
Cos’è la violenza economica? Dietro quali convenzioni si nasconde? Quali luoghi comuni la alimentano? A rispondere sono i dati: per più di 6 persone su 10, in Italia, non è violenza economica chiedere al proprio partner di rinunciare a opportunità professionali, per il 64% non è violenza economica scoraggiarlo/a all’acquisire nuove competenze né fare pressione affinché riduca il proprio impegno lavorativo (66%). Eppure, ognuna di queste limitazioni è, di fatto, un freno alla crescita e all’indipendenza, sopratutto femminile. La rinuncia alla promozione, non a caso, viene riconosciuta con certezza come violenza dal 44% delle donne e solo dal 34% degli uomini.
I dati arrivano dall’indagine dell’Osservatorio D, realizzata con SWG e presentata il 3 novembre alla Camera dei Deputati con l’intervento della ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità Eugenia Roccella in occasione del lancio del terzo volume di “Dal silenzio all’azione”, la collana avviata da Valore D nel 2024. La pubblicazione, dedicata alla violenza economica, nasce quest’anno dalla collaborazione con Global Thinking Foundation e completa, di fatto, l’identikit di un Paese in cui ancora oggi il 37% delle donne non dispone di un conto corrente intestato a proprio nome (dati Episteme), in cui il 22% vive in condizioni di dipendenza economica (Osce) e in cui solo una donna su quattro è in grado di prendere decisioni finanziarie in autonomia (Ipsos).

Il controllo sulle spese correnti
Fare luce sui molti volti della violenza economica è cruciale per ridurre la vulnerabilità, riconoscere i segnali di abuso finanziario e favorire scelte consapevoli per proteggere il proprio benessere economico. Spesso, infatti, molte manifestazioni legate al denaro faticano a essere riconosciute. Il 47% non considera violenza dover giustificare ogni spesa al partner o mostrare gli scontrini, per il 52% non è violenza escludere la propria compagna (o compagno) dalle decisioni economiche della famiglia; per il 43% non è violenza neanche contrarre prestiti a nome del partner o costringerlo/a a sottoscriverli.
Gestire gli acquisti di casa, del resto, non significa necessariamente avere voce sulle risorse della famiglia: si può essere responsabili delle spese quotidiane e restare escluse dalle scelte su risparmi, investimenti, patrimonio e previdenza. E il controllo può continuare anche dopo la separazione, attraverso la sottrazione di risorse o il mancato rispetto degli impegni economici, utilizzati come strumenti di pressione.
Appena il 18%, infatti, ritiene che la violenza economica sia riconosciuta in tutte le sue forme. Una difficoltà che investe tanto chi osserva quanto chi vive una relazione in cui il controllo viene progressivamente normalizzato. Per questo, la stessa commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ha dedicato al tema una relazione, approvata all’unanimità, che definisce la violenza economica «una delle manifestazioni più pervasive della violenza di genere».
Semenzato: ora normale la violenza economica
«Ho voluto fortemente nella commissione che presiedo un filone di inchiesta dedicato alla violenza economica di genere, per accendere i riflettori su un abuso ancora poco riconosciuto», ha sottolineato la presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, Martina Semenzato. «Al passo storico raggiunto in commissione ora dobbiamo affiancare il lavoro ulteriore in Parlamento, servono norme. È importante normare la violenza economica e dare un inquadramento normativo autonomo e specifico nel Codice penale. Inserire nel Codice penale, in particolare nella formulazione del reato di cui all’art. 572 codice penale (maltrattamenti in famiglia), il concetto di “violenza economica” quale modalità di integrazione del reato, codificando un indirizzo della giurisprudenza di legittimità ancora poco diffuso tra i giudici di merito. È una priorità riconoscere giuridicamente la natura coercitiva del controllo economico, che limita la libertà della vittima: introdurre la fattispecie autonoma di “controllo coercitivo” volta a punire la condotta di monitoraggio ossessivo del partner anche in relazione alle spese familiari di minimo importo».
Il 9 ottobre Semenzato ha presentato alla Camera una proposta di legge (AC 3136) su “Introduzione dell’articolo 572 ter del Codice Penale in materia di controllo coercitivo nei confronti di familiari e conviventi”. «Mi sento di rappresentare un movimento che esce, sul tema della parità di genere, dalla guerra culturale permanente, che esce dalla strumentalizzazione politica e parla invece di stabilità, responsabilità e collaborazione istituzionale», ha aggiunto.
Il denaro è ancora un tabù
Parlare di denaro è un terreno spesso scivoloso: il 58% delle donne percepisce investimenti e finanza come argomenti fuori dalla propria portata, il 12% di tutto il campione non si sente a proprio agio nel parlare di soldi, quota che sale al 14% tra le donne. Chi ne parla lo fa soprattutto con il partner (58%) e con la famiglia di origine (46%): solo il 31% ne discute con amici e conoscenti, il 21% con professionisti o consulenti e appena il 10% con colleghi o responsabili sul luogo di lavoro. Le donne, in particolare, tendono a parlare più frequentemente di denaro all’interno della famiglia, in particolare con figli e nipoti (39% contro il 29% degli uomini), mentre gli uomini si confrontano maggiormente con professionisti.
Roccella: non solo soldi, ma potere e controllo
«La violenza economica non ha a che fare solo con il denaro, ma anche con la dimensione del potere, del controllo», ha osservato la ministra Roccella. «È una forma di violenza molto diffusa che spesso accompagna e anticipa le manifestazioni più evidenti. Si tratta di un tema di cui il nostro governo si è occupato fin dall’inizio, costruendo e alimentando un percorso di emergenza, protezione ed empowerment per le donne: dal sostegno immediato, ad esempio attraverso il reddito di libertà che abbiamo potenziato e reso strutturale, fino all’empowerment e all’inserimento lavorativo, alla possibilità di ricostruire la propria autonomia, di realizzare le proprie aspirazioni. È un lavoro che stiamo portando avanti a livello istituzionale ma anche promuovendo un lavoro di squadra, con il microcredito, il mondo bancario, l’associazionismo e tante altre realtà».
Il nodo scoperto del lavoro
La fragilità dell’autonomia economica femminile emerge anche dai dati sull’occupazione. In Italia, nel secondo trimestre del 2026, lavora il 54,8% delle donne tra i 15 e i 64 anni, contro una media europea del 67% (Eurostat). Per molte il part-time rappresenta una soluzione obbligata dalla difficoltà di conciliare lavoro e responsabilità di cura, con conseguenze sul reddito e sull’indipendenza finanziaria. Una vulnerabilità che può rendere più difficile sottrarsi a una relazione violenta: come rileva Istat, il 53,6% delle donne che subiscono violenza economica non dispone di un reddito personale e dipende dal sostegno dei familiari conviventi (La violenza contro le donne, 2025).
Ostacolare una carriera significa, di fatto, intervenire sul reddito presente, ma anche sulle opportunità future. Una rinuncia può ridurre le possibilità di avanzamento, una formazione mancata può rendere più difficile cambiare impiego, meno ore retribuite possono tradursi in minori risparmi e contributi. Quando queste decisioni vengono imposte, il risultato è una dipendenza che può consolidarsi nel tempo, spesso in modo progressivo e sibillino: spesso, infatti, ha inizio attraverso piccoli controlli e limitazioni apparentemente ragionevoli, presentati come forme di «protezione» o tutela, non richieste. E il luogo di lavoro è il primo contesto in cui intercettare i primi segnali di violenza economica: il 52% delle persone intervistate richiede infatti alle aziende un impegno maggiore, quota che sale al 56% tra le donne e al 60% tra i ceti più fragili.
Cosa possono fare le aziende?
Le misure giudicate più efficaci sono i canali di ascolto riservati (38%) e l’accredito dello stipendio su un conto intestato esclusivamente a chi subisce l’abuso, indicato dal 43% delle donne, misura proposta anche dalla relazione della Commissione parlamentare. Altre misure utili evidenziate da Valore D sono: disporre di una policy dedicata, formare manager e HR affinché riconoscano i segnali, introdurre misure di welfare economico-finanziario come la consulenza indipendente, prevedere permessi e flessibilità per chi affronta un percorso di uscita dalla violenza, senza perdere reddito, e potenziare la collaborazione con i centri antiviolenza. Un percorso che guarda a giugno 2027 quando l’Italia dovrà recepire la Direttiva europea 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica.
«La violenza economica nasce nelle relazioni familiari e affettive, e spesso nemmeno chi la subisce la riconosce. I suoi effetti, però, arrivano sul luogo di lavoro, ed è lì che possono essere intercettati», ha commwntato Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D. «I dati mostrano però un punto cieco: la pressione a rinunciare a una promozione, a nuove competenze, a ore di lavoro è proprio la forma che meno italiani riconoscono come violenza. Eppure le aziende hanno una leva che nessun altro ha: gestiscono la retribuzione. Possono accreditare lo stipendio su un conto intestato solo a chi lo guadagna, e garantire permessi retribuiti a chi sta uscendo da una relazione violenta. Non si tratta di entrare nella vita privata delle persone, ma di non voltarsi dall’altra parte quando quella vita arriva al lavoro. Nessuna azienda può farlo da sola: servono una rete tra imprese e alleanze con istituzioni, banche, centri antiviolenza e terzo settore, ciascuno con il proprio ruolo».
L’urgenza di accompagnare le organizzazioni
Il volume “Dal silenzio all’azione – La violenza economica. Dati, strumenti e strategie per costruire autonomia” prosegue il percorso avviato da Valore D nel 2024 con la policy contro la violenza di genere e nel 2025 con quella sulla violenza online, provando a offrire strumenti concreti per trasformare la consapevolezza in responsabilità.
«La Convenzione ILO n. 190 richiama il diritto a un mondo del lavoro libero dalla violenza e dalle molestie: alle imprese spetta contribuire a renderlo effettivo, costruendo ambienti sicuri, inclusivi e capaci di ascolto, con misure adeguate di prevenzione e sostegno. Questo percorso – ha evidenziato Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation – può anche rafforzare gli indicatori della certificazione della parità di genere, perché la parità non si misura soltanto nelle policy dichiarate, ma nella qualità delle azioni, nella formazione e nella capacità di monitorarne l’impatto. Il nostro intento comune è accompagnare le organizzazioni dal silenzio all’azione e fare del lavoro un presidio di autonomia, dignità e prevenzione».
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