Giovanna Zamboni: la neurologa che ha portato in Italia 1,5 milioni di finanziamento europeo

Trasferirsi oltre confine e, magari, spostarsi più volte. Crescere come individui e nella professione. Fare famiglia o allargare quella di origine. Ma, poi, dopo anni all’estero, tornare. Non è certo quest’ultima la scelta preferita dalla maggioranza degli italiani che emigrano, ma lo è stata, secondo le ultime rilevazioni, quella di oltre 50mila persone nel 2024. Un gruppo che porta il numero di quanti hanno fatto il viaggio al contrario e sono tornati in pianta stabile a vivere in Italia, a circa 320mila rientri dal 2020.

I motivi dietro di questa scelta? Almeno tanti quanti sono gli individui che rimpatriano. Per qualcuno la decisione è alimentata dalla realizzazione che, nonostante gli anni passati fuori, le esperienze vissute e le nuove dinamiche familiari e le comunità che ci si è creati attorno, all’estero non si riesce a stare bene. Qualcosa non funziona più. Allora si sceglie di (ri)fare le valigie e affrontare un percorso inverso.

È un po’ proprio questa la ragione che ha spinto Giovanna Zamboni a rientrare. «All’estero – conferma la professoressa di neurologia oggi in forza all’università di Modena e Reggio Emilia – ero sempre a rischio di malinconia. Una depressione mai diagnosticata». Ecco allora che davanti alla possibilità di un nuovo trasferimento, visto che «sarebbe stato il momento di ricominciare ancora una volta, dopo l’America, Oxford, Londra… mi è sembrato troppo. Mi sono detta: “Se mi sposto, mi sposto per tornare in Italia”». E così, verso il 2018, ha fatto.

Neurologa e neuro scienziata, Zamboni è professoressa ordinaria nell’università emiliana. È nella regione dove è nata che dopo decenni tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, rientra in Italia. E lì, nel 2021, ottiene il grant del Consiglio europeo della ricerca (ERC, European Research Council) da un milione e mezzo di euro per il suo progetto UnaWireD*. Un finanziamento prestigioso oltre che cruciale per permetterle di procedere con la sua ricerca per “migliorare l’assistenza alle persone affette da malattia di Alzheimer”.

Non è il suo lavoro a metterci in contatto, bensì l’esperienza personale di espatrio e rientro. Un dialogo che ci ha permesso di portare alla luce domande profonde e umanissime che l’hanno certo accompagnata agli altissimi livelli della sua professione. Ma anche a decidere, sempre con una certa dose di sensi di colpa, di ponderare e poi percorrere la strada del rientro. Domande, timori, riflessioni con cui, tra l’altro, molti expat a un certo punto si trovavano a confrontarsi. Oltre che occasione per tracciare le tappe degli spostamenti. Il nostro incontro infatti diventa anche una specie di esplorazione onesta e trasparente delle emozioni che hanno accompagnato le sue scelte**.

Dalla provincia, alla provincia

Giovanna Zamboni

Quando la telecamera si accende sulla nostra conversazione di Giovanna Zamboni conosco il curriculum e il TedX talk di qualche anno fa. Lei fa un lavoro che, per economia, la mia mente semplifica ai minimi termini dietro al camice bianco e lungo i corridoi di un’ospedale, tra esami di laboratorio e appuntamenti con famiglie e pazienti. Bastano pochissime battute per capire però meglio tutta l’umanità che c’è dietro la sua professione. Ma la sua capacità riconosciuta dall’ottenimento del finanziamento ERC, non è che una dimensione di questa eccellenza italiana la cui strada è stata anche attraversata da rimbalzi, sconfitte e sofferenza. Come anche però di tenacia e successi. Di dubbio e audacia, costruita anche proprio grazie agli anni fuori confine.

Nata nella provincia emiliana in una famiglia di origini contadine, a scuola «sono sempre andata benissimo nelle materie che mi interessavano – quelle scientifiche». Sceglie di studiare medicina ed è un professore all’università a spingerla oltre i confini italiani. Lui, primario di neurologia «dove mi sono specializzata, mi diceva: “Giovanna se non vai all’estero tu…”. Io non avevo mai compreso davvero quali fossero le mie capacità. Non mi sono mai sentita pienamente sicura. In qualche modo mi forzò. Mi ero appena sposata, avevo 26 anni ma sono partita».

Grazie proprio alla spinta del professore, Zamboni va negli Stati Uniti dove vive «due anni per me atroci perché non mi trovavo bene nell’accademia». Anni che si rivelano necessari nel capire di voler rientrare, intanto nel vecchio continente. «Davide, mio marito, ha vissuto il sogno americano. (È oltreoceano) che ha deciso di voler lavorare per l’Europa. Se non fossimo stati in America dove tutto era possibile, dove ogni cambiamento di carriera viene accolto con entusiasmo», secondo la professoressa «non avremmo fatto quelle cose folli che, invece, abbiamo poi fatto».

Dagli Stati Uniti, il “ritorno” passa dall’Inghilterra per un decennio circa. Cercando un compromesso che funzionasse per la coppia. Mi è chiaro molto presto nel nostro dialogo, che la storia di Zamboni è impregnata di scelte condivise, prima di tutto, insieme al compagno di vita. E poi con gli affetti più cari, specialmente quelli rimasti in Italia. «Fosse stato per mio marito, non saremmo mai tornati in Europa. Lui fioriva nell’efficienza del sistema internazionale» in cui si era trovato. «Quando ho fatto domanda per andare a Oxford e mi hanno preso, abbiamo deciso che lui sarebbe andato a Bruxelles» provando a lavorare per il “sogno europeo”. Anni di pendolarismo internazionale, fino a quando si apre la possibilità di una sorta di compromesso: Londra.

A prescindere dalla città dove si sposta, comunque, non si rescinde mai per la professoressa il legame forte con la famiglia. Anche questa caratteristica comune tra gli expat: quando si lascia qualcosa alle spalle, a prescindere che sia il primo trasferimento o l’ennesimo, a un certo punto capita di riflettere sull’impatto della propria decisione di partire. Nel suo caso Zamboni afferma: «ho sofferto la responsabilità, il peso enorme della scelta». Anche e soprattutto quando si è trattato di fare il passo contrario e rientrare in Italia. «È stato difficilissimo perché (nella coppia) ho fatto sempre io la parte di quella che voleva tornare». Senza contare poi che, anche per le amiche di sempre, la scelta sembra contro-intuitiva: «La loro reazione è stata: no, Giovanna, non tornare! Assolutamente non farlo. Insomma dalle mie sorelle e dalle mie amiche mi ricordo queste reazioni per nulla incoraggianti».

A spostare definitivamente i pesi sulla bilancia però, incide l’inaspettata vittoria dal leave al referendum del 2016 nel Regno Unito. «La Brexit! Proprio nell’anno in cui abbiamo avuto il nostro primo figlio», arrivato tra l’altro dopo anni di tentativi e fecondazioni. «Mia mamma era morta nel 2012. Poi mio papà, di umili origini, ma poeta – poeta contadino -, non parlava l’inglese ed era malato di Parkinson. Però veniva lo stesso a trovarci».

Insomma, un susseguirsi di eventi esterni di cui la scelta degli elettori inglesi diventa «la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sentendo il mio accento i pazienti mi chiedevano di dove fossi, non perché fossero tutti a favore dell’uscita. Ma per non mettermi in imbarazzo. Questo mi ha fatto capire che tutto era cambiato. Per me queste piccolezze sono state enormi. Enormi. Ero arrabbiata e delusa. Anche perché siamo cresciuti con questo sogno europeista profondo».

Ecco aprirsi la possibilità di tornare in Italia, ma «dopo i 40 anni, (si è in) un’età di mezzo: troppo vecchia per ripartire e troppo giovane per arrivare a una posizione senior. Allora sono tornata in Emilia in una posizione» intermedia. Con quel bagaglio che, però, va oltre le competenze professionali e permette di vedere alcune nuove sfumature. «Gli eventi hanno fatto sì che abbia capito la bellezza del fare ricerca», anche perché «io non osavo neanche immaginare da ragazza: “voglio fare questo!”. Solo ai 40 anni ho iniziato ad avere più consapevolezza di me. E adesso che ne ho 50 riesco a dire: voglio costruire un centro di neuro-scienze a Modena. Ora le sparo grosse!».

Se le strutture remano contro

C’entra anche un po’ il grant dell’Istituto di ricerca europeo? Per ottenerlo «mi sono preparata molto. Anche se non avessi passato (la selezione) – come era già successo in passato!». Nel 2021 però il finanziamento arriva: «lì ho cambiato le regole, perché questo è considerato un riconoscimento talmente prestigioso che ho potuto creare una teca di vetro in cui proteggermi». E proteggere i collaboratori. Perché, ammette senza esitazione: in Italia è tutto «faticosissimo. Faticosissimo. Tanto che almeno una volta alla settimana succede che dico: “ma come si può lavorare così? Quanta fatica”. L’infrastruttura è pesante. Troppa regolamentazione. Troppa invidia sociale. Poca valorizzazione dei diversi ruoli».

Continua Zamboni: «ci vuole tantissima pazienza» e «tantissima determinazione nel puntare dove si vuole arrivare». La carenza di infrastruttura frena tutto, la «burocrazia uccide. Io adesso faccio scudo con una forza importante così che i miei “ragazzi” – che sono i dottorandi e post-doc – riescano a studiare, possano fare scienza e avere spazio. Lo faccio con una confidence che se non fossi stata all’estero forse non avrei mai avuto. Da quando siamo tornati, le mie energie le dispiego prepotentemente».

È così che si possono cambiare le cose? «Bisogna cambiare la mentalità. Sta arrivando» ma il cammino è lungo. Però, nota positiva, alcuni giovani hanno gli occhi aperti e sono molto coscienti anche di come si possa lavorare meglio. «Nel mio piccolo abbiamo creato un ambiente positivo di lavoro intenso, ma dove si fa scienza di altissimo livello. E i ragazzi se ne accorgono subito. Mi inseguono per i corridoi!».

Il racconto della professoressa Zamboni è un libro a colori di umanità, non solo di successo scintillante, bensì un percorso fatto di sudore e fatica. Interrotto magari da fallimenti e costellato di valutazioni personali e sensi di colpa. Di sconforto, per gli affetti lontani o per la difficoltà nell’avere figli, per esempio. Ma che è anche inanellato da successi, dicevamo, e da una certa “testardaggine” nel cadere, soffrire, fermarsi e poi ripartire. Accumulando quella tenacia che a un certo punto sembra farti scoprire la possibilità di essere audace.

Un modello di donna e professionista che sembra molto diverso da quello in cui molte Gen X e older millennials sono cresciute? In merito, la sua è una posizione molto condivisibile: viviamo con «un costante senso di colpa, (la sensazione) di sentirci inferiori. Io spero, mi auguro, che la nostra sia l’ultima generazione» che senta il peso «del dover essere super performanti anche come madri. Di fronte a un giudizio sociale folle. Essere mamma perfetta, lavoratrice perfetta. Due mondi che (tra l’altro) non si parlano: questo schiaccia tantissimo. Stiamo allora attenti a non farlo passare sui nostri figli. Vigiliamo che gli rimanga la curiosità, la passione, l’entusiasmo».

* Si tratta di uno studio sui meccanismi e le reti cerebrali alla base dell’anosognosia e dei deliri nelle malattie neurodegenerative, finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (ERC).

** In parte a conferma di questo, il libro “Crescere expat” di cui ho scritto qualche settimana fa, dedica al tema un intero capitolo.

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com