Genitori a bordo campo, quando l’esempio dell’adulto può fare la differenza

Sono purtroppo frequenti i casi di cronaca che vedono coinvolti in scontri e risse i genitori che seguono i propri figli negli appuntamenti degli sport di squadra.

A gennaio, ad esempio, la questura di Torino è arrivata ad adottare il D.A.SPO.   – il divieto di accedere a tutti gli impianti sportivi calcistici – per due genitori che ad agosto 2025 si erano resi protagonisti di “condotte gravi e violente” in campo, nel corso di una competizione under 14, andando ad inserirsi in una lite tra i minorenni. Nel 2025 la Corte federale d’appello della Federazione italiana rugby ha confermato l’interdizione dai campi di gioco per due anni per un padre che l’anno precedente aveva aggredito un altro genitore davanti ai bambini, nel corso di un torneo amatoriale a Udine. Più recentemente, a Empoli una partita è stata sospesa in seguito ai disordini che hanno coinvolto sia i giovani calciatori che numerosi genitori presenti in tribuna.

Un triste paradosso

I campi che ospitano partite e tornei possono diventare teatri di un triste paradosso: lo sport – che nei contesti giovanili è riconosciuto come una preziosa occasione di crescita, incontro e inclusione – finisce invece per trasformarsi in uno spazio di aggressività e sopraffazione. A emergere è un modello di adulto – e di maschile, in particolare – che legittima l’abuso verbale e talvolta quello fisico davanti a bambini e ragazzi, le cui personalità sono ancora in formazione. Per questo molti progetti educativi e di sensibilizzazione lavorano su queste dinamiche, per disinnescarle, proprio a partire dalle realtà sportive. Spesso, e non a caso, questi interventi si fanno carico anche della prevenzione di violenza e discriminazione di genere, fenomeni che affondano le radici negli stessi meccanismi culturali.

Una scuola per i genitori

«Le competizioni giovanili oggi si svolgono in un clima spesso troppo inquinato, e le fonti di inquinamento sono la pressione e la tensione degli adulti». A confermarlo ad Alley Oop è Alessandro Crisafulli, giornalista e formatore nell’ambito dello sport management, da molti anni attivo nel mondo dello sport giovanile e fondatore nel 2023 della Scuola Genitori Sportivi. Il progetto – patrocinato tra gli altri da Comitato Nazionale Fair Play e CONI – lavora con società sportive e amministrazioni comunali, mettendo a disposizione figure professionali esperte con l’obiettivo di “trasformare mamme e papà da incubo in alleati e risorse preziose”. Propone attività di sensibilizzazione, formazione, educazione. «Questi fatti non accadono solo nel calcio. Iniziano a chiamarci anche club di basket, polisportive, ho lavorato anche con il karate e con il rugby», precisa Crisafulli, che della sua proposta mette in evidenza l’approccio preventivo – «in modo da non intervenire quando ci sono già i problemi» – e il “sogno” di costruire una sorta di certificazione, un “patentino” che tutti i genitori che vogliono iscrivere un figlio o una figlia ad un’attività sportiva dovrebbero ottenere.

“Risultatismo” e “campionismo”

Famiglie che si lamentano per qualsiasi cosa, mettono pressione ai ragazzi, invadono il ruolo degli allenatori e degli arbitri: questi, nel racconto di Crisafulli, i principali problemi riscontrati dalle società che lo contattano per organizzare un intervento. E poi, la violenza, «che è la punta dell’iceberg, perché alla base c’è una cultura antisportiva che nei genitori si manifesta in un risultatismo e in un campionismo sfrenato».

Con questi due termini si può riassumere, secondo la sua esperienza, il sistema di aspettative eccessive che il genitore riversa sui propri figli, dovute ad esempio al desiderio che possa raggiungere gli obiettivi che lui stesso non è riuscito a centrare. È questo che porta a «vivere la partita, la prestazione, quasi come se fosse qualcosa che lo riguarda in prima persona, mentre dovrebbe fare un passo indietro, osservare con spirito più sereno e distaccato, proprio per evitare di portare ansia, tensione e stress». Un carico che, in molti casi, ha come conseguenza il “drop-out”, l’abbandono precoce dell’attività sportiva da parte dei ragazzi che si sentono schiacciati.

Mamme e papà, figli e figlie

Uno dei cavalli di battaglia di Scuola Genitori Sportivi è uno spettacolo teatrale interattivo, che mostra con una modalità divertente e coinvolgente ai genitori gli errori più frequenti informandoli sulle conseguenze, sui danni che possono causare ai figli, proponendo comportamenti alternativi. Si intitola Mamme e papà di Serie A, eppure non si può negare che quando si parla di sport e tensioni sui campi, di genitori e figli, di calcio, finiamo spontaneamente per parlare solo al maschile. «Un luogo comune che chi bazzica i campi giovanili ha sfatato già da tempo», per Crisafulli. «È vero che nei casi più gravi il papà è quello che tende all’escalation, che ha il moto di violenza. Quando, però, parliamo di pressione, di attaccamento alla performance del proprio figlio che deve mettersi in luce, essere titolare, sicuramente anche la mamma ha tanto impatto». E le figlie? Nelle realtà sportive femminili questi fenomeni non ci sono? «Diciamo che stiamo piano piano raggiungendo, tristemente, la parità di genere: sul maschile c’è stato sempre stato un tema di aggressività e di competitività maggiore, che però sta crescendo tanto anche nel femminile».

Partire dal calcio per contrastare la violenza

Il legame tra sport, modelli educativi e stereotipi emerge con forza nel progetto Equal Play, una campagna educativa e di sensibilizzazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza di genere a partire proprio dai giovani sportivi: calciatori tra i 14 e i 15 anni. Il progetto è sviluppato dal Gruppo Polis – che riunisce tre cooperative sociali – in collaborazione con l’Università di Padova e sostenuto da Regione Veneto, Coni, FIGC e Eurointerim. Anche in questo caso le società sportive interessate possono contattare i promotori per aderire e partecipare alle attività.
Tobia Berardelli è uno psicologo e formatore che si occupa di prevenzione della violenza di genere e decostruzione degli stereotipi. Ci spiega che gli interventi si basano sulle metodologie dell’ETS, l’Education Through Sport, valorizzando attività svolte direttamente sul campo, come simulazioni di gioco poi rielaborate in chiave educativa».
Il progetto ha diffuso e anche materiali comunicativi e di sensibilizzazione rivolti a allenatori, dirigenti e genitori.

Calcio maschile e stereotipi di genere

«Nel calcio maschile abbiamo individuato uno dei contesti più ostili ai processi di cambiamento e di inclusione», sottolinea Berardelli, riferendosi a una serie di atteggiamenti e di linguaggi molto comuni anche tra i giovanissimi, che poi sorreggono i comportamenti violenti. Ci spiega come la figura del calciatore-adolescente-maschio, si costruisca in molti casi attraverso l‘allontanamento da tutto ciò che può essere tacciato di femminilità. Questo, poi, si intreccia con l’omosessualità, perché omosessuale e femminile all’interno di questo immaginario stereotipato vanno a braccetto. «La conseguenza è l’uso molto comune di un linguaggio estremamente omofobo, in particolare in relazione ai vissuti legati alla sofferenza, al fallimento». Diventa quindi fondamentale intervenire e farlo a livello di gruppo, perché: «un singolo adolescente può mettere in discussione certi modelli, ma se rischia di essere escluso o perdere riconoscimento tra i pari è più difficile che questo avvenga».

Il ruolo dell’adulto

L’adulto fa la differenza: può confermare, anche indirettamente, alcune dinamiche o – al contrario – metterle in discussione. «L’allenatore talvolta utilizza la stessa retorica dei ragazzi. L’esempio più banale è quello del “non siamo qui a fare danza”, ma ci sono tutta una serie di modi di commentare l’emotività sminuendola che per i ragazzi diventano naturali». E poi – torniamo al tema di partenza – ci sono le dinamiche che gli adulti riproducono sugli spalti: «l’aggressione dei genitori della squadra avversaria, come se in qualche modo facessero parte di una fazione altra, o anche gli scontri fra genitori della stessa squadra, i commenti alle figure arbitrali. Viene spesso promossa e rinforzata un’idea di vittoria come unico elemento che sancisce il valore di essere in quel luogo e di fare attività sportiva».

Da dove passa il cambiamento

Genitori e allenatori possono quindi innescare un cambiamento, «non con una postura moralizzante, che non serve a niente, ma aprendo a domande o comunque non accogliendo acriticamente quello che succede». Berardelli lo conferma anche in riferimento ai pregiudizi di genere raccontando che molti ragazzi, dopo aver vissuto le attività di Equal Play, iniziano a verbalizzare esperienze che riconoscono come discriminatorie nei confronti delle loro compagne, delle loro amiche. Sono anche molto disponibili a mettersi in discussione. «Il punto è rendere visibile quello che per loro è invisibile», come una certa narrazione dei rapporti e delle differenze tra i generi. Sta a noi adulti far vivere loro il fatto che un cambiamento culturale è anche a loro beneficio «e non solamente perché è giusto, ma perché la loro vita è imbruttita da una serie di esperienze», conclude: «al contrario, va data loro la possibilità di accedere – anche in campo e anche in un gruppo solo maschile – alle loro vulnerabilità, fragilità, desideri e bisogni».

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