Tempi lunghi e sentenze ‘light’: la tutela delle donne vittime di violenza e gli scogli giudiziari

Statue of justice

Le norme ci sono e sarebbero efficaci. Quello che non funziona è la loro applicazione. E’ questa la posizione di legali, magistrati, associazioni ed esperti sull’impianto normativo dei casi di violenza di genere e violenza domestica. Un’applicazione troppo spesso carente, non puntuale, che ha gravissime conseguenze sulla vita delle vittime. Ritardi nelle indagini, poca consapevolezza delle dinamiche insite nel circolo della violenza contro le donne, scarsa formazione, vittime che dopo la denuncia non sono messe in una situazione di sicurezza o non sono seguite nel corso dell’iter, sentenze che minimizzano: sono queste le situazioni che mettono a rischio la vittima.

Ad affrontare il problema dell’applicazione delle norme nei procedimenti per i casi di violenza di genere è intervenuto il Consiglio superiore della magistratura (CSM): con una importante risoluzione del 9 maggio 2018 ha dettato linee guida precise sull’organizzazione degli uffici giudiziari e le buone prassi per la trattazione dei procedimenti in questo ambito, partendo da un’indagine sui tribunali e sulle procure: un monitoraggio durato un anno finalizzato a capire quale e se ci sia una specializzazione in materia, organizzazioni ad hoc per trattare i casi di violenza di genere, protocolli interni e direttive sui tempi di trattazione, anche con riferimenti ai rapporti con la polizia giudiziaria. Alla luce di tutti i dati raccolti, le linee guida del CSM dettano il corretto modus operandi sia degli uffici requirenti che giudicanti, sottolineando la necessità di competenze non solo giuridiche, con particolare attenzione alla formazione. Inoltre, la delibera mette in evidenza – richiamando anche la Convenzione di Istanbul – che i casi di violenza di genere dovranno essere trattati come prioritari, per assicurare una trattazione celere, oltre a sottolineare la complessità del fenomeno, raccomandando che venga affrontato su molteplici piani, complementari a quello giurisdizionale che, se isolato, rischia di essere non risolutivo.

Se le linee guida del CSM fossero applicate in maniera puntuale, concordano legali e associazioni, molte delle criticità che emergono nei procedimenti potrebbero essere superate. Certo, ci sono anche norme che possono essere migliorate e alcune proposte attualmente al vaglio delle Camere vanno in questa direzione. Per esempio, mette in evidenza Nicoletta Parvis, avvocata penalista, esperta di reati contro le donne e i minori, «mancano strumenti per la messa in sicurezza di quelle donne maltrattate o minacciate che non versano in casi di gravità tale da potere o volere direttamente ricorrere a strutture protette», ma che sono comunque in pericolo. Anche per Elena Biaggioni, legale della rete di avvocate dei centri anti violenza D.i.Re., «non bisogna pensare che esistano solo i casi ad altissimo rischio. Si legifera solo su questi, e quelli che non lo sono restano lasciati a se stessi. Ma sono la maggioranza e possono diventare ad altissimo rischio se non si interviene subito».

Altro punto su cui tutti gli attori sono concordi e che il CSM stesso mette in evidenza, così come fa il piano nazionale anti violenza, è la necessità della specializzazione non solo delle forze dell’ordine ma anche dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti, dei legali e dei consulenti. «A volte – racconta Sabrina Pagliani, avvocata della Casa delle donne di Bologna – le vittime che decidono con fatica di denunciare si ritrovano davanti persone che non le comprendono, ‘ signora – mi è capitato di sentire – vada a casa e metta le cose a posto con suo marito’». Le conseguenze di una mancata conoscenza del fenomeno della violenza di genere sono gravissime: la tenuità delle condanne rispetto a impianti probatori anche molto corposi è uno dei problemi che emerge più spesso dall’analisi degli iter processuali nei casi di violenza di genere. «I dati mostrano che il tasso di condanne è basso – dice l’avvocata Biaggioni – e soprattutto condanne non gravi, tantissime a pena sospesa». L’avvocata Pagliani sottolinea che spesso «al maltrattante non succede niente, soprattutto se è al primo reato. Colpiscono tutte quelle sentenze che partono da denunce pesantissime e arrivano magari a una sentenza per lesione, con un forte ridimensionamento del caso in aula». Non solo: se la donna non è adeguatamente supportata, può non farcela a reggere psicologicamente le implicazioni e le conseguenze di un processo.


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