Parità tra uomini e donne, l’Italia va avanti piano

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L’uguaglianza tra uomini e donne nell’Unione europea migliora, ma molto lentamente. I dati diffusi dall’European Institute for Gender Equality nell’ultimo Rapporto sull’indice sull’uguaglianza di genere per il 2021 mostrano infatti che l‘Ue è cresciuta pochissimo, migliorando di appena 0,6 punti rispetto all’edizione dello scorso anno l’indice sotto osservazione. L’Italia non si muove di molto: se nel 2000 l’indice era a quota 63,5, passa ora a 63,8, poco sotto la media europea, su un piano dove 1 è sinonimo di assoluta disparità e 100 dà invece la misura della totale uguaglianza di genere. È nostro il quattordicesimo posto in Europa, con 4,2 punti sotto l’Unione. Dal 2010 siamo cresciuti di 10 punti e mezzo, abbiamo guadagnato 7 posizioni, ma dal 2018 la nostra avanzata verso la parità si è fatta decisamente più lenta.

Focus sulla salute
Il rapporto, che quest’anno si concentra sulla saluteci dice inoltre quanto le donne siano sovrarappresentate nelle professioni sanitarie e, per questo, più esposte a contrarre il virus, ma anche più soggette alle ricadute psicologiche che la pandemia ha scatenato, con la sua drammatica catena di decessi, in termini di ansia, depressione e disagio mentale acutoIncertezza, precarietà e paura hanno al contempo ridotto le nascite: il tasso di natalità è sceso pressoché ovunque, in Europa. I dati si riferiscono al 2019, quindi non comprendono ancora gli effetti della pandemia, ma li lasciano intravedere. Helena Dalli, commissaria europea all’Uguaglianza nella Commissione von der Leyen, spiega che il diritto alla salute – intesa come completo benessere fisico e psichico – è parità di accesso ai servizi sanitari, inclusi quelli sessuali e riproduttivi e rappresenta l’unico modo per arrivare a godere di una vita piena. E qui, il pensiero non può che andare alle difficoltà che incontrano le donne che oggi decidono di ricorrere all’interruzione di gravidanza. Anche in questo campo, per le donne lo stato di benessere e di equilibrio è ancora lontano dal dirsi raggiunto. Ridotto accesso al reddito vuol dire ridotto accesso ai servizi di cura ed è, in fondo, un’equazione semplicissima. Alla base del problema un sistema che in definitiva non inquadra la soluzione e che, invece, rinforza e riproduce le diseguaglianze di genere.

L’indice e il bilancio del gender gap
L’indice sull’uguaglianza di genere è il termometro che misura il gender gap. Lo fa dal 2010, anno di fondazione dell’organismo autonomo dell’Unione preposto a sostenere e rafforzare la promozione dell’uguaglianza e della parità. Il primo rapporto arriva il 13 giugno 2013 e chiude tre anni di lavoro; seguono le riedizioni del 2015, quella del 2017 e del 2019. Il documento del 2021 sintetizza, in poco meno di 200 pagine, il coinvolgimento di un gran numero di organizzazioni, enti e parti interessate, con il coordinamento di Blandine Mollard. L’Ue che si interroga oggi è a 27 paesi, per la prima volta dopo la Brexit. Gli esiti, come era prevedibile, raccontano una realtà tutt’altro che soddisfacente. Forse, quei numeri, a leggerli in combinato con gli sforzi che si sono fatti progressivamente più consistenti (anche in termini di investimenti e risorse), potrebbero lasciare intravedere margini di miglioramento, in grado persino di giustificare un qualche timido ottimismo. Laddove le cose vanno peggio c’è spazio per fare di più, insomma. Allo stato la certezza ha un meno davanti, è un no: malgrado le politiche e le azioni intraprese dall’Unione, l’uguaglianza di genere non è stata raggiunta, resta un obiettivo aperto.

Il rapporto analizza infatti, in dettaglio, l’indice e lo fa isolando i settori chiave della nostra esistenza. Sei le aree prese in esame. E, così, troveremo illuminanti i dati su lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere, salute. E poi c’è la violenza che però non contribuisce alla definizione dell’aggregato per il motivo, gravissimo e insieme surreale, che non disponiamo di dati su un fenomeno che nel solo 2018 ha fatto 600 vittime. Dal 2019 un ulteriore dominio, terreno d’indagine anch’esso senza ripercussioni sull’indice definitivo, è quello delle disuguaglianze intersezionali (definite come forme di discriminazione basate su più fattori che si combinano tra loro in maniera così fortemente interconnessa, da perdere il tratto distintivo e di separatezza).

Violenza sulle donne, i numeri che ancora mancano
Ma proviamo a partire proprio dalla violenza contro le donne. La pandemia che le ha costrette in casa e le ha recluse con il maltrattante, le ha esposte a una quota di abusi che è schizzata ancora più in alto del solito. Non abbiamo numeri comparabili in tutta Europa, è vero. Ma a chiarire un quadro già drammatico può bastare l’impennata della domanda di servizi di protezione, rivolta ai centri antiviolenza per tutto l’ultimo anno e mezzo. Il Covid-19 ha saputo aumentare l’inefficienza e ha reso in pochi mesi ancora più inadeguato e deficitario il nostro sistema di prevenzione e di supporto alle vittime, come sottolinea il rapporto.

Sulla violenza ci sarebbe moltissimo da dire ed Eurostat sta coordinando un’indagine per arrivare a una fotografia quanto più attendibile e attuale del fenomeno, malgrado il puzzle debba comporsi senza la partecipazione di alcuni Stati membri. D’altra parte, Eige sta conducendo insieme all’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) – organismo istituito dal Consiglio nel 2007 che ha la sua sede in Austria – un’osservazione. Si raccolgono e si collazionano dati fino al 2023: l’obiettivo è di includere, finalmente, la violenza nei numeri dell’indice sull’uguaglianza di genere del 2024.

Intanto, dai dati disponibili per il 2018, oltre 600 donne sono state uccise da un partner, un familiare e un parente nei 14 Stato membri, secondo i dati ufficiali. 73 le donne uccise dai partner in Italia, che non fornisce però i numeri delle donne uccise da un congiunto.

Tra tutte, c’è chi è ancora più esposta ad aggressioni fisiche e sessuali. Il riferimento è al 7% di donne lesbiche e al 5% di quelle bisessuali che hanno subito abusi negli ultimi cinque anni per via del loro orientamento e, in definitiva, delle loro scelte più intime. I numeri diffusi dalla sede di Vienna della FRA ci dicono che il quadro mostra il 14% di donne molestate negli ultimi 5 anni, l’8% negli ultimi dodici mesi. Se poi guardiamo alla rete, le vittime di violenza perpetrata attraverso i social dal 2016 sono il 6%, il dato diventa del 3% se ci riferiamo all’anno scorso. Dal 15 al 24% è cresciuto invece il rischio di mutilazioni genitali femminili, per la popolazione migrante.

Il caso Italia: il miglior risultato riguarda la salute
Si può partire lanciando uno sguardo oltre confine, con i dati declinati a livello mondiale dal World economic forum sul Global Gender Gap, nella graduatoria del 2020. L’Italia si colloca al 76°posto su 153 Paesi, con un solo punto più su rispetto al 2006 (eravamo al 70° nel 2018, all’82° posto nel 2017, al 50° nel 2016, al 41° nel 2015, al 69° nel 2014, al 71° nel 2013, all’80° nel 2012, al 74° nel 2011 e nel 2010, al 72° nel 2009, al 67° posto nel 2008, all’84° nel 2007 e al 77° nel 2006).

Secondo i dati di Eige, come abbiamo visto, siamo al 14° posto in Europa, con il nostro indice poco sotto la media europea. C’è da dire che, in controtendenza sul resto, il miglior risultato italiano è proprio quello relativo alla salute. Mentre i nostri punteggi restano inferiori a quelli dell’Ue in ogni settore, in quest’area l’eccezione si traduce in 88,4 punti che ci regalano l’undicesimo posto, in alto vicino agli Stati del Nord che restano quelli con le migliori performance complessive. La Svezia si conferma, con la Danimarca, in testa alla classifica seguite dall’Olanda che ha superato la Finlandia e la Francia. Siamo poi addirittura ottavi, quanto alla sottocategoria dell’accesso ai servizi sanitari e, ciò, malgrado un SSN ridotto al lumicino da decenni di tagli.

Tuttavia, a livello generale, il gender gap, se guardiamo alla situazione sanitaria, persiste. Malgrado un decremento di 2 punti dal 2010, la distanza rimane inchiodata a 6. Le condizioni peggiorano per le donne anziane e per quelle con disabilità, rispetto agli uomini. È chiaro che serva complessivamente un rinnovato impegno, in seno alle strategie adottate dall’OMS nel 2016 e 2018 e che servano soprattutto azioni in grado di mitigare l’impatto della disuguaglianza di genere sulla salute pubblica, specie dopo le pesantissime ricadute del Covid-19.

I passi avanti dell’Italia nella parità in politica 
Nel dominio del denaro rimaniamo, come in quello del potere, agli stessi livelli che aveva svelato l’indice del 2020 e, bisogna dirlo, non sono bassi. Il nostro Paese ha fatto grandi passi in avanti, quanto a partecipazione delle donne ai processi decisionali della vita politica e di quella economica. 52,2 punti disegnano un trend in crescita; più 27 dal 2010 e più 3,8 dal 2018, un tratto di matita con cui dare atto di una scalata di otto posizioni. Interessante prospettiva, quella che scorgiamo se guardiamo al gender gap proprio dallo scranno della politica. Il numero di donne è certamente cresciuto, sia nei Governi che in Parlamento, soprattutto grazie a una legislazione che si è fatta permeare in questi ultimi anni da istanze di parità tanto sacrosante, quanto tardive. La prima inversione di tendenza è targata 2013, le elezioni politiche tenutesi in quell’anno hanno fatto registrare un’evoluzione che ha portato le donne dentro la Camera dei Deputati e dentro al Senato in una percentuale che è balzata dal 19,5 della XVI legislatura al 30,1 per cento della XVII legislatura. Determinante è stata poi la legge elettorale del 2017, promulgata per promuovere la parità di genere nella rappresentanza politica, che ha permesso nel 2018 a 334 elette di sedere in Parlamento, un dato che corrisponde a circa il 35 per cento, con 225 parlamentari alla Camera e 109 al Senato. Da quel momento il giro di boa, l’Italia ha superato la media dei Paesi Ue, oggi ferma a poco più del 32 per cento.

È così che può dirsi almeno iniziato un percorso di allineamento alla nostra stessa Carta Costituzionale che, all’art. 51, definisce la partecipazione alla vita politica di tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso, nel nome del diritto fondamentale che a ciascuno e a ciascuna sia riconosciuto di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive, in condizioni di eguaglianza. La Commissione europea del resto ha già avuto modo, nella comunicazione relativa alla strategia per la parità di genere 2020-2025, di rilevare come non ci sia parità tra uomini e donne, in nessuno Stato membro: “I progressi sono lenti e i divari di genere persistono nel mondo del lavoro e a livello di retribuzioni, assistenza e pensioni; nelle posizioni dirigenziali e nella partecipazione alla vita politica e istituzionale. A livello globale, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere e della emancipazione di tutte le donne e le ragazze rappresenta uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che gli Stati si sono impegnati a raggiungere entro il 2030”. La Camera raccoglie e fa proprie quelle considerazioni, in un recente dossier prodotto sul tema.

Guardare a quello che finora è stato fatto, serve a capire dove si va. Sappiamo bene quali posizioni non abbiamo ancora raggiunto e sono quelle di vertice. Nessuna donna in Italia è mai stata Presidente della Repubblica né ha mai rivestito la carica di Presidente del Consiglio. È il 2019, del resto, l’anno in cui per la prima volta la Commissione europea ha una presidente. La Camera dei Deputati invece ha conosciuto la guida di Nilde Iotti nelle legislature numero VIII, IX e X, quella di Irene Pivetti nella XII, e ancora quella di Laura Boldrini nella recente XVII. Al Senato, la prima volta è adesso, con l’elezione di Maria Elisabetta Alberti Casellati che, tuttavia, rivendica la declinazione della sua carica al maschile e con essa la restaurazione di un sistema evidentemente non ancora superato.

Parallelamente e dopo le riforme del 2011, un ruolo nuovo le donne stanno finalmente ritagliandoselo anche negli affari. I numeri cambiano nell’economia e nel commercio, da quando i boards delle grandi società vedono una crescita della presenza femminile che è volata dal 5 al 39 per cento, negli ultimi undici anni.

Non migliora il gap in termini di occupazione e lavoro
Laddove le cose non vanno bene, il rapporto sull’indice traduce il fallimento in margini di miglioramento. Per l’Italia quel margine c’è nei domini del lavoro, del tempo e della conoscenza. Sul primo molto deve farsi per colmare il gap, siamo a quota 63,7, mentre ci fermiamo addirittura al ventisettesimo posto – con 69,1 – se guardiamo al sottodominio della partecipazione delle donne al mondo del lavoro. È questo, certamente, uno degli indicatori più importanti: il nostro Paese resta relegato a un livello di crescita bassissimo. Nel 2019 il 52% degli occupati erano uomini, il 31% donne. Il dato è importante ma a preoccupare è la stasi, siamo al palo dal 2010, il gap si è ridotto di un punto percentuale unicamente perché ad aumentare è stata la disoccupazione maschile. Non lavoriamo quanto gli uomini e guadagniamo ancora meno di loro. La differenza salariale è un abisso di iniquità che nel 2018 si attestava sul 16%. Va peggio per le donne che sono anche madri: per loro la piena occupazione è un miraggio, difficile da raggiungere e malpagata.

Peggiorano l’educazione e la conoscenza
Ma non è ancora abbastanza. C’è dove, addirittura, arretriamo. Sono preoccupanti i passi all’indietro fatti nel campo della conoscenza, terreno perduto sul quale siamo scivolati velocemente dall’undicesimo al tredicesimo posto. Su educazione, scolarizzazione e acceso agli studi universitari i dati di Eige non sono rassicuranti e segnano un gap in decisa crescita negli ultimi nove anni, la questione è nota come gender segregation in education.

Quello che risulta con chiarezza è che bisogna investire per incrementare gli indici di parità. E che bisogna farlo in ognuno dei Paesi membri. Altrettanto innegabile è che sulla conta definitiva incidano le divergenze più spiccate che ancora esistono tra alcuni Stati. Dati aggregati, tuttavia, per un modello di convergenza sembrano fornirci una curva di quelle differenze in relativo decremento, per il periodo 2010-2019.

Il lavoro di cura pesa sempre da una parte sola
È fin troppo evidente che il tempo e le opportunità che non vengono concessi alle donne coincidano, specularmente, con il grande lavoro di cura che invece incombe da sempre su di loro. Una forza di gravità che le trattiene giù, tra le quattro mura di casa, e che l’osservazione ci consegna come una forbice al suo massimo nella fascia d’età tra i 25 e 49 anni. La coppia con figli è poi una fotografia plastica delle differenze: l’81% delle donne si fa carico delle responsabilità di accudimento della famiglia, quotidianamente; la percentuale che coinvolge gli uomini è del 66%. 15 punti di distanza e poco o niente è cambiato dal 2007, in questo senso.

Un (piccolo) passo avanti e tre indietro (con la pandemia)
Europe has made fragile gains in gender equality. But big losses are emerging as a result of the COVID-19 pandemic”, con queste parole Carlien Scheele che dirige l’Istituto dal febbraio dell’anno scorso dà una sintesi perfetta che delinea quale parte del percorso abbiamo fatto finora – incluse le ingenti perdite dovute al Covid – e quali gli arresti più preoccupanti: i miglioramenti appaiono fragili, mentre la pandemia sta portando a gravi perdite.

C’è inoltre che i Paesi che la compongono vanno a differenti velocità. Si pensi al Lussemburgo e alla Lituania, o all’Olanda, che hanno un rating di miglioramento altissimo rispetto all’ultima edizione. Sul fronte diametralmente opposto stanno realtà come la Slovenia che invece arretra drammaticamente. La forbice del resto è notevole, l’indicatore dell’uguaglianza di genere ha un range che va dagli 83,9 punti della Svezia ai 52,6 della Grecia.

Ciò che non possiamo ignorare è, infine, quanto la pandemia ci abbia tolto. La crisi economica – spiega ancora la direttora dell’Agenzia che ha sede a Vilnius, in Lituania – colpisce le donne molto più drasticamente di quanto non faccia con gli uomini.
E rivendica l’importanza del compito svolto dall’istituto: “Our Index findings can help Europe’s leaders tackle the different effects of the pandemic on women and men and alleviate the unequal short and long-term impacts”.

Ma, in definitiva, lo scopo ultimo di questo lavoro qual è?
Scheele è netta: il rapporto sull’indice intende fornire ai governanti dei Paesi membri uno strumento, vuole essere una bussola e indicare la rotta per ridurre le disuguaglianze di genere e gli impatti a medio e a lungo termine dell’evento pandemico che ci ha travolti.

Da parte nostra, la notizia che forse più di tutte dovrebbe riguardarci, è che l’Italia mantiene una tendenza nella direzione giusta. Partiamo da molto in basso, ma siamo progressivamente in cammino verso la riduzione del gap e con un ritmo, tutto sommato, che rimane anche piuttosto sostenuto. Stiamo recuperando terreno ma questo non significa che dobbiamo allentare la presa.

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