Da Bonansea a Boggioni, estate di lauree per le campionesse italiane

scritto da il 11 Agosto 2020

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Sarà che gli ingaggi, per quanto congrui, non sono più quelli di una volta, e comunque mai e poi mai paragonabili a quelli di un calciatore di serie A (seppur magari invece pure superiori alle colleghe ‘calciatrici’…); sarà che il volley ha una reputazione di sport ‘intelligente’ da mantenere; sarà che in discipline meno ‘ricche’ i protagonisti in campo nascono ed evolvono nella consapevolezza che saper fare anche altro, nella vita, una volta appese le scarpette al chiodo non sarà solo utile, ma addirittura necessario. Fatto sta che sottorete, in percentuale decisamente superiore agli altri sport, si moltiplicano i ‘campioni laureati’ ( che a differenza dei ‘poeti laureati’, anche Montale crediamo avrebbe decisamente apprezzato…).

E in particolare il campionato femminile di serie A è il più ‘studioso’ d’Italia: tra la serie A1 e A2 femminile le laureate risultano essere (dati aggiornati all’autunno scorso) il 20,6% del totale delle giocatrici. Oltre una su cinque delle atlete riesce a raggiungere la laurea.

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Lucia Bosetti

La percentuale risulta ancora più significativa se paragonata con quella degli atleti laureati in altri sport. Nella pallacanestro maschile gli atleti italiani laureati sono il 5,5% mentre nel calcio, in serie A, la percentuale dei laureati è inferiore all’1%. E se quel 20,6% s’è trasformato ora in 21% merito è delle ultime due ‘dottoresse’ sottorete, la schiacciatrice della Nazionale e della Savino del Bene Scandicci che, anche ‘approfittando’ del lockdown, si è laureata in Scienze Motorie.

Numeri e percentuali del resto simili (nel totale tra ‘dottori’ e ‘laureandi’) anche per la Superlega maschile, con i due tornei che si mantengono il linea con la media nazionale (circa il 26% della popolazione).

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D’altra parte, l’isolamento da pandemia ha (almeno in questo…) agevolata la rincorsa all’alloro accademico anche per altre atlete: si pensi alla bomber della Juventus e della Nazionale Barbara Bonansea, ora laureata in business administration (chissà che conversazioni interessanti potrebbe sviluppare con Alessandro Spanò, l’ormai ex capitano della Reggiana neo-promossa in serie B, il caso più roboante in questo senso…), o alla nuotatrice paralimpica Monica Boggioni, fresca dottoressa in biotecnologie.

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Monica Boggioni

Insomma, il numero di laureate (e laureati) nello sport – o meglio, in alcune discipline – sembra allargarsi, per i motivi già accennati, ma anche per alcuni altri, che vale la pena sottolineare, a partire dalla sempre più crescente, in quantità e qualità, offerta di formazione universitaria online (e, anche in questo, il lockdown è stato certo un catalizzatore…), per arrivare all’ormai acquisita consapevolezza che lo sviluppo del ‘pensiero laterale’ è in larga parte funzionale a migliorare la performance sportiva, soprattutto per quegli atleti che faticano a digerire ritmi e carichi di lavoro troppo standardizzati e ripetitivi.

Una tendenza che alcuni tecnici-formatori (si veda ad esempio il ct del Settebello di pallanuoto, Sandro Campagna) tendono anzi ad implementare, suggerendo direttamente agli atleti corsi di studio da frequentare magari online, o arrivando a escludere dalle formazioni giovanili talenti poco disposti a conciliare palombelle e libri di scuola…

Ultimi commenti (4)
  • Spartaco Grieco |

    L’articolo così come realizzato onestamente non soddisfa il tema, a mio avviso molto più ampio e degno di maggiore attenzione, in quanto sarebbe stato molto più utile allargare la tipologia di “genere” ed evidenziare il reale problema statisticamente, attraverso studi approfonditi tra i due sessi all’interno dei diversi sottotemi oggi presenti. Nulla da togliere agli atleti/atlete “Top Level” per l’importante risultato ottenuto, il conseguimento di una Laurea, ma il vero problema del settore “Dual Career” è alla base, in quanto il numero di atleti/atlete non professionisti e’ aumentato in maniera vertiginosa e le istituzioni “apicali” del mondo dello Sport non si rendono conto della forza inespressa di queste figure professionali utili per colmare il gap della disoccupazione giovanile ; a questo sarebbe strategico strutturare un programma di livello accademico accessibile ad ognuno di loro destinando fondi statali che verrebbero recuperati(ad esempio) sotto forma di crediti di imposta anche con il coinvolgimento del privato che invece di destinare soldi a sponsorizzazioni(spesso inutili e dispersivo) una parte di essa potrebbe essere destinata alla formazione accademica di atleti agonistici(anche non professionistico).

  • Simone |

    Ma scusate li conoscete gli sport professionistici in Italia? Il fatto è che cercate argomenti per forzare la realtà con la solita tiritera della discriminazione delle donne. Ridicolo

  • Simone |

    Sono sportive dilettanti, è normale che cerchino altro nella vita. A fine carriera sportiva si trovano senza soldi da parte, senza contributi versati e senza lavoro. Normale cerchino di laurearsi

  • Simone |

    State confrontando sport dilettanti con sport professionistici. Il tutto per dare un ennesimo empowerment alle donne. Ridicolo