La non-sostenibilità della moda, un nodo da sciogliere

scritto da il 14 Maggio 2020

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In un momento ancora molto critico per il comparto moda a livello mondiale, tra fatturati in drastico calo, negozi ancora chiusi, fallimenti di grandi catene, enormi giacenze e l’incognita del comportamento dei consumatori alla riapertura dopo il lockdown, stanno venendo al pettine tanti nodi di questo settore che sembravano difficilissimi da sciogliere prima della pandemia da Covid-19. Proprio i drastici mutamenti dovuti al coronavirus stanno costringendo operatori, aziende, distributori e organizzazioni a riflettere su quali nuove pratiche adottare, per l’immediato ma anche in prospettiva, con un obiettivo che accomuna tutti: rendere tutto il sistema più sostenibile e circolare.

Molte realtà si muovono già da anni per perseguire e incoraggiare un approccio verso la moda più ragionato, consapevole e responsabile. Ne è un esempio la onlus Mani Tese, e il suo articolato progetto chiamato ‘CambiaModa: dalla fast fashion ad una filiera tessile trasparente e sostenibile’. Tra le diverse iniziative promosse, l’Edizione 2020 del Premio Mani Tese per il Giornalismo Investigativo. Un contest giornalistico lanciato nel marzo scorso e realizzato con il contributo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Svilupp (AICS).

premio-giornalismo-investigativo-mani-tese-2018Mentre l’edizione 2019 aveva portato alla realizzazione dell’inchiesta“Amazon, uno smaltimento al di sopra di ogni sospetto – Dalla distruzione di massa dei beni invenduti a una nuova economia circolare”, il tema del contest del 2020 riguarda l’impatto dell’industria dell’abbigliamento sull’ambiente e sui diritti umani. Perché dobbiamo poter “conoscere il mondo in cui viviamo, il valore e le conseguenze di ogni scelta, personale e collettiva, i meccanismi che si celano dietro i nostri consumi nel comparto moda, in Italia ma anche nei Paesi terzi in cui si articola la filiera globale del tessile”.

Con 300 milioni di lavoratori impiegati lungo tutta la filiera, l’industria dell’abbigliamento rappresenta uno dei principali settori produttivi e di impiego a livello globale. Mentre negli ultimi 15 anni il numero dei capi di abbigliamento prodotti è quasi raddoppiato, si è nel frattempo ridotto il tempo di utilizzo medio. Con un conseguente spreco (tra indumenti quasi mai indossati o mal riciclati) di circa 500 miliardi di dollari annui.

Non solo: è aumentato l’inquinamento dovuto a sostanze rilasciate dai vestiti nell’ambiente. Si calcola che sia di circa mezzo milione di tonnellate la quantità di microfibre rilasciate negli oceani ogni anno: l’equivalente di oltre 50 miliardi di bottiglie di plastica. Dal punto di vista sociale l’industria della moda è una di quelle maggiormente esposta al rischio di forme di schiavitù moderna. E come riporta ancora Mani Tese, “sono in particolare le donne, largamente impiegate come manodopera, a subire violazioni, molestie e discriminazioni salariali di genere“.

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E’ proprio per l’insostenibilità dell’intero sistema che va incentivato un cambio di atteggiamento anche da parte dei consumatori. Cosi Il progetto CambiaModa ha promosso ad aprile anche un’iniziativa rivolta agli studenti.  Partendo dall’osservazione del proprio guardaroba, gli studenti del Liceo Carducci di Milano sono stati invitati a pensare a come rendere la moda più sostenibile, consapevole ed etica. Ad esempio, come reinventare il viaggio di una t-shirt di cotone rispettando tre criteri: il rispetto dei diritti umani, la soste12nibilità e la durevolezza.

Ma come contribuire più profondamente ad una maggior consapevolezza tra i giovani? Coinvolgendo i docenti e gli educatori della scuola secondaria di primo e secondo grado nel portale interattivo di CambiaModa e collaborare per una co-creazione di percorsi innovativi di educazione civica, a partire appunto dal tema della moda. Il che tra l’altro si inserisce perfettamente come tematica interdisciplinare per percorsi educativi e di sensibilizzazione sui temi della sostenibilità promossi dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.