Premier donna, grandi assenti anche tra gli speaker all’ONU

scritto da il 03 Ottobre 2023

Where are the women of the world?”. Dove sono le donne? Cyril Ramaphosa, premier del Sud Africa ha additato l’elefante nella stanza nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la settimana scorsa.

Per contesto, Ramaphosa guida un governo diviso equamente tra i generi e a New York era accompagnato da una delegazione totalmente femminile. Un’eccezione, sottolineata ulteriormente dal fatto che nella sola giornata di martedì 26 settembre è stato il 14esimo uomo a prendere la parola. “Dovrebbe essere un motivo di preoccupazione per tutti noi che la maggioranza di chi siede in questa assemblea siano uomini. Dobbiamo chiederci: dove sono le donne del mondo? Hanno il diritto di essere qui a rappresentare i punti di vista delle donne di tutto il mondo”.

Quante donne all’Onu?

I numeri rinforzano le parole del presidente sudafricano: secondo Reuters, dei 193 Paesi presenti all’assemblea di fine settembre, solo 21 speaker erano donne. Di queste, sei sono capi di stato, quattro capi di governo, nove ministre, una è vice presidentessa e una vice ministra. Numeri che riflettono anche la realtà. Al mondo solo 13 stati sono a guida femminile (dati Council on Foreign Relations), cioè il 10% sul totale dei membri delle Nazioni Unite. Anche il presidente dell’Assemblea generale ONU, Dennis Francis, aprendo la seconda “Platform of Women Leaders”, notava che nessuna donna ha mai ricoperto il ruolo di segretaria-generale e solo quattro sono state nella posizione che lui oggi occupa.

Donne capo di Stato

Se l’assenza di metà della popolazione mondiale è stata quantomeno sollevata in uno dei palcoscenici internazionali più grandi e in vista, sia i dati correnti che le prospettive di vedere un cambiamento da qui ai prossimi mesi restano scarsi. Al 15 settembre, come riportato da UN Women, sono 28 le donne a capo di uno stato (15 Paesi) o di un governo (16) e rappresentano il 22,8% nei consigli dei ministri.

Solo in 13 Paesi c’è almeno un numero pari tra ministri uomini e donne. Ma in 75 nazioni le ministre sono meno del 20%. In India, Turchia e Cina raggiungono appena il 7% e l’Azerbaijan, l’Arabia Saudita e il Libano non ne hanno nemmeno una. Per quanto riguarda gli ambiti di cui queste poche ministre si occupano, per la maggior parte si tratta di parità di genere, famiglia e infanzia, inclusione e protezione sociale, sviluppo e minoranze.

Spostando lo sguardo sulla composizione dei parlamenti nazionali, le percentuali non cambiano di molto. Il 26,5% dei seggi sono occupati da donne (erano l’11% nel 1995) e soltanto in sei Paesi rappresentano almeno la metà degli eletti: in Rwanda (61%), a Cuba (53%), in Nicaragua (52%), in Messico, Nuova Zelanda e Emirati Arabi (50%). Se almeno altri 23 Paesi hanno superato almeno la soglia del 40% – tra cui 13 stati europei -, in 22 le donne sono meno del 10% di chi siede in Parlamento. Continuando di questo passo nel mondo la parità nei luoghi decisionali a livello nazionale non verrà raggiunta prima del 2063.

La solitudine delle donne leader

Ai vertici degli Stati, dicevamo, la partecipazione equilibrata tra i generi è un miraggio lontano. E se anche in questi ultimi mesi ci sono stati importanti “prime volte”, come in Italia, Perù e Bosnia che hanno eletto le loro “prime” premier, almeno altrettante hanno lasciato o dovuto lasciare la loro carica: in Nuova Zelanda a inizio anno si è dimessa Jacinda Arden, in Finlandia Sanna Marin è risultata sconfitta alle elezioni di giugno, e il mese scorso la premier del Gabon, Rose Christiane Ossouka Raponda, è stata rimossa da un colpo di stato.

Paesi a guida femminile

Numeri e nomi a parte, sempre più segnali indicano che le nazioni a guida femminile “stanno meglio”. I dati mostrano come la presenza femminile in politica migliora i processi decisionali. Le donne in posizioni di leadership dimostrano maggiore attenzione e impegno sui temi di pari opportunità – dalla lotta alla violenza di genere alle tematiche di sostegno all’infanzia e congedi parentali – ma anche in materia di pensioni e riforme elettorale. Aumentare la presenza femminile nelle istituzioni e negli organi di governo allora rappresenterebbe una possibile alternativa, se non soluzione, a molte incognite e prospettive future.

Come fare? Lo strumento più efficace sembra essere l’introduzione di una qualche forma di quota, già a partire, per esempio, nelle liste dei candidati. Dove applicate hanno contribuito in modo evidente nel tempo all’accesso di più donne al potere. Secondo i dati riportati da UN Women, i Paesi che hanno adottato legislazioni che prevedono delle regole per il bilanciamento delle candidature, la rappresentazione femminile è salita di 7 punti percentuali rispetto a quelle nazioni che non hanno introdotto nessuna riforma in questo senso.

Una lezione dall’Islanda

Tra i presenti all’Assemblea delle Nazioni Unite a New York c’era anche la premier islandese, Katrin Jakobsdottir. Il mese scorso l’isola-nazione è stata nominata leader mondiale in materia di parità di genere per il 14esimo anno consecutivo – oltre a essere sempre in testa alle classifiche in questo ambito, il Paese ha un posto speciale nella storia dell’impegno sui diritti femminili almeno a partire dallo sciopero delle donne del 1975.

Jakobsdottir, che dal 2017 guida il Paese dagli altissimi livelli anche culturali di pari opportunità, ha sottolineato le gravi difficoltà e i passi indietro di questi mesi. “I numeri sono scesi invece che aumentare. (Il potere) è un luogo solitario” per le donne. “La tendenza è preoccupante e mostra che non c’è nulla di scontato in materia di parità di genere” – basti pensare che per quanto avanzata la sua nazione sia, ancora persistono pay gap e violenza di genere. La premier crede che “se più donne sedessero ai tavoli delle decisioni, ci sarebbero meno conflitti, e più attenzione al benessere della popolazione”. Una posizione la sua confermata dal fatto che, nonostante la carenza di rappresentazione femminile in politica, le nazioni dove una donna è a capo, risultano più in salute e più felici.

Lo conferma il World Happiness Report che segnala come cinque sui 20 Paesi più felici erano guidati da donne, in percentuali che sorpassa di molto il numero di quelle che ricoprono ruoli apicali o la posizione di premier. Eppure, continua Karin Jakobsdottir  “Il dato triste è che la parità di genere non è una priorità nelle agende di molti uomini. Certo ci sono eccezioni, ma molto raramente. E quando ci sono così poche donne in posizioni di leadership penso che sia nostra responsabilità sventolare questa bandiera ovunque andiamo”.

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