine di sostanziale immobilità.
Ad acuirsi sono però le differenze territoriali perché, spiega Gentili, «laddove c’è maggiore povertà educativa, minore è l’apertura a opportunità di studio di più alto livello». E così, al Nord si laureano in discipline Stem il 16,8% delle ragazze contro il 42,1% dei loro coetanei maschi, nelle regioni del Centro il 17,1% contro il 40,8% e nel Mezzogiorno il 15,5% contro il 29,5%.
Questo divario di genere è una tendenza riscontrabile in tutto il mondo. Basti considerare che ci sono meno laureate Stem donne che uomini in 107 delle 114 economie censite dalla Banca Mondiale. Il delta, poi, è più o meno rilevante a seconda dei diversi contesti nazionali.
Nel 2023, nell’Ue, calcola Eurostat, c’erano 7,7 milioni di scienziate e ingegnere donne, quasi 400mila in più rispetto al 2022. Tra i Paesi dell’unione, la proporzione tra uomini e donne nelle scienze varia però notevolmente. Le quote più alte si registravano in Danimarca (50,8%), Spagna (50,0%) e Bulgaria (49,1%), Lettonia e Irlanda (ciascuna 49%). In fondo alla classifica invece l’Italia (con una presenza femminile ferma al 34,1%), Ungheria (30,7%), Finlandia (31,4%),e Slovacchia e Malta (ciascuna 34,3%).
Piccole scienziate crescono
La scarsa rappresentanza delle donne nelle Stem ha al proprio interno una componente culturale. Motivo per cui, spiega Gentili, per migliorare l’equilibrio di genere bisognerebbe partire rimodellando l’imprinting culturale fin dalla più tenera età: «fondamentale che, anche da un punto di vista istituzionale, oltre che del terzo settore, ci sia l’impegno a destrutturare immaginari e stereotipi e creare contesti in cui sviluppare talenti, interessi e futuri equi tra bambini e bambine», dice Gentili.
Per essere efficace questo lavoro deve avvenire fin dai primissimi anni di vita (fascia 0-3) sia perché uno dei modi più efficaci per avvicinarsi alla scienza è accendere la curiosità fin da piccoli sia perché i risultati Invalsi ci dicono che già al secondo anno della scuola primaria il divario di genere nelle scienze esiste e da lì viene mantenuto. «La risposta più efficace consiste nel creare opportunità di apprendimento, ricreative e ludiche che, fin dalla prima infanzia, evitino di perpetuare quegli stereotipi che ancora oggi tengono le donne ai margini», spiega la portavoce.
Portare la scienza dove non arriva è anche l’obiettivo della collaborazione tra Il Cielo Itinerante Aps e Iliad Italia che, in occasione della Settimana Nazionale dedicata alle discipline Stem, hanno rinnovato il loro impegno. Dal 2022, le due realtà collaborano per portare le discipline scientifiche in contesti segnati da forti divari educativi. Quest’anno il legame con i territori si rafforzerà ulteriormente grazie alle attività dell’Accademia del Cielo e una rete di formatori più diffusa. Tra gennaio e giugno, si terranno in Puglia sei appuntamenti di formazione per i giovani divulgatori dell’Accademia del Cielo e sei attività dedicate ai bambini presso le associazioni locali già coinvolte nel 2025, mentre nei mesi estivi, il programma si arricchirà con due summer camp.
Gli effetti di una cultura diffusa
Anche dall’Osservatorio Stem di Deloitte e Fondazione Deloitte emerge una dimensione sociale delle scelte educative. La famiglia continua a esercitare un ruolo determinante e questa influenza si intreccia con barriere culturali e percezioni radicate che alimentano l’auto-esclusione.
«La selezione non avviene solo attraverso i risultati scolastici, ma attraverso rappresentazioni culturali che “spostano” i giovani lontano dalle Stem prima ancora che possano sperimentarle davvero. Queste dinamiche pesano ancora di più sulle ragazze», osserva Guido Borsani, presidente di Fondazione Deloitte.
Oltre 7 su 10 tra studentesse e giovani lavoratrici Stem dichiarano di aver assistito a episodi discriminatori e il 48% delle studentesse afferma di averli subiti in prima persona, riporta l’Osservatorio Stem. La conseguenza è doppia: si riduce l’ingresso nei percorsi e aumenta la dispersione lungo i percorsi formativi e professionali.
Donne e accademia
Anche nella ricerca scientifica, le donne continuano a sperimentare un significativo soffitto di cristallo principalmente perché, dice ad Alley Oop Isabel Torres, co-founder e ceo del movimento europeo di promozione dei diritti Mothers in Science, «la maggior parte degli sforzi non si concentra sul risolvere i problemi sistemici alla radice ma sull’“aggiustare le donne”. Sebbene sappiamo che il pregiudizio di genere è diffuso e persistente nei settori Stem, si continua a dire alle donne di essere più sicure di sé, di trovare un mentore o di seguire un corso di leadership, ad esempio. Queste sono soluzioni tampone che possono essere utili, ma scaricano il peso di questa situazione sulle donne e non risolvono pregiudizi e discriminazione».
E quando arrivano i figli? Il piano si inclina sempre più e la biglia delle possibilità scivola ancora più velocemente verso il basso. Così, il divario lavorativo aumenta anche tra le stesse donne. La genitorialità in sé non è un problema, dice Torres, poiché gli uomini solitamente continuano a fare carriera dopo essere diventati padri, e anzi possono persino sperimentare una spinta professionale – un fenomeno chiamato “fatherhood bonus”. Al contrario, le madri incontrano molti ostacoli «perché i luoghi di lavoro non sono progettati per i caregiver e dal momento che le responsabilità di cura gravano ancora principalmente sulle madri, è più probabile che siano proprio loro a subire più penalizzazioni».
Eppure le scienze e la ricerca (leve fondamentali per la competitività di un Paese) hanno bisogno delle donne. Motivo per cui promuovere la diversità non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche un investimento per il futuro: «team con prospettive diverse sono più innovativi e producono ricerca di qualità superiore. Una rappresentanza equilibrata è inoltre essenziale per garantire processi scientifici privi di bias di genere, dalla peer review ai finanziamenti, fino alla metodologia di ricerca», aggiunge la ricercatrice.
Nuove frontiere
Quest’anno la Giornata delle donne e delle ragazze nella scienza punta l’attenzione su AI, scienze sociali, Stem e finanza. L’universo digitale è la nuova frontiera del lavoro ma è anche la sfida più attuale che famiglia e sistema educativo si trovano ad affrontare.
Da un lato, spiega ancora Gentili di Save the Children, strumenti digitali e competenze tecnologiche rappresentano un’opportunità per ridurre le disuguaglianze, perché permettono alle ragazze e ai ragazzi di accedere a risorse educative, formazione, laboratori creativi e spazi di partecipazione che prima erano meno accessibili, anche nei contesti periferici o più marginalizzati.
Dall’altro, se non accompagnato da interventi mirati, il digitale rischia di ampliare i divari esistenti, perché l’accesso a dispositivi, connessione stabile e alfabetizzazione tecnologica non è omogeneo. Inoltre, persistono stereotipi di genere che possono influenzare le scelte formative e professionali delle ragazze, facendo percepire alcune discipline e opportunità digitali come “più maschili” e riducendo la fiducia nel proprio potenziale.
«Quando le donne restano ai margini dei settori a più alto valore aggiunto – come ict e ingegneria – si consolida una segmentazione del mercato del lavoro in cui l’accesso alle professioni meglio retribuite, più dinamiche e con maggiori prospettive di leadership rimane sbilanciato», conferma anche Borsani di Fondazione Deloitte.
Il risultato è un ciclo che si autoalimenta: la scarsa presenza femminile nei ruoli tech riduce i role model disponibili, indebolisce le aspettative sociali positive e, di conseguenza, porta meno ragazze a intraprendere questi percorsi.
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