
Sostenibilità. Ambientale, sociale, economica. Sarebbe opportuno inserire un’altra voce che sembra sepolta sotto la cenere, sulla quale ogni tanto qualcuno soffia, mostrandone una piccola parte: editoriale. Aprire una casa editrice, oggi, in Italia, significa competere con altre 5mila aziende nello stesso bacino, faticare per farsi notare, fare salti mortali per far sì che i libri pubblicati vengano recensiti e letti. Per non parlare delle spese da sostenere. Anzi, parliamone. Silvia Costantino, direttrice editoriale (e varie altre cose) di effequ, casa editrice cofondata con Francesco Quatraro, lo ha fatto nella newsletter di novembre, nella quale non ha aggiornato sulle novità, sulle presentazioni, come avviene in genere, ma ha condiviso amare riflessioni proprio sulla in-sostenibilità editoriale. «Ora – ha scritto – quando mando le proposte a autori e autrici che recensiscono testi sui giornali o direttamente alle redazioni, le risposte che ricevo sono: “Mi occupo solo di straniera”, oppure “l’unica persona che recensisce TUTTA l’italiana è questa” – persona che giustamente sarà sommersa di proposte e quindi come fa. Ma appunto, cara stampa, come si fa?».
Cominciamo da qui, dalla fine. Silvia, perché hai voluto condividere questo pensiero con le persone che ricevono le vostre newsletter?
Faccio il lavoro di ufficio stampa ormai da dieci anni – e sono abbastanza certa che una mail come quella da voi ricevuta non sia senz’altro ortodossa –, calcolando anche gli anni precedenti alla fondazione di effequ, e da ancora più anni seguo con attenzione e interesse il panorama italiano contemporaneo, tanto da essermici laureata illo tempore. In tutto questo tempo ho assistito con sgomento a un assottigliarsi progressivo e inevitabile della varietà di letture e di case editrici proposte dalla stampa, notando che è comunque sempre più semplice proporre un libro straniero che non un italiano (ci sono dei distinguo da fare, ma la risposta diventerebbe troppo lunga). Noto insomma due grosse bipartizioni, che per me risultano estremamente problematiche, sia per interesse personale che per amore di quella tanto sbandierata bibliodiversità: la stampa mainstream tende sempre più a occuparsi di editoria mainstream; chi scrive dall’Italia tende ad avere sempre meno spazio rispetto a chi viene da altre parti del mondo.
Quando effequ è stata fondata, qual era la mission? E oggi, che cosa è cambiato? Ti sei mai trovata a scendere a compromessi per portare avanti la tua, la vostra (con Francesco e i colleghi della redazione) attività?
La missione di effequ non è cambiata, nel corso di questi anni: abbiamo deliberatamente scelto di pubblicare poco (ci attestiamo su circa 12 libri all’anno), e di dare voce al contemporaneo. Questo non cambia, perché è l’anima della casa editrice, ma ci è senz’altro capitato di rinunciare a un libro che ci interessava perché sapevamo che non avrebbe potuto avere fortuna. Il compromesso maggiore è quello sulle ore di lavoro: la redazione è composta da due persone (più poche e saltuarie collaborazioni esterne), e le giornate lavorative rischiano costantemente di protrarsi ben oltre tempi ragionevoli. Non lo dico con orgoglio stakanovista: una redazione più ampia è un rischio che in questo momento non ci sentiamo di affrontare.
Quanto è difficile sopravvivere e come si rimane in piedi fra costi di distribuzione, costi di stampa che aumentano, spese vive a cui pochi pensano quando si parla di “case editrici” (che essendo case, appunto, prevedono affitti, bollette, tasse)?
Questo è un argomento enorme, e la risposta è che non si può affrontare in solitaria. Ogni realtà editoriale che conosco, più o meno delle nostre dimensioni, ha gli stessi identici problemi, e soffre delle stesse identiche mancanze. È per questo motivo, anche, che è nata la rete di Staffette: un laboratorio permanente originato dal nucleo di quattro case editrici che non si riconoscono nei parametri di una iperproduzione industriale dettata dai grandi gruppi e dallo strapotere economico di alcune realtà, in un’idea di editoria che è soltanto macinare titoli e nomi girando sempre più rapidamente un tritacarne che non fa bene, davvero, a nessuno. Si sopravvive vendendo, ovviamente, ma con Staffette vogliamo, e lo stiamo facendo, dimostrare che non è obbligatorio seguire quelle logiche e quei dettami per fare editoria.
In che cosa effequ è diversa dalle altre case editrici? Intendo, sia dal punto di vista delle scelte editoriali, che delle strategie che deve mettere in atto per rimanere viva e attiva come l’avete concepita.
effequ è caratterizzata dalle domande che si pone, prima ancora dei libri che pubblica. Non parte da un genere o da una collana, ma da un’idea di responsabilità culturale (l’editoriale è politico, potremmo dire): interrogare il presente, soprattutto nei suoi nodi più complessi, culturali e sociali. Una cosa cui teniamo molto è che le collane non funzionino a compartimenti stagni, ma come ambienti in comunicazione, ciascuno con un formato e un ritmo diverso, dentro però a un’idea editoriale comune: una voliera, giocando sul logo della casa editrice e sui nomi delle due collane principali, con qualche precisa indicazione: la saggistica, italiana ad eccezione di un unico saggio all’anno, deve essere chiara, autorevole e divulgativa. La narrativa, sempre italiana, deve essere letta da un raggio ampissimo di persone, di ogni età – ultimamente ci piace dire che non ci riconosciamo in alcun genere letterario. Ci sono anche altri progetti, tutti trasversali, curiosi, senza inibizioni.
Anche il catalogo rispecchia questa impostazione…
Sì, perché il catalogo che distribuiamo in fiera non è organizzato cronologicamente, ma per costellazioni, legami semantici, sul sito c’è la possibilità di fare una ricerca per accostamenti tematici e spesso proponiamo iniziative di lettura, come Storture, che uniscano un saggio e un romanzo, o proponiamo kit e accostamenti talora anche arditi. Per quanto riguarda le strategie di sopravvivenza, effequ è consapevole di essere una realtà indipendente e lavora a partire da questo limite, non contro di esso. Rimanere viva significa anche accettare una crescita lenta, sostenibile, e investire sulla fiducia: quella di chi legge e riconosce nel catalogo una linea precisa – le già menzionate Storture sono un esempio di questo modo di lavorare, perché non necessariamente propongono novità –, e quella di chi scrive e sceglie effequ perché sa di trovare ascolto, tempo e competenza.
effequ non partecipa alla Fiera della piccola e media editoria, Più Libri Più Liberi, di Roma. Perché questa scelta?
Più Libri Più Liberi è una fiera organizzata dall’Aie, l’Associazione italiana editori, la principale realtà associativa editoriale italiana, che negli anni ha compiuto scelte che hanno chiaramente incoraggiato tutte le pratiche massimaliste e di sovrapproduzione di cui la filiera soffre. Per questo principale motivo è un organo che non consideriamo rappresentativo del nostro mestiere. Non è un caso che Più Libri Più Liberi sia una fiera che fin dal nome inneggia a una visione quantitativa della produzione, proprio quella che la “piccola e media editoria” di cui la fiera si fa rappresentante non dovrebbe seguire. Togliendoci poi dalle polemiche degli ultimi due anni – il 2025 è per noi già il quarto anno in cui non partecipiamo – i problemi sono evidenti da ben prima: la programmazione di quella fiera non valorizza in alcun modo la piccola e media editoria, talvolta con splendidi paradossi, come presentazioni di autori e autrici che pubblicano con grandi gruppi editoriali, i cui libri di conseguenza non sono nemmeno acquistabili in loco. Le pubblicità della fiera sembrano fornire come unica attrattiva quella di questi grandi nomi, estranei all’editoria di piccolo e medio stampo, e ne deriva che le realtà contribuenti, quelle che rendono possibile la fiera spendendo cifre davvero generose per avere uno stand nel piano seminterrato della Nuvola, non sono affatto considerate come nucleo trainante dell’evento. Che senso ha partecipare?
A che tipo di eventi invece partecipate?
Partecipiamo a molte altre fiere dichiaratamente commerciali: saremo a Testo a febbraio, saremo al Salone del libro a maggio: fiere che paradossalmente, non distinguendo le due velocità dell’editoria, offrono in un certo senso pari condizioni alle realtà che le popolano. L’approccio “commerciale” delle fiere non è il problema: il problema è quando lo si maschera e si usa un certo tipo di retorica per poi favorire altri tipi di produzione. Ad ogni modo, il nostro cuore rimane comunque con le realtà più artigianali e meno strutturate, le tantissime fiere e i tantissimi festival nati quasi dal basso e con pochi o zero fondi, dove incontriamo persone che forse non intercetteremmo in nessun altro modo, magari fuori dai grandi centri cittadini. Uno dei punti programmatici del neonato manifesto di Staffette è proprio questo: «Costituire una rete di realtà, tra case editrici indipendenti e fiere, che scelgono la cooperazione invece della concorrenza, la durata invece dell’urgenza, la presenza sul territorio invece della standardizzazione distributiva». Stiamo infatti lavorando a un ricco calendario di incontri futuri, si ripeterà l’esperienza della due giorni di Lucha Y Siesta in aprile e del festival Libecciata, che organizziamo assieme a La città dei lettori all’Isola del Giglio a giugno. Ed è con grande gioia che possiamo annunciare che uno dei nostri festival del cuore, lo Sherbooks di Padova, ha aderito alla rete di Staffette, di cui condivide istanze, pratiche e propositi.
Come si pone, in libreria e con i lettori, una casa editrice come la vostra? Quali sono i principali ostacoli rispetto ai grandi gruppi editoriali?
In libreria ci affidiamo al benvolere di chi ci lavora: quello che possiamo fare è mandare newsletter (talvolta sono polemica anche con loro, lo ammetto), aggiornamenti, sostenere il più possibile il loro lavoro e chiedere anche in questo senso una mutualità, un rispetto reciproco. Perché sappiamo benissimo che la sovrapproduzione affligge tanto le librerie quanto le case editrici: un’offerta che attualmente si attesta sulle nove uscite all’ora (nove! All’ora! Ventiquattro ore su ventiquattro!), e che rende quasi impossibile quel processo di scelta e scrematura che aiuta una libreria a mantenere la sua specificità, e a garantire alla clientela il tempo di valutare o meno l’acquisto di un titolo. Il principale ostacolo di tutto questo, a pensarla così, è in effetti la rapidità. Se ogni ora esce un libro nuovo, come si fa a decidere cosa davvero ci va di leggere (o vendere) senza soccombere alla Fomo, alla paura di essere tagliati fuori? La stessa cosa vale con chi legge. Chi ci segue da tempo lo sa, siamo persone disordinate, il nostro piano editoriale subisce regolarmente qualche scombinamento – dovuto all’umanità stessa di chi scrive, tendenzialmente –, non possiamo garantire una regolarità svizzera né (vogliamo) un costante afflusso di titoli nel mercato. Pubblichiamo quello che ci piace, nel modo che ci piace. E conosciamo ogni libro per filo e per segno, per cui alle fiere siamo in grado di attaccare delle pezze notevoli su qualsiasi titolo. Perché sì, alle fiere ci andiamo noi: è l’unica occasione che abbiamo per conoscere le persone che ci seguono, e quelle che ancora no – lettorə che non c’erano, come attesta la nostra shopper.
Cosa dovrebbe o potrebbe cambiare per avere un’editoria più sostenibile che diventi veramente una risorsa culturale e sociale, come si presuppone che sia?
Grazie dell’assist! Per questo rimando al manifesto integrale di Staffette, invitando case editrici e altre realtà interessate a contattarci, aderire, fare rete, parlare.
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“Donne di editoria” è un viaggio a puntate di Alley Oop, ideato e curato da Manuela Perrone, tra le professioniste che a vario titolo lavorano nel settore dei libri: editrici, libraie, scrittrici, bibliotecarie, comunicatrici, traduttrici. Tutte responsabili, ciascuna nel proprio ambito, di disegnare un pezzo importante del nostro immaginario e della nostra cultura.
Qui la prima intervista alla libraia Samanta Romanese
Qui la seconda intervista alla filosofa ed editrice Maura Gancitano
Qui la terza intervista all’illustratrice Daniela Iride Murgia
Qui la quarta intervista alla editor Flavia Fiocchi
Qui la quinta intervista alle libraie Maria Carmela e Angelica Sciacca
Qui la sesta intervista alla poeta Elisa Donzelli
Qui la settima intervista alla editor Ilena Ilardo
Qui l’ottava intervista alle scrittrici Giulia Cuter e Giulia Perona
Qui la nona intervista alla editrice Mariangela Tentori
Qui la decima intervista alla editrice Erica Isotta Oechslin
Qui l’undicesima intervista alla “libraia felice” Monica Maggi
Qui la dodicesima intervista alla libraia Daniela Bonanzinga
Qui la tredicesima intervista all’agente letteraria Barbara Bernardini
Qui la quattordicesima intervista alle libraie Barbara Ferraro, Cecilia Mancini, Alessandra Franciosini e Carla Colussi
Qui la quindicesima intervista alla scrittrice Cinzia Giorgio
Qui la sedicesima intervista alla editor Francesca de Lena
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