
In tutto il mondo i ragazzi protestano. Lamentano costi della vita troppo alti. Gridano per il diritto a un’istruzione migliore per tutti. O marciano per denunciare la corruzione e la mancanza di presa di responsabilità di chi ha potere ma ne ha abusato.
Se è sbagliato ridurre ad un unico comune denominatore tutte le voci, abbastanza chiaramente la mobilitazione e il dissenso degli ultimi anni ha il volto della “no-future generation”. Quella tanto discussa GenZ che, scendendo in piazza, esprime tutta la sua frustrazione per il tradimento delle promesse con cui è cresciuta. Per quanto arduo, il percorso che gli hanno indicato sin da piccoli sembrava, quantomeno, raggiungibile. Studia, impegnati, lavora sodo e nel tempo potrai comprare casa, costruirti una famiglia. Permetterti (entro certi magari) spese impreviste, costi sanitari o assistenza nel caso di bisogno. E vivere dignitosamente in una condizione generale di relativa stabilità.
Senza troppo sforzo, è già molto chiaro che la loro realtà attuale e le prospettive per il prossimo futuro non potrebbero essere più differenti.
Non è nuova l’idea per cui la Gen Z sarebbe la prima a vivere peggio dei loro genitori. Anzi, secondo le evidenze di uno studio Pew Research Center del 2025, è particolarmente diffusa. Stando alle rilevazioni, il 57% degli interpellati già allora riteneva che i propri figli si troveranno a vivere condizioni finanziarie peggiori delle generazioni precedenti. Per come la situazione mondiale è andata complicandosi, tra il risveglio di molti conflitti, l’inasprirsi dei confronti internazionali e il susseguirsi di crisi economiche e climatiche, è difficile pensare che le cose siano nel frattempo migliorate.
La misura è colma. Da One Piece agli “scarafaggi”

Ecco allora che davanti alla sensazione di mancanza di futuro e ad aspettative quasi mai soddisfatte, da Parigi a Lisbona, ad Atene a San Paolo a Belgrado la voce della Gen Z si è alzata potente. La misura è colma. E se il fermento di una generazione frustrata si è acceso specialmente contro specifiche situazioni locali, non ci è voluto molto perché il movimento si trasformasse in una serie di ondate di protesta. Sarebbe però un errore leggere la cronaca degli ultimi tempi come a una tendenza globale unica. Certo il volto del dissenso oggi è quello dei ragazzi. Ma sono molteplici le premesse, le istanze di partenza, le storture contro cui puntano il dito. E i successi fino a ora ottenuti.
Proviamo a guardare all’evoluzione avvenuta, partendo dalle prime dimostrazioni che hanno suscitato l’interesse generale dei media mondiali un paio di anni fa. Uno dei primi esempi sugli altri è l’Indonesia. Qui nel giugno 2024 la manifestazione guidata dal movimento “studenti contro la discriminazione” ha portato alle dimissioni del governo della premier Hasina. E alla fine di un regime al potere da 15 anni.
A questa che è stata descritta come la prima rivoluzione della Gen Z, sono seguite poi le proteste in Nepal. Nel settembre 2025, il movimento degli studenti ha portato alla caduta del primo ministro e degli alti funzionari locali. In conseguenza di queste dimissioni si sono verificati due primati. Per la prima volta il Paese ha avuto una donna premier (ad interim per qualche mese). E poi, quando si sono tenute le nuove elezioni all’inizio di questa primavera, l’elezione del 36enne Balendra Shah, il più giovane capo di stato in carica al mondo.

Una caratteristica interessante ha accomunato le proteste a partire dal sud est asiatico. Presto le mobilitazioni di questi ragazzi, stanchi prima di tutto di non avere voce in sistemi di potere che li hanno tenuti ai margini, hanno attinto i loro simboli dalla cultura contemporanea. Segni di riconoscimento che sono diventati un po’ la definizione di un’appartenenza da sventolare in faccia a quegli adulti contro cui si manifesta. Tra tutti, particolarmente efficace è stato l’uso del Jolly Roger, la tipica bandiera dei pirati, per come è disegnata nel manga cult One Piece.
Scelta durante le prime proteste in Indonesia contro la corruzione dilagante nel Paese. Riconoscibile in un po’ tutto il mondo, l’emblema è stato però presto vietato da quello stesso potere contro cui i giovani indonesiani dimostravano. Il governo di Giacarta la riteneva un segnale di divisione e una minaccia alla sicurezza nazionale. Ma la conseguenza del divieto ha portato la bandiera a consolidare il suo ruolo simbolico anche fuori dai confini del Paese asiatico.
In tema di emblemi mutuati dalla cultura pop, è forse ancora più consequenziale dell’attualità la scelta dello scarafaggio come simbolo delle proteste in India. Diventato l’immagine mediatica del nuovo Janta Party, l’insetto è la diretta risposta alle affermazioni della Presidente della Corte suprema indiana che aveva paragonato i giovani disoccupati a degli scarafaggi (in inglese cockroaches). A prescindere dai termini con cui si identifica, il giovanissimo movimento, nato nel maggio di quest’anno, ha preso forma a partire dalla protesta contro la decisione del governo Modi di annullare i test di ammissione alle facoltà di medicina del Paese.
Nonostante la sua storia recentissima, il gruppo composto soprattutto da Gen Zers ha ottenuto un primo traguardo. In parte come successo in Nepal e in Bangladesh, in luglio, sono arrivate le prime dimissioni che hanno interrotto (per ora) le proteste. Dopo settimane di mobilitazione gli scarafaggi hanno dichiarato che il governo ha accolto le richieste. Mentre il ministro dell’istruzione Dharmendra Pradham ha annunciato su X il suo passo indietro (era accusato di presunte fughe di notizie riguardo a irregolarità nel sistema educativo).
Le strade e le piazze in Europa
Non è solo il continente asiatico a protestare con forza. Anche i giovani europei, come abbiamo visto nelle ultime settimane, sono scesi in strada in massa. Da Parigi a Barcellona da Roma ad Atene, le dimostrazioni hanno ovunque il volto degli studenti. Per quanto variano le richieste, il messaggio che è passato più forte è quello di una generazione tradita dal sogno di potersi costruire un futuro decoroso. A partire dalla richiesta di una scuola migliore.
Tra le altre, emblematiche sono state le dimostrazioni in Grecia dove accanto ai ragazzi delle superiori e agli universitari hanno preso le strade anche gli insegnanti e le federazioni dell’istruzione primaria e secondaria. Le richieste passavano da affitti più abbordabili a maggiori fondi per la scuola pubblica a classi meno affollate e migliori stipendi per il personale docente.
Sulle stesse linee anche le manifestazioni in Francia, purtroppo finite presto sui giornali più per le violenze scatenatesi che per i messaggi portati avanti dai giovani. Anche qui i temi della scuola, dei costi della vita e degli alloggi restano caldissimi. La nazione appare fortemente spaccata e mostra forti differenze tra aree. Da tempo infatti i social e i media tradizionali sono pieni di immagini che testimoniano condizioni limite di tanti istituti: acqua che entra dal soffitto quando piove; topi che corrono tra le aule. E classi, strapiene di alunni, i cui soffitti fatiscenti sono a rischio di crollo continuo.
Accanto alle richieste di scuole migliori, di maggior professori per alleggerire il sovraffollamento la protesta dei ragazzi si è estesa a riguardare anche il caro vita. Come è contemporaneamente successo anche in Italia, in Spagna e in Portogallo per esempio, questo ha portato ad allargare velocemente le manifestazioni e a coinvolgere anche gli adulti. Il peso di affitti inarrivabili, le spese sempre meno accessibili per un’istruzione di qualità vanno a gravare su una situazione economica generale sempre più difficile anche per le famiglie.
Dalle proteste in strada alle vittorie elettorali
Le piazze che si sono infiammate in giro per il mondo testimoniano un esercizio di libertà democratica importante (per quanto indubbiamente teso, visti i molti scontri con le forze dell’ordine registrati un po’ ovunque). In Asia come anche in Europa, dove la Gen Z è arrivata a mettere in discussione il potere. E anche, in alcune istanze, a influenzare direttamente il cambiamento.
Un esempio sugli altri, l’Albania, dove da tempo gli studenti guidano manifestazioni che chiedono le dimissioni del premier Rama. Il governo, descritto dall’attivista Arbër Lleshi in luglio come il più corrotto che il Paese abbia mai conosciuto, è tornato nell’occhio del ciclone per aver venduto un tratto di costa al genero di Trump. Se questo progetto di sviluppo turistico ha scatenato la “rivoluzione dei fenicotteri”, dagli uccelli che vivono nella riserva naturale concessa, le proteste contro il premier si sono ulteriormente allargate. Arrivando presto a includere le difficili condizioni in cui si trovano gli universitari.
Ad avere successo nello scardinare il potere consolidato, sono stati invece i giovani serbi. In un ottobre caldissimo per i movimenti di giovani e studenti, è storico il risultato delle ultime elezioni in Serbia. Qualche giorno il partito Studentska lista è risultato vincitore. Nato ufficialmente questo febbraio sulla scorta delle proteste dopo il crollo di una pensilina a Novi Sad nel 2024, il suo successo chiude un’era. La scelta degli elettori ha terminato il premierato di Alexander Vučić, primo ministro dal 2017 e da tempo accusato di essere uno degli strongmen (gli uomini forti al potere) e autocrate della politica europea.
Contemporaneamente alle elezioni in Serbia, anche dall’altra parte dell’Atlantico i giovani hanno fatto la differenza. In Brasile infatti pare sia stata proprio la loro mobilitazione a cambiare le previsioni elettorali di solo due settimane prima. All’indomani della prima tornata elettorale di inizio ottobre gli studenti erano scesi in piazza per protestare contro la possibile elezione di Flávio Bolsonaro, in testa al primo turno sul premier uscente Lula. A Rio de Janeiro, alcuni manifestanti riportati da Associated Press, avevano sostenuto: «combattiamo per il Brasile, non per Lula». E ancora «non abbiamo tempo di essere tristi, dobbiamo darci da fare, occupare le strade, inviare messaggi WhatApp, cercare di convincere la gente».
La vittoria che porta per la quarta volta nella sua carriera Lula al Governo carioca è dovuta anche (se non in particolare) a ondate di giovani attivisti che hanno festeggiato per le strade delle maggiori città alla rielezione del candidato della sinistra.
L’Italia tra le altre
Guardiamo velocemente all’Italia. Il bel Paese non è rimasto immune dal movimentismo internazionale. Nè ha evitato le conseguenze della violenza di alcune frange estremiste. Come altrove, da Roma a Milano a Torino sono stati i problemi della scuola a scatenare le proteste, soprattutto ma non esclusivamente. Le denunce? Edifici vecchi e male mantenuti, carenza cronica di insegnanti e costi della vita esorbitanti (che non sembrano poter calare nell’immediato) sia che si viva nella propria città o ci si trovi fuori sede. Ma anche la mancanza di possibilità di impiego e stipendi decorosi per chi sta completando oggi gli studi.
Da molti anni ormai le prospettive per chi si laurea appaiono sempre meno rosee. In molti casi si trovano al massimo lavori sottopagati, spesso non compatibili con la propia formazione. Oppure stage che al massimo coprono qualche spesa. Dilaga poi la precarietà che intanto allontana se non cancella del tutto certe tappe della vita “da adulti”. Si riversa poi pesantemente su tutto il sistema che riceve sempre meno contributi per sostenere ingenti spese sociali. E sta portando, tra l’altro, sempre più giovani preparati a fuggire oltre confine alla ricerca di condizioni occupazionali più decenti.
Se per ora le proteste non sembrano aver ancora centrato risultati concreti, la tensione non è estinta e i giovani tornano in piazza. Come si leggeva sui cartelli nelle scorse settimane, il loro messaggio è chiaro: «Voi non ci fate sognare. Noi non vi faremo dormire».
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