
Solo poco più di un adolescente su due si sente sempre o spesso al sicuro a scuola. Crescono gli episodi di cyberbullismo, mentre prese in giro, insulti ed esclusione sociale continuano a essere percepiti troppo spesso come “normali dinamiche tra coetanei”. È il quadro emerso dalla ricerca partecipativa promossa da SOS Villaggi dei Bambini ETS su un campione di 260 ragazzi e ragazze tra i 12 e i 18 anni, presentata oggi durante la seconda edizione della Maratona sul Bullismo 2026, organizzata dall’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e sul Disagio Giovanile in collaborazione con Adnkronos.
Da oltre sessant’anni, SOS Villaggi dei Bambini ETS lavora per promuovere ambienti educativi sicuri e inclusivi, collaborando con scuole, famiglie e istituzioni per prevenire ogni forma di violenza sui minori e sostenere il benessere di bambini, bambine e adolescenti.
L’intervento si inserisce all’interno del progetto “Applying Safe Behaviours: Attuare comportamenti sicuri di prevenzione e risposta alla violenza tra pari e di genere”, cofinanziato dal programma europeo CERV (Citizens, Equality, Rights and Values). L’iniziativa, promossa da SOS Villaggi dei Bambini ETS, punta a prevenire violenza di genere, bullismo e cyberbullismo attraverso un lavoro condiviso con scuole, famiglie, istituzioni e comunità locali. La Maratona sul Bullismo 2026, svoltasi il 20 e 21 maggio a Piazza Mastai a Roma, coinvolge giovani, educatori, sportivi, istituzioni ed esperti in workshop, testimonianze e momenti di confronto dedicati al disagio giovanile, al cyberbullismo e all’impatto delle nuove tecnologie nelle relazioni tra adolescenti.
I dati del disagio
Secondo i dati raccolti, il senso di sicurezza percepito dagli adolescenti negli ambienti scolastici resta basso: soltanto il 54% dichiara di sentirsi sempre o spesso al sicuro a scuola, mentre il 5% afferma di non sentirsi mai al sicuro. Un dato che si accompagna all’aumento degli episodi di cyberbullismo e alla diffusione di comportamenti violenti o invasivi tra coetanei. La ricerca evidenzia infatti che il 36% degli adolescenti conosce coetanei vittime di messaggi sessuali indesiderati, mentre il 50% dichiara di avere assistito almeno una volta a toccamenti indesiderati tra pari. Episodi che, secondo l’associazione, dimostrano come la violenza relazionale e psicologica continui a permeare gli spazi frequentati dai più giovani.
Se da un lato otto adolescenti su dieci riconoscono la gravità della violenza tra pari, dall’altro persistono forme di minimizzazione soprattutto rispetto agli episodi quotidiani di violenza psicologica. Prese in giro, insulti ed esclusione sociale vengono ancora considerate da molti ragazzi parte delle normali relazioni tra coetanei, nonostante siano tra i comportamenti più frequentemente segnalati nella ricerca.
«La scuola deve essere un luogo sicuro, dove i ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi senza il timore di essere giudicati. Solo creando relazioni di fiducia tra studenti e adulti possiamo rendere le classi luoghi accoglienti, intervenendo precocemente e prevenendo episodi di bullismo e cyberbullismo», ha dichiarato Teresa Pietravalle, referente formazione dell’Accademia SOS, secondo la quale è fondamentale che gli adulti siano formati per riconoscere tempestivamente i segnali della violenza tra pari e intervenire in modo adeguato. «SOS Villaggi dei Bambini ETS adotta un approccio che combina la formazione di docenti, educatori e adulti di riferimento con il coinvolgimento diretto dei ragazzi e delle ragazze nel riconoscere e affrontare i comportamenti violenti. Non si tratta di promuovere interventi punitivi, ma di costruire ambienti sicuri dove i giovani siano protagonisti di un cambiamento positivo e sostenibile» ha aggiunto.
Dott. Pietravalle, alla luce dei dati della vostra ricerca, quanto è diffuso oggi il senso di insicurezza tra gli adolescenti a scuola e quali sono le principali forme di violenza tra pari che emergono?
Dalla nostra ricerca emerge che il senso di insicurezza a scuola è abbastanza diffuso tra gli adolescenti: solo il 54% dei ragazzi ha dichiarato di sentirsi sempre o spesso al sicuro a scuola, mentre il 30% solo qualche volta o raramente e il 5% mai, senza contare che un 11% ha confessato di non sapere cosa rispondere in tal senso. Le forme di violenza tra pari più frequenti sono quelle psicologiche e verbali, come insulti e esclusione, che tuttavia non vengono considerate ancora propriamente “violenza” da molti ragazzi. La violenza fisica è comunque ancora molto presente e il 65% dei ragazzi ci ha riportato di aver assistito a episodi di spintoni, schiaffi o pestaggi, mentre il cyberbullismo e le molestie online sono in crescita e colpiscono soprattutto le ragazze.
Dalla vostra esperienza con scuole e famiglie, quali sono i segnali più precoci che possono aiutare adulti ed educatori a riconoscere situazioni di bullismo o cyberbullismo?
Non è sempre facile individuare precocemente dei segnali, perché i ragazzi bersaglio della violenza tra pari cercano di tenere nascosto agli adulti cosa sta accadendo loro, per timore di venir additati come spie e perché degli adulti, purtroppo, spesso non si fidano, ritenendoli incapaci di comprendere e ascoltare realmente. Quello che però noi consigliamo agli adulti è di osservare se vi sono anomalie e cambiamenti nella routine quotidiana dei ragazzi: se il loro rendimento scolastico cala inspiegabilmente e si rifiutano di tornare a scuola, se improvvisamente cessano di frequentare l’uno o l’altro amico e in generale iniziano a evitare tutte quelle opportunità di socialità e svago tipiche dell’età infantile o adolescenziale.
La ricerca evidenzia che molte forme di violenza psicologica vengono ancora sottovalutate: come si può intervenire per cambiare questa percezione tra studenti e adulti?
Quando li abbiamo intervistati, i ragazzi ci hanno chiesto soprattutto una cosa: parlarne, parlarne, parlarne! Questo ci dice quanto sia importante rompere il silenzio e smettere di considerare la violenza come un tabù o qualcosa di normale tra ragazzi. Per cambiare la percezione serve un lavoro continuo di sensibilizzazione che coinvolga non solo gli adulti, ma anche i ragazzi stessi, rendendoli soggetti attivi di cambiamento. È fondamentale educare al rispetto, alla costruzione di relazioni positive, all’empatia e all’ascolto, creando spazi sicuri dove i ragazzi possano riconoscere i comportamenti violenti, esprimersi e chiedere aiuto senza paura di essere giudicati.
Qual è il ruolo concreto della formazione di docenti, educatori e comunità educante nel prevenire e contrastare efficacemente la violenza tra pari?
La formazione che rivolgiamo ai cosiddetti “adulti di riferimento” lavora su quattro assi fondamentali: apprendere a riconoscere, riflettere, prevenire e rispondere al fenomeno della violenza tra pari, con l’obiettivo di rafforzare non solo le conoscenze normative e procedurali, ma anche le competenze personali e la capacità di attivazione intersettoriale. La formazione è fondamentale perché permette non solo di riconoscere tempestivamente i segnali di disagio, come dicevamo prima, ma anche di adottare quello che chiamiamo “approccio relazionale”, ovvero una pratica basata sulle relazioni, sull’ascolto e sulla fiducia, creando contesti sicuri in cui i ragazzi possano sentirsi accolti e parlare senza paura. La formazione è fondamentale anche per sviluppare pratiche di intervento che siano anche riparative, ovvero che non si limitino alla punizione ma che aiutino i ragazzi a comprendere il danno causato, favorendo l’assunzione di responsabilità e il ripristino di un clima quanto più sereno all’interno della comunità dove ha avuto luogo l’episodio.
In che modo il modello “Applying Safe Behaviours” integra scuole, famiglie e ragazzi per costruire ambienti educativi più sicuri e inclusivi?
“Applying Safe Behaviours” parte dall’idea che la prevenzione della violenza tra pari debba coinvolgere l’intera comunità educante, adottando un approccio intersettoriale e di rete; lavorando con scuole, famiglie, educatori e servizi del territorio in un approccio condiviso, basato su ascolto, partecipazione e corresponsabilità. Il più grande errore che possiamo fare, infatti, è quello di attribuire tutta la responsabilità all’una o all’altra agenzia di socializzazione, ma questo non fa altro che aumentare il senso di solitudine e di impotenza che spesso gli adulti che si prendono cura di bambini e ragazzi provano; invece siamo tutti attori della rete del ragazzo, ciascuno con i suoi ruoli e le sue responsabilità. E di questa rete fanno parte anche i ragazzi stessi, che in tutte le attività di “Applying Safe Behaviours” hanno un ruolo attivo: dalla ricerca esplorativa iniziale, alla conduzione di attività laboratoriali e di sensibilizzazione, all’elaborazione di materiali di divulgazione. Una volta portate a termine le attività di formazione, le parti si incontrano in un evento finale che permette loro di confrontarsi attorno ad alcuni messaggi e risultati chiave.
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