Violenza, perché le donne non se ne vanno?

L’esperienza in certe pratiche è di quelle che ti forgiano, ti cambiano la prospettiva. Io sono un’avvocata e sono un’avvocata operatrice di centro antiviolenza, ormai da un decennio. La morte di Giulia Cecchetin, avvenuta per femminicidio, porta il numero 105 dall’inizio di quest’anno.

Sono cifre che si ripetono, uguali a se stesse, da troppo tempo. Una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza nella vita. Ne muore quasi una al giorno. Insiemi e sottoinsiemi disegnano una tragedia di dimensioni colossali.

Non immagino come ci si possa abituare all’idea di perdere una figlia, una sorella, una mamma. La paura dell’assuefazione a un dolore così immenso, a un’ingiustizia così irreparabile, si alterna ai momenti in cui tutto sembra costringerci all’impotenza. Così accade in queste ore in cui abbiamo sperato di trovarla viva, Giulia, magari sequestrata; ci siamo immaginati un finale diverso, ma inutilmente. Lui – l’ex fidanzato poco più che ventenne – l’aveva già tolta di mezzo e gettata via come uno straccio vecchio. Non accettava che potesse essere libera, che potesse disfarsi di quella storia. Non bastava l’amicizia che la ragazza gli avesse assicurato: lei era cosa sua, o sua o di nessuno. Lei era una cosa.

Non c’è un identikit delle vittime

La storia di Giulia mi ricorda quella di tante altre povere figlie, sorelle, madri che abbiamo seppellito, per cui ci siamo indignate e che poi abbiamo dimenticato, stipando i loro nomi sotto quelli delle altre vittime: un vagone di morte che sembra avere una capienza infinita. Penso alla famiglia di Giulia, al papà, alla sorella e al fratello. Come penso alla mamma di Giordana Di Stefano, a sua figlia lasciata orfana dal padre a nemmeno quattro anni. Giordana era siciliana, come me, viveva a due passi da me; Giulia invece è morta in Friuli, in mezzo c’è tutta una geografia di lapidi che avevamo il dovere di evitare.

Di donne al centro antiviolenza se ne accolgono molte, non c’è un identikit della vittima, la trasversalità del fenomeno è esercizio di osservazione: può accadere di dover aiutare donne benestanti, altre ridotte alla marginalità; donne giovani o meno giovani, ma anche anziane o di mezza età. C’è quella che sfiora la settantina e che ha deciso di lasciare tardi il marito che le aveva marchiato addosso l’abuso come si fa con gli animali. Se glielo chiedi ti dice che si è sentita libera di mandarlo al diavolo solo dopo essersi accertata che i figli, ormai adulti e indipendenti, fossero lontani abbastanza da non temere che si compromettessero con lui. In fondo quell’uomo l’aveva fatta franca perché la paura di lei lo aveva reso impunito e impunibile.

Perché le donne non se ne vanno?

Allora, che nessuno si chieda mai più perché una donna non lascia l’uomo che la maltratta. Di motivo non ce n’è mai solo uno, ma ce n’è almeno uno che non ci possiamo permettere di giudicare.

Maria (il suo e quelli che seguono in corsivo sono, ovviamente, nomi di fantasia scelti per le tante incontrate nel corso del tempo) non può lasciare quel compagno violento perché sa di non avere un posto dove andare né i soldi per pagarsi un affitto, nemmeno il posto letto che aveva quando era studentessa.

Francesca non lo lascia perché coi figli piccoli non saprebbe come fare a cercarsi un lavoro decente, nessuna esperienza, nessuna referenza. Non ha mai nemmeno provato a scrivere un curriculum. Come potrebbe descriversi: mamma e moglie, massacrata un giorno sì e l’altro pure? Non farebbe una buona impressione.

Laura non lo lascia perché in fondo lo ama, anzi è dipendente affettivamente da lui che l’ha isolata, destabilizzata, l’ha convinta che da sola lei non esiste, non è niente e nessuno, anzi come si dice dalle mie parti è nuddu ammiscata cu nenti (nessuno mischiata col niente).

Natalia è straniera, immigrata in Italia con certo in tasca qualche speranza, ma qui non ha parenti né amiche, non ci sono sorelle, non c’è una mamma né un’anima viva pronta ad aprirle la porta. Se a lui scappa di riempirla di botte la sua sola speranza è che una vicina di casa prima o poi chiami il 112; magari, meglio prima che poi.

Le donne abusate non lasciano, se proprio ce lo chiediamo, perché pensano di non avere altra scelta. O perché pensano che la scelta di quel momento sia la migliore a fronte di altre che appaiono ben peggiori.

Cosa manca in Italia

Allora, la prossima volta che ci batteremo il petto – uomini e donne – proviamo a chiederci cosa possiamo fare davvero: alle donne bisogna dare una casa e un lavoro, intanto; autonomia reddituale e abitativa significa libertà. E a quante sono ancora giovanissime non possiamo far mancare tutta l’informazione e la formazione necessaria, adeguata a far loro recuperare la consapevolezza di un gap lungo millenni. Impegniamoci a spiegare che amore non è controllo ma rispetto, che al primo segnale devono scappare lontano, a gambe levate. Che ci sono gli indicatori e possiamo coglierli, basta però saperli riconoscere.

E poi c’è il solito problema delle risorse, quello c’è sempre e vuol dire tante cose. Le operatrici lo sanno: rispondono anche in piena notte a telefonate delle forze dell’ordine che hanno accolto una vittima da riparare. La donna ha giustamente chiesto aiuto, allontanatasi da casa per non rischiare di entrare nel conto dei femminicidi, e ora si prova a cercare una casa rifugio. Si può tentare per ore e non trovare un solo posto libero, che ci sia un problema di risorse vuol dire anche questo: strutture a indirizzo segreto insufficienti, sottodimensionate. È successo nel catanese la notte scorsa. La donna è stata temporaneamente alloggiata presso un B&B, ancora oggi non si sa bene se quei costi li pagherà il comune o se il centro antiviolenza si farà carico anche di questa spesa. E all’indomani si corre per provare a trovare un rifugio, con la luce del sole; lo si trova fuori dalla provincia. Anche questa volta è andata. Non possiamo che chiederci dove sia lo Stato.

Bisogna smetterla di pensare che in fondo in fondo è colpa loro, se si sono fatte massacrare, se si sono fatte ammazzare perfino. Cominciamo a pretendere dalla politica risposte concrete e non slogan, né marce o scarpette rosse al 25 novembre che non bastano più.

Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per promuovere e tutelare il diritto di tutti gli individui, e segnatamente delle donne, di vivere liberi dalla violenza, sia nella vita pubblica che privata”, art. 4 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica Istanbul, 11 maggio 2011, ratificata dal nostro Paese nel 2013, adottata dall’Ue nel 2023. E le Parti in quel caso siamo noi, la Repubblica italiana.

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