Ecco 3 motivi per cui lavoriamo di più e peggio di prima

scritto da il 15 Maggio 2020

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Photo by Carl Heyerdahl on Unsplash

Possiamo sorprenderci se il sentimento comune di chi oggi ha la fortuna di avere ancora un lavoro è quello di star lavorando, da casa, più di quanto lavorasse andando in ufficio? E non mi riferisco solo al fatto che almeno 10 milioni di persone hanno messo improvvisamente tre cappelli a tempo pieno: il proprio lavoro, la cura 24/7 dei propri cari e il ruolo temporaneo di docenti scolastici.

La percezione di “lavorare di più” arriva anche solo riferendosi al lavoro d’ufficio, che si è velocemente riorganizzato intorno ad agende fittissime e strapiene di comunicazioni elettroniche, video conferenze, telefonate, continui momenti di controllo per garantire che la macchina si muova a distanza velocemente e coerentemente come faceva in presenza.

E si, apparentemente il digitale ce la fa: gli strumenti c’erano già tutti, le scuse per non farlo sono scomparse, chi non sapeva come fare ha rapidamente imparato – la meravigliosa e sempre disponibile capacità di apprendimento umana – e, dopo un brevissimo momento di silenzio iniziale, le conversazioni sono riprese, più ricche e frequenti di prima. Forse anche un po’ troppo.

Che cosa è successo: come mai, avendo risparmiato il tempo degli spostamenti e in teoria anche quello dei caffè, il tempo medio che dedichiamo al lavoro ogni giorno è aumentato (il dato degli Stati Uniti è che il tempo di lavoro è aumentato addirittura del 40%)?

Possiamo ipotizzare tre grandi cause.

1: Il lavoro ha rotto gli argini, sempre più fragili, che lo trattenevano dall’invadere le nostre vite. Già da anni stacchiamo sempre meno: chi non guarda un’email dopo cena o non prende una telefonata di lavoro nel weekend? La quantità di informazioni da processare da un numero di fonti autorizzate – che non fa che crescere insieme alle nostre reti – è andata da tempo chiaramente oltre la nostra capacità: prima del Covid non ci restava che scegliere cosa “non fare” nel momento della giornata in cui decidevamo che non stavamo più lavorando – ma come fare se oggi quel momento non è delimitato dall’attraversamento di un confine fisico, che è necessario ancor più che simbolico? Oggi che nemmeno lo scendere della sera ci segnala più che è ora di riposare, potrebbe forse aiutarci il vecchio concetto della tuta da lavoro, da mettere e togliere dopo una cert’ora? In Italia non siamo mai stati bravi a rispettare e a far rispettare il tempo dell’ozio e degli affetti – e questa situazione sta facendo emergere ancor di più questa nostra grande incapacità, come persone e come società.

2: Dieci milioni di bambini e ragazzi non stanno andando a scuola: possiamo dire addio al vecchio modello ideale del lavoratore “breadwinner”, oggi moltissimi lavoratori, a tutti i livelli, convivono con dinamiche familiari ricche e complesse, negoziando spazi, connessioni internet, compiti casalinghi, momenti d’aria. Come analizza con efficacia un recente articolo dell’Harvard Business Review, è andato in frantumi il tabù dell’“avere una vita al di fuori di qui” e tutti riveliamo frammenti della nostra intimità invisibili fino a qualche mese fa.

“Questo ha umanizzato i nostri leader – ha raccontato un avvocato all’Harvard Business Review – perché adesso parlano tutti di come se la cavano con i loro bambini, animali domestici e con la mamma 72enne, chiarendo che siamo tutti sulla stessa barca”.

Si tratta (forse, finalmente) della definitiva erosione di una visione obsoleta delle nostre dimensioni identitarie, che pretendeva di tenerle separate: abbiamo quindi un’opportunità unica di “ridisegnare gli ideali del posto di lavoro in modo che riflettano la vita reale delle persone oggi e non quella di 50 anni fa”. Ma, al tempo stesso, stiamo vivendo un improvviso e repentino cambiamento del nostro contenitore che richiede uno sforzo di adattamento notevole per tutti coloro che si erano adeguati e organizzati secondo le dinamiche precedenti.

3. Il digitale non può sostituire tutto. Come specie sociale, noi abbiamo bisogno di incontrare gli altri. Solo il 7% della nostra comunicazione passa per le parole. Quanta ne passa attraverso uno schermo? Quanto sforzo aggiuntivo ci richiede comprendere gli altri in modo bidimensionale – solo attraverso immagini e suoni?

Quante opportunità di collaborazione, comprensione e arricchimento reciproco non stiamo avendo perché non è possibile mettere in agenda la casualità, l’ispirazione del momento, la chiacchiera fuori contesto?

I cosiddetti “caffè” non erano solo pause necessarie, ma anche momenti di ricarica e di ossigenazione del cervello, che poteva muoversi di slancio verso posti “non calendarizzati”. Che fine ha fatto questa nostra dimensione così unica e così umana?

E’ stata sostituita dalla “produttività”: processiamo informazioni come mai prima, diamo risposte, facciamo domande, pianifichiamo, monitoriamo, gestiamo. Ma mai come adesso ci accorgiamo che non era tutto lì. Il lavoro, la nostra vita, è molto di più: saperlo fare online rende più ampio il terreno delle nostre possibilità – e sapremo e potremo farlo finché sarà necessario – ma riconoscere che cosa ci sta mancando serve per ricordarci di cosa essere grati, che cosa andare a cercare e proteggere appena potremo farlo… e perché.

Ultimi commenti (1)
  • Antonella Maria Teresa Di Nicolo' |

    Buongiorno, prendo spunto dall’espressione “dimensioni identitarie”. Ho lavorato in tre multinazionali di prestigio per più di 30 anni. Come molti, ho assistito al cambio di cappello delle persone, uno quasi per ogni contesto: lavoro (anche quì sotto-cappelli), famiglia, svago (le convention, per esempio) e il “tu per tu”. Realmente tante dimensioni dell’unico ‘sé’ rappresentato dal singolo individuo? Se tornassimo a presentarci, a relazionarci, a riconoscerci come una ‘persona’ con il proprio ‘unicum’ forse non avremmo mai indossato tanti cappelli. Ogni persona ha modi diversi di relazione ma se cerca la propria messa a fuoco vivrà sempre in coerenza con sé stesso e con gli altri. Solo così potremo sentire qualcuno che ci dice: “Sai? Mi fa piacere constatare che sei sempre te stesso!”. Questo sarà l’antidoto anche di molte nevrosi. ADN