Dalla Romania alla Cina, l’impresa come riscatto: così cresce l’economia immigrata

Cinese, albanese, ucraino: l’imprenditoria parla sempre di più una lingua straniera. È un trend che si consolida nel tempo quello fotografato da Fondazione Leone Moressa: negli ultimi dieci anni, le persone che fanno impresa in Italia ma sono nate all’estero sono aumentate del 21,3%, mentre gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti del 5,2%.

Le imprese a conduzione straniera presenti nel nostro Paese, nel 2025 sono 600mila, con quasi 800 mila persone attive (il 10,8% del totale delle imprese), rilevano i dati Stockview-Infocamere forniti dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Un terzo si concentra nel commercio, mentre l’edilizia raggiunge quasi il 60% del totale, settore in cui oltre un’impresa su cinque è a conduzione straniera (22,1% di incidenza sul totale del settore). La dimensione media delle imprese guidate da stranieri è contenuta (1,5 addetti), con valori più alti nella ristorazione (3,3) e nella manifattura (3,9), segno che in alcuni comparti la struttura organizzativa è più articolata.

«Molte di queste imprese, tuttavia, sono ancora poco integrate nelle filiere locali. Sarebbe importante favorire una maggiore collaborazione tra imprese italiane e straniere: aumenterebbero export e innovazione e si rafforzerebbe l’intero sistema produttivo» – osserva Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Moressa.

Le imprese femminili

Guardano al mondo femminile, tra le oltre 200 mila donne straniere che fanno impresa, è la Cina la più intraprendente (36.414 imprenditrici cinesi, pari al 16,4% del totale), seguita dalla Romania. La presenza femminile supera il 70% anche tra chi è nato in Thailandia, Bielorussia e Lituania, e va oltre il 60% in molti Paesi dell’Est Europa come Russia, Polonia e Ungheria. Altre comunità, come Ucraina e Filippine, presentano invece tassi di imprenditorialità più bassi, con una maggiore concentrazione nel lavoro dipendente e domestico.

È originaria della Romania la chef Dorina Burlacu, in Italia da oltre trent’anni. Dopo un lungo periodo da dipendente nella ristorazione, Dorina ha investito nella formazione con un Master in Culinary Nutrition e una specializzazione in Healthy and Wellness presso Harvard Medical School e ha avviato un’attività di consulenza e docenza. Oggi è ambasciatrice della cucina italiana per l’Associazione Italiana Cuochi. «La scelta imprenditoriale non è stata un punto di partenza, ma una conseguenza del mio percorso professionale. Essere donna e di origine straniera ha richiesto molta determinazione, ma mi ha anche permesso di sviluppare una visione internazionale e orientata all’innovazione» – condivide la chef che parallelamente tiene corsi per ragazzi e ragazze con disabilità e sta lavorando per avviare un progetto didattico nelle scuole orientato alla nutrizione consapevole.

Dal 2020, inoltre, collabora con un’azienda reggiana del settore lattiero-caseario per sviluppare una crema di burro senza glutine e senza lattosio, portando a un’ulteriore evoluzione della sua attività. «Credo fortemente nel valore delle competenze complementari e nel lavoro di squadra» – aggiunge Burlacu spiegando che essere un’imprenditrice di origine straniera in Italia non è stato un limite, ma ha richiesto una preparazione ancora più solida. «Un elemento fondamentale è stata la padronanza della lingua italiana per comprendere bene le dinamiche normative, fiscali e imprenditoriali. Sarebbe importante – fa notare – semplificare l’accesso ai fondi disponibili, avviare programmi strutturati di mentoring imprenditoriale e avere una maggiore integrazione nei network economici e produttivi».

L’impresa con riscatto ed evoluzione

L’imprenditorialità migrante si dimostra una spinta all’innovazione di settore oltre che una risposta concreta a un mercato del lavoro spesso bloccante. «Molte imprese straniere nascono dalla voglia di riscatto e dal desiderio di sfondare il soffitto di cristallo per creare nuove occasioni di crescita economica e professionale» – rileva il ricercatore Di Pasquale.

Le regioni con più imprenditori nati all’estero sono Lombardia (177 mila), Lazio (81 mila), Toscana (75 mila) ed Emilia-Romagna (74 mila). Al contrario, tutte le regioni, eccetto Sicilia e Campania, hanno registrato un calo degli imprenditori nati in Italia. Nel 2025 la Cina è tornata a essere al primo posto per numero di imprenditrici e imprenditori (79.996), superando di poco la Romania (79.228). Il 33,6% dei residenti in Italia nati in Cina, infatti, ha una propria attività.

È il caso del ventiseienne Alex Yi Wang, pianista laureato in Conservatorio, e del suo ristorante di cucina tradizionale cinese, Madame Wang: «Ho aperto questa attività con mio papà, Johnny, e l’ho fatto per far conoscere la cucina del mio Paese ma anche per realizzare il sogno di mia mamma, Suichu, scomparsa per un tumore» – confida. «Mia mamma era nata un’area rurale della provincia cinese di Zhejiang ed era appassionata di ristorazione. Per questo, abbiamo voluto portare avanti i suoi valori di genuinità, sacrificio e amore per la famiglia. Il nostro piatto principale sono i Bao: dei ravioli la cui forma mi ricorda l’abbraccio rassicurante di mia mamma».

Avviare l’attività non è stato semplice, per via della burocrazia e dei costi, ma Alex crede molto nei percorsi imprenditoriali: «Oltre al ristorante e alla carriera da concertista, ho fondato anche una start-up che opera nel gaming a livello mondiale e in cui lavorano già otto persone» – chiarisce, rappresentando così tutta la poliedricità di una generazione che ha voglia di crescere e innovare.

«L’economia dell’immigrazione è basata su una forte mobilità e flessibilità, sia a livello territoriale che di settore. L’apertura di un’attività diventa strumento di resilienza, creatività e autonomia – conferma Di Pasquale. E conclude – Spesso, è la prosecuzione di un percorso di integrazione che conferma la volontà di radicarsi nel nostro Paese. Un fenomeno che non smetterà di crescere ma che bisogna gestire garantendo sinergie con il tessuto produttivo italiano».

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