Moda etica e sostenibile: storia di Amorilla, un’italiana a New York

scritto da il 18 Dicembre 2018

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The true cost: qual è il vero costo degli abiti che indossiamo? Nel 2015 un documentario del regista statunitense Andrew Morgan ha provato a rispondere a questa domanda. Girato tra le passerelle dell’alta moda e i sobborghi sparsi per il mondo in cui i grandi marchi producono le proprie collezioni, il docufilm svela il fortissimo impatto umano e ambientale della moda. Soprattutto della cosiddetta fast fashion, quella delle grandi catene internazionali, capace di sfornare anche cinquanta collezioni l’anno.

camilla_italySe la visione di questo documentario ha aperto gli occhi a molti consumatori, per alcuni ha comportato un cambiamento decisamente radicale. È il caso di Camilla Mendini, creatrice del marchio Amorilla. Camilla è una graphic designer emigrata a New York nel 2015. Alle spalle esperienze poco entusiasmanti da freelance in Italia, di quelle in cui la libertà di “libera professione” si traduce con la revoca di tutte le commesse alla notizia di una gravidanza. Alle spalle ha anche un periodo di lavoro in Australia, sempre da freelance, dove ha potuto sperimentare tutt’altro approccio con la libera professione. Per questo, incinta del secondo figlio, non teme di trasferirsi col marito negli Stati Uniti. Qui comincia a prendere le misure della sua nuova vita aprendo un canale YouTube in cui, semplicemente, narra la propria vita da expat. I documenti, le scoperte, cercare una casa, cercare un lavoro. È in questo periodo che incontra The true cost, e nei suoi video comincia a prendere sempre più spazio la narrazione sulla moda sostenibile. Camilla studia, legge, fa ricerca, incontra piccoli produttori e designer di marchi artigianali e ne racconta la storia. Le sue idee si fanno sempre più chiare.

camilla_india“La sostenibilità” racconta ad Alley Oop, “riguarda moltissimi aspetti, ad ogni livello della catena di produzione. Se parliamo di condizioni dei lavoratori, per esempio, non si tratta solo di quelle degli operai all’origine del capo, ma anche dei commessi nei punti vendita. Per quanto riguarda il capo, è importante anche quello che succede dopo l’acquisto: la vita, la durata, lo smaltimento. Ad esempio, nel caso dei tessuti realizzati in plastica riciclata, bisogna chiedersi come questa viene processata. Se nel lavaggio vengono rilasciate microplastiche nelle acque. Se si usa molta energia per creare la fibra. Le variabili sono infinite ed è difficile, va valutato caso per caso. In alcuni Paesi la certificazione bio è troppo costosa da sostenere per i piccoli produttori di cotone, e devono rinunciarvi anche quando di fatto lo è. La cosa fondamentale, oggi, è aver aperto una breccia nella consapevolezza del consumatore, perché lui solo ha il potere di spingere verso un’inversione di rotta”.

camilla_italy02Certo non si può pretendere che il consumatore abbia su di sé tutta la responsabilità e che ogni sua scelta sia eticamente orientata. Continua Camilla: “Il messaggio sembra essere ancora di nicchia, ai pochi che si impegnano viene richiesto di essere come dei santi. Ma il cambiamento ci riguarda tutti, perché dieci santi non cambiano il mondo. Molti che fanno piccole cose lo cambiano”.

Da queste riflessioni nasce la storia di Amorilla. Un progetto in cui Camilla ha reinvestito le sue competenze di designer. L’idea è di creare delle capsule collection a tema, ognuna con lo scopo di celebrare e ripercorre una precisa tradizione tessile, nel luogo stesso in cui è nata. Partendo da un tessuto, una tecnica di stampa, un ricamo particolare di un Paese, ogni collezione viene realizzata interamente in un diverso angolo del mondo, lavorando con artigiani e sarti locali.

tessutoindiaLa prima, ad esempio, è stata realizzata in India, nel Rajasthan, usando un’antica tecnica di stampa con blocchi di legno intagliati a mano. Il Khadi, un cotone biologico indiano che Gandhi aveva eletto simbolo dell’indipendenza economica, è il tessuto scelto per realizzare gli abiti. “Sostanzialmente quello che mi piace fare è studiare una tradizione artigianale, e renderla mia attraverso le mie grafiche, la mia estetica. Mastico una tradizione e la rendo al 90% sostenibile ed etica. Perché non al 100%? Perché vendo online, uso un corriere, l’aereo, non ho un negozio locale. Il 100% ha un prezzo e il mercato non è ancora pronto”.

stampaindiaPer la seconda collezione Camilla è tornata in Italia: la stoffa è filata nel Comasco mischiando fibre naturali di canapa e di lana di Yak. La lana di yak è morbida come il cashmere ma più duratura, e soprattutto è la più sostenibile di tutte: si raccoglie dopo la caduta spontanea del pelo dagli animali, sui rovi dove rimane impigliata, senza nessun impatto per l’animale stesso. I capi sono poi stati realizzati a mano e a macchina da sarte veronesi. “Quaranta o cinquanta anni fa la norma era avere capi sartoriali su misura, un abito della domenica e poco altro per la quotidianità. Gli abiti erano più resistenti, tanto che sono arrivati fino a noi oggi creando il concetto di vintage. Fra cinquant’anni cosa resterà dei nostri top e camicette a cinque euro? Lo shopping è appagante, difficile non comprare. Ma un armadio si fa più sostenibile anche solo comprando molto meno, solo quello che serve”.

I nuovi marchi, i designer emergenti, campagne come #whomademyclothes stanno creando un impatto a cui l’industria della moda non può rimanere indifferente. Stanno offrendo delle alternative, creando consapevolezza. Secondo uno studio dell’agenzia McKinsey, l’innovazione responsabile è uno dei megatrends del settore moda per i prossimi dieci anni. La strada è aperta.

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Ultimi commenti (2)
  • Emilia Paolicelli |

    Un’alternativa possibile è quella di utilizzare materiali di scarto per creare nuovi accessori, allungando così la vita di materiali che è necessario produrre ma che non necessariamente devono finire in discarica. Noi ci stiamo provando con Meraky. http://www.merakydesign.com

  • MAURIZIO BISCONTINI |

    da 7 anni promuovo la trasposizione dell’arte contemporanea nel mondo della moda e dei relativi accessori, mediante la creazione di una rete e di una filiera che metta in comunicazione artista industria tessile e conciaria con un artigianato 4.0 diffuso. vedi http://www.facbook.com/pitsart e http://www.facebook.com/maurizio.biscontini – la circolazione dell’innovazione potrà portare molto giovamento all’economia italiana. Occorre accendere l’illuminazione ai manager delle grandi firme e promuovere attività locali