Lanzoni (Pangea): “Liberare le donne afghane e iraniane per liberare anche noi stesse”

scritto da il 13 Febbraio 2024

Per le migranti e le donne straniere in Italia non si fa abbastanza: manca una strategia nazionale antiviolenza e non c’è una sufficiente mediazione culturale. Mancano in poche parole politiche ad hoc. Fuori dall’Italia, in Paesi dove le donne sono prive di diritti come in Afghanistan, servirebbe invece lavorare sul concetto di apartheid delle donne, per superarlo come avvenne per la popolazione nera. “Finché non si rimuovono gli ostacoli che vivono le nostre sorelle, in Afghanistan come in altri Paesi, questi esempi negativi rimarranno come pericolosi elastici che possono trascinare le nostre società indietro piuttosto che farle avanzare”.

Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea, esperta di sviluppo e cooperazione in ottica di genere, già membro di Grevio per vari e anni e con una lunga esperienza in zone di conflitto ed estrema povertà, è un fiume in piena quando parla della condizione delle donne in Italia e nel mondo, della violenza subita dalle donne e soprattutto dalle donne migranti, dalle straniere, dalle afghane. Perché, spiega nell’intervista ad Alleyoop, “finché non liberiamo le donne afghane non liberiamo neanche noi stesse”.

Dottoressa Lanzoni, lei ha  lavorato in Afghanistan per tanti anni, attraversando e conoscendo da vicino i feroci avvenimenti della storia recente, che cosa può fare oggi la comunità internazionale per le donne afghane?

Nel marzo 2023 un gruppo di donne attiviste iraniane ed afghane ha lanciato una campagna dal titolo “End gender apartheid today“. A dicembre  scorso, nel lavoro svolto con le rifugiate afghane in Italia sull’agenda delle Nazioni Unite su Pace e Sicurezza abbiamo rilanciato il tema dell’apartheid di genere. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo che vieta alle donne di andare a scuola e università dopo gli 11 anni, vieta la partecipazione alla vita politica, vieta alle donne di camminare senza essere accompagnate da un uomo, vieta di lavorare se non in alcuni settori come la salute. Fino a vietare ogni forma di anticoncezionale.

Questo è apartheid, la popolazione nera lo teorizzò nel ‘900, perché oppressa dalle leggi del proprio Stato per il colore della pelle! In questo caso oltre la metà della popolazione in Afghanistan di sesso femminile vive, in quanto donna, una vera e propria segregazione ed oppressione sistematica, voluta da chi governa quel Paese, costretta, separata e subordinata da un governo de facto che alcuni Paesi vogliono riconoscere e far entrare alle Nazioni Unite,  e da un sistema maschile generale che non si ribella e non rinuncia a questo potere in quel Paese, come in molti altri. Il concetto di apartheid è discusso anche all’interno dell’Onu e mette in luce la condizione in cui le donne vivono non solo in Afghanistan, ma in Paesi come l’Iran dove c’è una limitazione all’accesso allo studio, alla partecipazione ad esempio agli eventi sportivi, oppure all’uscita dal proprio Paese senza autorizzazione del marito, etc. Ancora oggi ci sono donne che subiscono anche punizioni corporali e la prigione perché ballano in pubblico, non indossano burqa o “teli” integrali neri o maschere di ferro che tolgono il respiro anche solo a guardarle.

Quali sarebbero gli effetti, anche a livello giuridico, dell’adozione del concetto di apartheid?

A livello di diritto internazionale è un tema difficile da far passare, ma molto interessante. Ci sono perplessità sulla definizione giuridica e alcuni temono che sia una sfida troppo grande da affrontare. Ma è un tema che potrebbe compattare il movimento femminista mondiale e forse anche quello italiano, oggi frammentati. L’apartheid di genere potrebbe diventare un concetto per fermare l’avanzamento del conservatorismo sempre più accentuato nel mondo nelle politiche mainstreaming. Io credo che sarebbe importante andare avanti su questa strada, e combattere contro quelle situazioni nelle quali lo Stato vieta alle donne le libertà e i diritti fondamentali proprio perché donne.  D’altronde, ritengo che finché non si rimuovono gli ostacoli che vivono le nostre sorelle, in Afghanistan come in altri Paesi, questi esempi negativi rimarranno come pericolosi elastici che possono trascinare le nostre società indietro piuttosto che farle avanzare.

Parlando dell’Italia, quali sono le maggiori criticità delle donne migranti vittime di violenza con le quali lavorate?

In Italia bisogna entrare, innanzitutto, in contatto tra donne di Paesi di origini differenti, e già questo è difficile; la lingua parlata e la modalità di esprimere emozioni e vivere alcuni aspetti della vita non possono essere solo oggetto di un nostro giudizio negativo. Lavorare con loro passa attraverso un processo di “contaminazione” e apprendimento reciproci. Non possiamo parlare solo con le donne “liberate” o “emancipate” straniere. Molte necessitano di tempo, di accompagnamento verso la consapevolezza dei propri diritti, del resto ciò succede anche per tante italiane oggi. Mica penseremo di essere tutte libere! Magari! Ma può cambiare il punto di partenza e di arrivo con chi ha un percorso migratorio.

Il lavoro da compiere è ancora tanto per chiudere il gap tra noi donne, a prescindere dalla nostra origine geografica e culturale. Mi ha fatto molto riflettere un dato che emerge ogni anno tra i servizi che la Fondazione Pangea offre alle donne che vivono condizioni di violenza: mentre nello sportello nazionale di ascolto antiviolenza Reama registriamo una maggioranza di richieste di supporto da donne italiane, nelle case rifugio di Pangea c’è una netta presenza delle donne straniere: Il 90%- 100 per cento. Bisogna, quindi, prendere atto che le donne migranti e straniere hanno maggiore difficoltà a chiedere aiuto, frenate da paure, stereotipi culturali sulla nostra società, perché non riconoscono di aver subito violenza o perché non conoscono gli strumenti a loro disposizione.

Come arrivano, quindi, nelle case rifugio? 

Attraverso il pronto soccorso, i servizi sociali, l’intervento della polizia. Allora vuol dire che hanno bisogno di aiuto e che probabilmente c’è molto sommerso da far emergere. Allora, il lavoro con mediatrici consapevoli del fenomeno della violenza è fondamentale nella costruzione di un dialogo di fiducia con le donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo.

Quali altre problematiche riscontrate più diffusamente?

Anche quando ci troviamo di fronte a donne pronte a denunciare, queste spesso vivono in contesti dove è difficile rendersi autonome. Hanno delle difficoltà a trovare lavoro, ad affittare una casa, a conciliare i tempi casa-lavoro. E il primo grandissimo ostacolo è spesso quello della lingua. Inoltre, c’è ancora molta difficoltà a trattare alcune forme di violenza da parte delle forze dell’ordine e nei tribunali, per esempio per quanto riguarda i matrimoni forzati. Serve anche maggiore formazione tra i professionisti e operatori dello Stato.

E quindi cosa chiedete al Governo e alle istituzioni?

Occorre un grosso investimento di politiche necessarie per far emergere la consapevolezza tra le donne e portarle a fare denuncia, fornendo loro la possibilità concreta di potersi costruire una nuova vita, ripartendo da se stesse. Occorrono politiche ad hoc per le donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo. Politiche che oggi non ci sono se guardiamo all’antiviolenza a livello nazionale. Per fare solo un esempio, durante il Covid, quando si sono attuate tante campagne per aiutare le donne vittime di violenza invitandole a chiamare il 1522, non si è mai pensato di fare gli appelli anche nelle altre principali lingue parlate dalle migranti, come arabo, ucraino, etc. Si deve superare la solita visione assistenziale di queste donne.

Lavorare bene con le donne migranti in Italia si può: attraverso percorsi di condivisione, di consapevolezza sui propri diritti e libertà. Tutto ciò vuol dire moltiplicare gli effetti positivi sia nel nostro Paese sia nei loro Paesi d’origine. Ogni donna che autodetermina la sua vita può essere una moltiplicatrice di libertà e diritti verso le sue sorelle, cugine, nipoti che vivono nel Paese d’origine. Sarà lei, infatti, a sostenere le altre e dare loro opportunità di studiare e lavorare, prendersi cura. Manderà soldi non solo per dare assistenza, ma anche per fare empowerment.

In Italia da cosa partiamo quando parliamo di donne migranti? Come giudica la parte relativa nella strategia nazionale antiviolenza?

Nei piani di azione nazionale antiviolenza del passato, la parte relativa alle migranti è sempre stata scarsa rispetto ai reali bisogni che ci sono in Italia, e non sono mai state finanziate azioni ad hoc. L’Italia è un Paese di transito ma anche di forte accoglienza della migrazione. Sicuramente ci vorrebbe una vera e propria visione su quello che si deve fare. Si deve far uscire le donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo dal ghetto di genere che le relega a vivere una vita all’ombra di noi italiane. Le seconde generazioni potrebbero giocare un ruolo determinante nell’aprire dei percorsi innovativi che facciano da ponte tra le culture ospitate e ospitanti per una crescita comune verso i diritti di tutte. Mi auguro che il futuro piano di azione nazionale affronti maggiormente la questione in un’ottica intersezionale e  rafforzi le misure per il contrasto ad alcune forme specifiche di violenza come i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili, coinvolgendo maggiormente le scuole e non solo.

Alley Oop compie 8 anni: quali sono le sfide che dovrà affrontare nel prossimo futuro in tema di diversità e inclusione?

Sarebbe bello che Alley Oop, visto l’importantissimo focus che ha portato avanti in questi ultimi anni sulla violenza contro le donne, inglobasse ulteriormente la questione migratoria in un’ottica di genere, sia per quanto riguarda le varie forme di violenza intersezionali sia studiando le ricadute socio-economiche e sanitarie sulle donne di fenomeni come il cambiamento climatico e la fuga da conflitti sempre più estesi. Solo la pace può, infatti, permettere l’avanzamento della libertà e dei diritti delle donne in ogni settore della vita.

Infine, sarebbe importante approfondire la questione dell’empowerment, ovvero delle strade per uscire dalla violenza. Spesso si parla solo del peggio, ovvero dei femminicidi, ma sono molte di più le donne che ce la fanno e questo merita di essere raccontato per continuare a dare fiducia!

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