Elisa Ercoli (Differenza Donna): “Ora la sfida è la violenza digital e tra giovanissimi”

“Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha rappresentato uno spartiacque, un prima e dopo. Le donne che subiscono violenza stanno capendo che possono chiedere aiuto. E le persone intorno a loro, dai padri agli amici, hanno preso consapevolezza del fatto che non intervenire è tutt’altro che rispetto: significa lasciarle sole”. Dal 2014 Elisa Ercoli è l’instancabile presidente di Differenza Donna, associazione nata a Roma nel 1989 con l’obiettivo di far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza maschile contro le donne. Dove c’è la violazione di un diritto – dalla violenza istituzionale contro le madri nei tribunali ai cimiteri dei feti, fino alla distorsione della narrazione e alla rivittimizzazione sui media – Ercoli c’è. E lotta. Senza nascondere la difficoltà delle nuove sfide, dalla violenza digital a quella tra giovanissimi.

Laureata in scienze politiche alla Sapienza, indirizzo internazionale, attivista femminista sin dal 1994, è stata responsabile del centro antiviolenza del Comune di Roma, del centro per donne vittime di tratta e project manager e gender expert in progetti internazionali in Russia, Kazakistan, Marocco, Siria, Palestina e Nicaragua. Oggi l’associazione gestisce 16 tra centri antiviolenza, case rifugio e sportelli, da Roma a Salerno, e dal 2020 il numero verde nazionale antiviolenza 1522. Non solo un osservatorio prezioso, ma uno strumento di aiuto concreto. Un salvavite.

Intercettiamo Ercoli mentre ha appena annunciato una manifestazione per l’8 marzo contro l’accordo tra Consiglio europeo ed Europarlamento che ha comportato lo stralcio, dalla direttiva Ue sulla violenza sulle donne, dell’articolo che definiva lo stupro sesso senza consenso e lo inseriva tra i reati europei, alla stregua dello sfruttamento sessuale di donne e bambini.

All’Europa è mancato il coraggio?

Peggio. L’intesa raggiunta non soltanto non è stata coraggiosa, ma ha provato a vendere come un balzo in avanti nei diritti delle donne uno strumento che fa arretrare tutte e tutti. Prima di tutto perché già la Convenzione di Istanbul aveva stabilito la definizione di stupro, legandola proprio all’assenza di consenso. Qualcuno ha addotto argomentazioni tecniche, secondo cui non si poteva procedere in questo senso perché si sarebbe violato il principio di sussidiarietà andando a incidere sul diritto penale di competenza dei singoli Stati. Sgombriamo completamente il campo da questa obiezione: l’Ue si è occupata di matrimonio forzato e di sfruttamento sessuale. Come mai per lo stupro non vale? Per trovare un accordo su quella proposta di mediazione è bastato un negoziato di appena due ore. Per l’intelligenza artificiale ne hanno impiegate 38. La verità è che nessuno si è opposto.

I diritti delle donne sono ancora un tema di serie B ai tavoli che contano?

È mancato lo sforzo in più che si dedica alle cose che si ritengono importanti. Ci hanno dimostrato che per loro i diritti delle donne contano poco, quanto basta per siglare un accordo scadente, al ribasso, che lascia fuori lo stupro, dimentica le molestie sessuali e vincola la sussistenza dei reati di genere soltanto ai casi in cui la donna può dimostrare di aver subito un gravissimo danno. Vuol dire che se sono riuscita a riprendermi, perché magari ho una personalità più strutturata di altre e non sono sconvolta al punto da volermi togliere la vita, il reato non esiste. Evapora. Non solo. Hanno stralciato anche la formazione a forze dell’ordine e magistratura, e noi sappiamo quanto sia fondamentale per l’accesso delle donne alla giustizia. L’8 marzo manifesteremo e spiegheremo all’opinione pubblica che cosa è accaduto, anche in vista delle elezioni di giugno. Per noi senza consenso non c’è voto.

La notizia da Bruxelles ha sorpreso. Stride con l’attenzione alla violenza contro le donne, che non è mai apparsa alta come in questo momento. Lo verificate anche voi?

Dal 2020 gestiamo il 1522. A ottobre abbiamo avuto circa 5mila contatti, a novembre sono saliti a 9.800, come sempre dopo le iniziative di sensibilizzazione del 25 novembre. A dicembre ci aspettavamo di tornare alle solite 5mila chiamate, e invece sono state 13mila. Un cambio di passo pazzesco, mai visto prima, che ha una sola causa: il femminicidio di Giulia Cecchettin.

Che cosa è cambiato?

Ha obbligato tutte e tutti a riconoscere la violenza come qualcosa di molto vicino. Non soltanto l’occhio nero e la costola rotta, ma l’escalation che ha drammaticamente raccontato Giulia nei suoi audio diffusi sui social e che hanno provocato all’Italia intera un brivido lungo la schiena. Tutte e tutti hanno compreso, attraverso la sua voce, come si possa arrivare a commettere un femminicidio anche senza aver mai alzato un dito, ma mettendo in atto ciò che noi sappiamo essere il portato specifico della violenza, ossia il totale potere, il totale controllo.

In molte hanno potuto riconoscersi…

Sì. E le donne stanno capendo di più che possono chiedere aiuto. Stiamo lavorando tantissimo per una reale diffusione della conoscenza del 1522: non solo informare sul fatto che c’è e su che cos’è, ma anche far sapere che cosa succede se contatto, chatto o chiamo e che sono garantiti totale anonimato e riservatezza. Sono tutele minime che dobbiamo assicurare alle donne, perché conosciamo le reazioni alla loro presa di parola. Chi vive in situazioni di controllo totale, come Filippo Turetta provava ad agire nei confronti di Giulia, ha come reazione sensi di colpa, stress, paura.

Colpiva, negli audio di Giulia, il fatto che fosse spaventata non per sé, ma per lui. Temeva che potesse farsi del male, non farlo a lei come poi è successo. Come si arriva a questo capovolgimento?

Non lo pensava solo Giulia. La maggior parte delle donne vittime di violenza hanno accanto uomini che non fanno che ripetere: “Senza di te mi ammazzo”. Spesso se ne convincono. Quegli audio raccontavano in maniera talmente intima e vera qual era lo stato emotivo di Giulia che l’aumento delle chiamate al 1522 di dicembre è stato dovuto per il 20% a madri e padri preoccupati per le figlie. Genitori che le vedevano turbate, stressate e controllate, e che ci hanno detto: “Sino ad oggi non ci abbiamo fatto caso. Oggi ci tremano le vene”.

Nonostante quelle confessioni alle amiche, Giulia è stata uccisa…

Adesso ci chiamano anche gruppi di ragazze e ragazzi. Ci dicono: “Abbiamo un’amica che ha una relazione con un ragazzo violento. Finora abbiamo pensato di non dirle nulla, per rispetto della sua privacy. Adesso, dopo Giulia e dopo quegli audio, abbiamo paura. Non vogliamo non fare niente. Che cosa ci consigliate?”. Per questo dico che quel femminicidio è stato uno spartiacque, un prima e dopo. Tutto ciò che era considerato rispetto per le ragazze, compreso il non metterle in imbarazzo rispetto al comportamento dell’uomo violento, oggi non lo è più. Abbiamo purtroppo misurato la differenza tra una donna che viene lasciata sola e una donna che ha invece ha intorno amici, parenti, colleghi, compagne di università che riconoscono i segnali e decidono insieme di aiutarla, anche superando la fatica di millenni di tabù che ci impediscono di prenderci cura delle persone a cui vogliamo bene e andando oltre il retaggio culturale che vieta di fare certe domande perché alcune cose sono considerate indicibili.

Che cosa rispondete a chi vi chiede consigli?

Accogliamo le loro preoccupazioni e cerchiamo di capire nello stesso tempo come non mettere la donna nella condizione di doversi difendere anche da loro. Devono rimanere dalla sua parte sempre e comunque, qualunque cosa lei decida. L’errore più grande che si possa commettere è parlarle e poi, davanti alla sua eventuale resistenza, abbandonarla al suo destino. Così resta isolata per sempre. Il nostro compito è fornire gli strumenti per non lasciarla sola.

Gli uomini sono più reattivi di un tempo?

C’è un lavoro enorme da portare avanti con gli uomini. Per loro è molto difficile parlare delle relazioni con le partner, ma è molto facile parlare delle loro figlie e dei loro figli. E infatti siamo colpite dai papà e stiamo lavorando per accompagnare i nuovi genitori sin dall’asilo nido.Con il progetto Gea (Generare empowerment e reti antiviolenza), finanziato da Fondazione con il Sud, operiamo nel territorio della provincia di Salerno, e in particolare ad Atena Lucana, con un insieme di interventi focalizzate sulle bambine e sui bambini da zero a tre anni. Riteniamo sempre più fondamentale arrivare prima nell’educazione e oggi sappiamo scientificamente che possiamo dare ai nuovi genitori informazioni preziose rispetto a comportamenti anche inconsapevoli che invece poi vanno a costruire la base non per diventare violenti, ma per avere un retaggio di cultura patriarcale che non ci fa vedere la violenza come qualcosa di grave, minimizzandone la gravità e banalizzandone il portato. Decostruiamo gli stereotipi sul maschile e sul femminile, quelli che fanno percepire le bambine come esseri fragili da proteggere e i bambini come futuri leader chiamati ad affermarsi come forti. In Italia abbiamo gli stereotipi più alti nei colori, nei giochi, nell’educazione dei maschi e delle femmine.

Il 2023 si è chiuso con l’approvazione della legge Roccella, un’altra tessera importante del mosaico legislativo italiano contro la violenza contro le donne. Che cosa manca ancora?

Con la legge sono stati introdotti strumenti che alle donne servivano dal punto di vista pratico, nell’uscita nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Infatti è stato votato all’unanimità. Ricordiamo che però era a budget zero e questo significa, ad esempio, che resta da giocare tutta la partita della formazione della magistratura, degli operatori dei servizi sociali e sanitari, delle forze dell’ordine. Nella legge di bilancio sono stati stanziati 40 milioni interamente dedicati a centri antiviolenza e case rifugio. Ora dobbiamo essere certi che nessuno voglia cambiare i requisiti minimi per abbassare la soglia della qualità. Nei centri mettiamo insieme il livello di elaborazione politica con l’operatività, saperi e pratiche, per sostenere le donne in uscita dalla violenza. La visione di genere è precisa, ed è femminista. Il nostro timore è che per molte cooperative, per molte associazioni che hanno sempre gestito case famiglia o servizi generici di questo tipo, questo ambito sia diventato un pezzo di mercato. È un rischio che non possiamo correre.

Quali sono le vostre sfide per il 2024?

Un grande obiettivo per il 2024 e il 2025 è spingere per aumentare l’emersione della violenza, che oggi valutiamo all’incirca al 10% di quella effettivamente agita. È un nodo che dobbiamo assolutamente risolvere. Bisogna inoltre accrescere l’efficacia e l’impatto della prevenzione. Per noi la strada più giusta è proprio quella di parlare con le nuove generazioni. Continuiamo a domandarci perché la violenza venga tramandata e non cambi, anzi peggiori. Noi la risposta la abbiamo: inconsapevolmente, trasmettiamo modelli di gender, di ruoli gerarchizzati, che mantengono lo stesso stile. Poi c’è l’enorme tema del digitale.

Che poi è il tema delle nuove forme di violenza…

Assolutamente sì. Per contrastare la violenza digital i target sono ampi: le donne, ma anche i genitori, le comunità di ragazze e ragazzi. Siamo molto in ritardo su questo fronte, quasi analfabeti. In altri Paesi si lavora già da tempo e molto meglio, in maniera sistemica e strutturale. In Inghilterra la comunicazione scuola-famiglia fa crescere i genitori nella conoscenza dei rischi, con esperti presenti anche nei Comuni più periferici. Accanto alla violenza digitale, ci preoccupa la violenza sessuale di gruppo tra giovanissimi: 14, 15, 16 anni. Tutti i dati ci dicono che è in aumento.

I due fenomeni sono collegati?

Dagli studi sembrerebbe proprio di sì, perché lo spostamento sul virtuale contribuisce a normalizzare tutti i comportamenti, anche i più violenti. Ma non basta andare a parlare con i ragazzi: è già tardi. Dobbiamo interrogarci anche sugli atteggiamenti di noi adulti, sulla qualità delle nostre relazioni tra noi e con loro. Dobbiamo arrivare prima.

Anche noi ci interroghiamo. Alley Oop compie 8 anni. Quali sono le sfide che dovrà affrontare nel prossimo futuro in tema diversità e inclusione?

Alley Oop è fortissimamente impegnata nell’eliminazione degli stereotipi dalla narrazione della violenza contro le donne e si è affermata come punto di riferimento autorevole e rigoroso con un lavoro di altissima qualità. In futuro sarà cruciale potenziare ciò che abbiamo già intravisto accadere nel 2023: la forza e la bellezza di un network di donne in luoghi molto diversi, dai centri antiviolenza alle testate giornalistiche, dalle istituzioni alle aziende, che hanno saputo unirsi nel momento in cui bisognava essere e apparire unite. La rete può fare la differenza in tutte le quattro priorità che ho indicato: emersione, prevenzione, contrasto alla violenza digital e alla violenza tra giovanissimi. Buon compleanno Alley!

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