Dirigenti e titolo di studio: in Italia un uomo senza laurea supera una donna laureata

Quest’anno il Parlamento europeo dedica la Settimana dell’uguaglianza di genere (3-8 novembre) al ruolo delle donne in posizioni dirigenziali per promuovere il cambiamento e ispirare le nuove generazioni. Nel nostro Paese, su questo fronte, ci sono ampi spazi di miglioramento, perché il problema non è soltanto la scarsità di donne dirigenti, ma anche il fatto che il titolo di studio ha un peso molto diverso nell’accesso al ruolo a seconda del genere. Una donna laureata, infatti, ha minori probabilità di essere dirigente di un uomo senza laurea, e nei rari casi in cui ottiene la posizione dirigenziale guadagna ogni mese oltre 3.000 euro meno dei suoi colleghi. Il gender pay gap è il più grande tra tutti i Paesi europei (36%).

La retribuzione dei dirigenti

I dirigenti italiani sono i più pagati d’Europa: la loro retribuzione media sfiora gli 8.000 euro lordi al mese (Figura 1); il genere maschile sale a 8.966 euro, le dirigenti scendono a 5.781 euro. Il gender pay gap è pari al 36%, il più grande tra tutti i Paesi europei (Figura 2).

I dirigenti italiani sono però una specie rara: in nessun altro Paese la quota di dirigenti sul totale dei dipendenti è così bassa come nel nostro Paese (Figure 5 e 6).

La difficoltà di accedere alle posizioni dirigenziali in Italia emerge solo per i laureati e solo per l’occupazione dipendente, e vale sia per gli uomini sia per le donne.

Figura 1 – Retribuzione media mensile lorda dei dirigenti nei Paesi europei a parità di potere d’acquisto. Elaborazioni su dati Eurostat[1]

Figura 2 – Gender pay gap – Retribuzione media mensile lorda dei dirigenti nei Paesi europei a parità di potere d’acquisto. Elaborazioni su dati Eurostat SES.

Pochi dirigenti sul totale degli occupati

I dirigenti italiani sono però una quota piuttosto limitata degli occupati (Figura 3).

Questo dato è spesso interpretato come conseguenza di una struttura produttiva che nel nostro Paese è composta in gran parte da piccole imprese, dove le posizioni dirigenziali sono molto limitate.

Figura 3 – Quota % di dirigenti sul totale degli occupati nei Paesi europei. Elaborazioni su dati Eurostat

I dirigenti nell’occupazione indipendente

La disaggregazione dei dati per posizione professionale evidenzia però che la differenza rispetto alla media europea non emerge tra gli occupati indipendenti (datori di lavoro di sé stessi o di altri); in questo ambito, infatti, la quota di dirigenti nel nostro Paese è uguale alla media per la componente maschile (14%) e di un punto sopra la media per la componente femminile: 10% come in Germania, Francia e Spagna (Figura 4). L’accesso al ruolo dirigenziale tra i datori di lavoro è dunque sostanzialmente in linea con il resto d’Europa.

Figura 4 – Quota % di dirigenti sul totale delle occupate indipendenti nei Paesi europei. Elaborazioni su dati Eurostat

I dirigenti nell’occupazione dipendente

La quota di dirigenti in Italia scende invece fino all’ultima posizione della graduatoria europea nel lavoro dipendente, sia per la componente maschile sia per quella femminile (Figure 5 e 6).

Figura 5 – Quota % di dirigenti sul totale dei dipendenti nei Paesi europei. Uomini. Elaborazioni su dati Eurostat

Figura 6 – Quota % di dirigenti sul totale delle dipendenti nei Paesi europei. Donne. Elaborazioni su dati Eurostat

La difficoltà è ancora più evidente tra le donne più giovani (under 40) che in Italia hanno maggiore difficoltà ad ottenere una posizione dirigenziale rispetto alle coetanee europee.

In Europa, inoltre, la quota dei dirigenti aumenta nel tempo, come se un numero crescente di ruoli apicali fosse necessario per gestire la complessità crescente del sistema produttivo; in Italia invece accade il contrario, e il divario con l’Europa aumenta.

La dimensione delle imprese ha sicuramente un ruolo nella spiegazione della quota di dirigenti sul totale dei dipendenti perché in tutti i Paesi la stragrande maggioranza dei dirigenti lavora in unità locali con più di 10 addetti, ma i dati relativi al nostro Paese mostrano che anche in questo ambito non siamo così distanti dalla media europea da giustificare l’ultima posizione in classifica della quota dei dirigenti: lavorano in imprese con 10 e più addetti il 76% dei dipendenti in Italia contro il 79% della media europea (Figura 7); la Spagna è due punti percentuali sopra di noi (78%), ma le dirigenti sono il doppio (2,4% invece di 1,2%).

Figura 7 – Quota % di dipendenti che lavorano in imprese con 10 addetti e più. Elaborazioni su dati Eurostat

Il ruolo del titolo di studio

La difficoltà di accedere alle posizioni dirigenziali in Italia riguarda soprattutto i laureati (Figura 8). Mentre tra i non laureati la quota di dirigenti è sostanzialmente identica a quella europea (3,5% contro 3,4%), tra i laureati il divario è molto ampio: 4,6% contro l’8,5% della media europea.

Figura 8 – Quota % di dirigenti su totale degli occupati con e senza laurea. Elaborazioni su dati Eurostat.

Le imprese piccole assumono pochi laureati in Italia

Anche nel caso dei laureati la dimensione aziendale contribuisce a spiegare la posizione in classifica del nostro Paese, dal momento che nelle piccole imprese italiane lavorano pochi laureati, ma resta da capire perché questo sia vero nel nostro più che in ogni altro Paese (Figura 9): in media europea, infatti, la quota di laureati nelle piccole imprese è il doppio della nostra, in Francia e Spagna raggiunge il 35% contro il nostro 14%.

Figura 9 – Quota di laureati sul totale dei dipendenti che lavorano in imprese con meno di 10 addetti. Elaborazioni su dati Eurostat.

Una anomalia del caso italiano

In generale, la laurea aumenta la probabilità di un occupato di essere inquadrato come dirigente, sia in Italia sia in media europea; la disaggregazione dei dati per genere evidenzia però una anomalia del nostro Paese: un uomo non laureato ha probabilità maggiori di una donna laureata di essere dirigente: 4,3% contro 3,1% (Figura 10).

Nel contesto europeo ci sono solo altri due Paesi (Croazia e Paesi Bassi) nei quali si osserva una situazione simile a quella italiana, in cui il titolo accademico della componente femminile viene superato nell’abbinamento alle posizioni apicali dall’anzianità di servizio o da dinamiche di promozione indipendenti dal titolo di studio della componente maschile. Tra le possibili spiegazioni vi sono il fatto che l’occupazione femminile italiana è ancora troppo concentrata nelle professioni più tradizionali, come l’impiegata e l’insegnante, e l’eventualità che l’anzianità e la presenza continuativa in azienda funzionino come indicatori informali delle competenze che prevalgono sul segnale derivato dal titolo di studio.

Figura 10 – Quota di dirigenti sul totale degli occupati per titolo di studio e genere in Italia e in media europea. Elaborazioni su dati Eurostat.

Conclusione

In Italia il titolo di studio non sembra garantire alle donne lo stesso vantaggio che offre agli uomini nell’accesso alla dirigenza. La laurea aumenta le possibilità di raggiungere posizioni apicali per entrambi i generi, ma il divario tra uomini e donne laureati è particolarmente ampio nel nostro Paese. Il fatto che un uomo senza laurea abbia maggiori probabilità di essere dirigente di una donna laureata è un segnale della difficoltà del nostro mercato del lavoro a riconoscere e valorizzare il capitale umano delle donne.

Ogni anno il Parlamento europeo celebra la Settimana dell’uguaglianza di genere per fare il punto sui risultati conseguiti e individuare nuove misure per garantire l’uguaglianza di genere. Il tema di quest’anno è proprio sulla leadership femminile e su come le donne in posizioni dirigenziali plasmano il cambiamento e ispirano la prossima generazione di leader. Un impegno non da poco per il nostro Paese.

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[1] Eurostat, Structure of Earnings Survey 2022. Retribuzione media mensile lorda degli occupati dipendenti a parità di potere d’acquisto (PPS). La rilevazione quadriennale esclude gli occupati del settore agricolo e le imprese con meno di 10 addetti. La retribuzione è al lordo di detrazioni fiscali e contributi previdenziali a carico dei lavoratori trattenuti dal datore di lavoro.