Siamo tutti un po’ Geppetto? La lezione di Collodi ai genitori di oggi

scritto da il 16 Gennaio 2020

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Mi sono avvicinata per la prima volta a Pinocchio da bambina, guardando il film a episodi di Comencini, dopo aver letto e riletto la sua storia nel mio libro di fiabe.

L’incontro con Pinocchio, lo devo ammettere, per me era ogni volta una sofferenza: stavo in ansia tutto il tempo, seguivo con il fiato sospeso le sue scorribande e più di tutto mi arrabbiavo moltissimo perché faceva soffrire e tribolare il suo babbo. Oddio e adesso cosa combinerà! Che ingrato! Che sciocco! Egoista, incosciente e irrispettoso! Più lo rileggevo e meno lo sopportavo (il che la dice lunga sulla bambina che ero, più che su Pinocchio).

Rivisto nella versione di Matteo Garrone appena uscita nelle sale e, con l’occasione, riletto il libro nella versione integrale, non solo ho fatto pace con il burattino senza fili ma ho anche riscoperto la raffinatezza e l’attualità del racconto scritto da Collodi a fine 800.

Le Avventure di Pinocchio può essere considerato il primo libro di psicologia dell’età evolutiva, quando ancora questa disciplina non esisteva. Nel saggio che si nasconde dentro la “bambinata” – come Collodi aveva definito il romanzo – non si ricostruiscono solo i processi mentali e di pensiero dei bambini, il progressivo modificarsi delle capacità cognitive, l’emergere del giudizio morale, il passaggio dall’irresponsabilità alla capacità di impegnarsi ad orientare il proprio futuro. Si offre anche un interessante spaccato sulla genitorialità, con spunti di grande attualità.

Numerose sono le analogie tra Geppetto e i genitori d’oggi. Pinocchio è un figlio desiderato, nasce per essere un balocco “maraviglioso”, che suscita stupore e arriva quando il falegname è in età non più giovane. Geppetto lo ama di un amore sincero, indiscusso e volto al sacrificio di sé: si priva della giacca e resta al gelo per comprargli l’abbecedario, va in prigione per lui, lo cerca in lungo e in largo, fino a farsi inghiottire da un pesce-cane.

Geppetto offre al figlio una comprensione indiscussa e assoluta, che si accompagna però ad una generale difficoltà ad arrabbiarsi, a definire regole e limiti. Sempre pronto a cedere, come nell’episodio delle pere: “Io non mangerò mai una frutta che non sbucciata, le bucce non le posso soffrire”, dice Pinocchio e “quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino e armatosi di santa pazienza sbucciò le tre pere”. Per Geppetto il burattino prova tenerezza, si preoccupa per lui, ma ha anche bisogno di autorevolezza. “Senti, io non sono convinto – risponde Pinocchio a Lucignolo che lo invita nel paese dei Balocchi – e poi il mi babbino starà in pensiero… poi se vengo al paese dei Balocchi la fatina si arrabbia…”. 

Eccessiva accondiscendenza ed esasperato sacrificio, a lungo andare, si rivelano  un’arma a doppio taglio. A furia di correre dietro al suo figliolo, Geppetto appare spesso esausto e sofferente: troppo stanco per riuscire ad accompagnarlo fin dentro la scuola, come confessa a mastro Ciliegia, senza energie per organizzare la fuga dal pesce-cane. Un esagerato sacrificio di sé conduce verso una pericolosa inversione di ruoli: nel ventre del pesce-cane è Geppetto ad essere salvato dal figlio.

Ma dove un genitore da solo non arriva, sembra dirci Collodi, può intervenire una comunità. La grandezza dello scrittore, sempre ironico e mai pedante anche nell’affrontare gli aspetti pedagogici, sta dunque soprattutto nell’aver colto il significato di “coralità educativa”. Pinocchio è figlio del progetto educativo di Geppetto, del Grillo e della Fata. Lo stesso Mangiafuoco offre il suo contributo:E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo…”. Accanto a loro tanti altri animali: il merlo che avverte il burattino di non dar retta ai cattivi compagni, il granchio che lo incita a smettere di litigare, la lucciola (“la fame non è una buona ragione per potere appropriarsi la roba che non è nostra”), la marmottina che decreta che tutti i ragazzi svogliati che passano le giornate in balocchi “debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari”.

Dov’è oggi questa pluralità? Continuo a vedere mamme e papà – soprattutto le prime – sopraffatti dal peso della quotidianità, iperresponsabilizzati (“siamo noi ad averli voluti e noi a doverli educare”), fortemente autocritici davanti ad ogni piccolo errore, proprio o altrui, non abbastanza consapevoli dell’importanza educativa di insegnanti, familiari, amici, vicini di casa (che non si conoscono neanche più), allenatori, libri, animali domestici. Genitori sempre più soli, in società sempre più individualiste e pervase dalla paura. 

Le Avventure suggeriscono che un bambino non ha bisogno di iperprotezione e ipercontrollo, oggi così diffusi. Pinocchio colleziona errori, imbastisce scuse che non reggono e pentimenti da un secondo, esprime buone intenzioni e subito dopo le contraddice commettendo nuovi errori, va ostinatamente a caccia di rischi, affronta di petto ciò che gli è estraneo e incomprensibile. Per crescere, sembra dirci Collodi, abbiamo bisogno di scorrazzamenti, di esplorazioni, di riti e di prove; di sapere che il mondo è abitato anche da truffatori e da giudici che mettono in galera gli innocenti. 

Ma affinché i genitori possano trovare un migliore equilibrio tra il proteggere (che, se eccessivo, limita un’esplorazione sana e vitale) e il lasciare andare, è necessario ricostruire attorno al bambino una comunità protettiva.

Solo un coro di figure di riferimento può sostenere il carico della semina educativa, affrontare con pazienza la fatica dell’attesa, guardare avanti e nutrire un’incrollabile fiducia in Pinocchio, nel bambino buono che sarà. Non cessando mai di credere, neppure per un istante, che “ciò che tarda avverrà”. 

Ultimi commenti (2)
  • Michela |

    Grazie per questa riflessione che sento vicina e attuale

  • Paola Fusani |

    Ho sempre adorato Pinocchio ,non so le volte che da bimba mi sono fatta leggere le sue avventure.Durante la lettura sognavo di essere ogni volta un personaggio della storia ,la mia preferita era la fata turchina che nel mio libro era disegnata in modo fantastico.Con il crescere ho notato che spesso ,nel fare esempi ,citavo fatti o personaggi del libro perché ognuno rappresenta perfettamente qualcosa.Ora ,da insegnante adulta spesso dico ancora ai miei alunni di trovarmi nel ruolo del grillo parlante …e gli nomino Lucignolo e il paese dei balocchi perché questi giovani sono spesso fragili ed attratti da tanti menzogneri come il gatto e la volpe e da paesi di balocchi evanescenti.Si ,Lorenzini ha scrittto un capolavoro che dovremmo sempre considerare e che si presta a mille similitudini e metafore.Ricordo ancora l’espressione di una mamma di un mio alunno quando le citai Geppetto per sollecitarla a comprare i libri al proprio figlio.Una donna ben curata molto senza problemi economici ma un po’ latitante nel ruolo di madre….le dissi “non le dico di vendersi la giacca come Geppetto per acquistate l’abcedario,ma ma si sbrighi!”.L’effetto fu fulmineo compró tutti i libri e diventó un genitore presente ed assiduo …..