La sovraesposizione alle notizie sulla guerra e lo stato di allerta che non ci serve

scritto da il 14 Marzo 2022

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“Cresce tra gli italiani il ‘panico da guerra’, anche perché questa emergenza si innesta su un’altra, la pandemia, non ancora terminata e che ci stava dando speranze di conclusione, e quindi colpisce la popolazione in una situazione di fragilità. Per contrastare questa paura può essere utile evitare la dipendenza da news, condividere le preoccupazioni con altri, non trascurare la quotidianità, formare i ragazzi anche a scuola”.

Sono queste le parole di Roberto Ferri, presidente della società italiana di Psicologia dell’emergenza, che sintetizzano quello che stiamo vedendo accadere in questi giorni dal punto di vista della nostra psiche: la crescita esponenziale di stati di ansia e panico, correlati alla continua esposizione alle drammatiche notizie sulle situazioni critiche che il mondo sta vivendo, la pandemia prima e la guerra ora.

Ma andando anche un po’ più indietro, la percezione di un pericolo vicino e reale è arrivata per la prima volta con gli attentati terroristici dell’Isis in Europa (2015-2017), per poi esplodere con la pandemia, fino all’invasione russa dell’Ucraina. Il tutto con una esplosione della copertura mediatica di questi temi, su tutti i media da quelli tradizionali al web fino ai social. E’ chiaro che eventi di questa portata rendono centrale il ruolo dell’informazione, anzi di un’informazione il più possibile accurata e corretta. Ma a livello individuale quel che è successo è che ci si è abituati ad avere gli aggiornamenti in tempo reale, minuto per minuto e l’esposizione costante alla tragedia, alla morte, non aggiunge nulla a livello informativo ma danneggia molto il sentire personale, stringendo sempre di più quel tunnel in cui ci siamo incamminati. E se già gli eventi in sé sono tragici, l’uso sempre più frequente di titoli a effetto ‘cattura clic’ non fa che alimentare una paura crescente, che altro non fa se minare la capacità di mantenere un equilibrio psichico, seppur nella consapevolezza della tragedia.

Il risultato lo vediamo ogni giorno nei nostri studi da psicologi e psicoterapeuti: è in costante crescita il numero di quelle persone, che magari mostravano delle fragilità o un carattere di tipo ansioso già in precedenza, ora sono davvero provate e in uno stato di profondo disagio a causa dell’imprevedibilità percepita, vivono in uno stato di angoscia costante vittime, loro malgrado, di una totale perdita di speranza nel futuro. I disturbi legati ad ansia e depressione, già fortemente cresciuti con la pandemia, rischiano di registrare un’ulteriore impennata.

Anche tra i giovani e giovanissimi sono in molti quelli che, nella stanza di terapia, portano pensieri ed emozioni molto disturbanti, tra cui la paura di essere chiamati alle armi, immagini e vissuti di morte per loro o le loro famiglia e, sempre più spesso, la convinzione che sia impossibile aspirare a una vita gratificante e felice. La sensazione è che sia davvero troppo, come dice Roberto Ferri, perché gli ultimi anni di interminabili emergenze hanno richiesto molte energie psichiche e la guerra è arrivata proprio quando si iniziava a vedere uno spiraglio di luce rispetto alle tenebre in cui ci aveva immerso il Covid.

E’ indubbio che questo conflitto ci tocca più di altri e non solo per la iper-esposizione alle notizie: è una guerra che si sta combattendo in Europa, luogo che oggi viviamo come una casa comune e le modalità in cui sta avvenendo evocano fantasmi del nostro recente passato. Non fa bene, però, sovraccaricare la mente tenendola costantemente esposta a contenuti così pesanti: non è utile a una soluzione, aggrava il nostro stato mentale. Al contrario, quel che serve per mantenere un centro, per restare in equilibrio non è essere costantemente aggiornati su ogni singola operazione militare, ma capire cosa è nel nostro controllo, cosa possiamo fare da dove siamo. Aiutare concretamente, raccogliere fondi o beni da inviare, rendersi disponibili ad ospitare chi scappa dalla guerra se possibile, sostenere le associazioni che lo fanno.

E’ giusto anche mantenersi informati e condividere le nostre emozioni con i nostri cari, ma è necessario poi sgomberare la mente e dedicarsi alle proprie attività recuperando una certa leggerezza: è infatti fondamentale nutrire il proprio equilibro interiore per evitare di cadere in forme estreme di angoscia o in disturbi psicologici, che possono solo peggiorare la nostra situazione e quella di chi ci sta accanto. A volte, per “staccare il cervello” è necessario fare uno sforzo cosciente, andare contro a quello che l’istinto ci porterebbe a fare, perché la mente è pericolosamente attratta da tutto ciò che la spaventa, come se si illudesse che pensando continuamente a qualcosa ne potesse ridurre gli aspetti negativi, ridimensionarla, come se la potesse, quindi, in qualche modo “controllare”.

Niente di più sbagliato: vivere in uno stato d’allarme incessante produce solo ossessioni e angosce e nulla si modifica in base all’attenzione che gli dedichiamo. Uno degli sforzi umani più significativi ma salvifici è comprendere che gran parte degli eventi intorno a noi non possono essere controllati in nessun modo dai nostri comportamenti. Possiamo però cercare di gestire al meglio le nostre reazioni ad essi, cosa che invece è nelle nostre facoltà. Occupiamoci del nostro benessere quindi, magari davvero spiegandone l’importanza anche ai più giovani nelle scuole, come suggerisce Ferri e, contestualmente, solo così possiamo aiutiamo gli altri, se e come possiamo. Scoprendo magari di avere molto di più da dare di quanto pensassimo. In questo modo non aggiungeremo sofferenza a sofferenza, sapremo aiutare anche meglio, con più energia, idee, coraggio e speranza.

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Ultimi commenti (1)
  • carl |

    Mi sembra che si sarebbe anche dovuto accennare all’assuefazione… Un fenomeno che in certuni (pochi o tanti che siano) può indubbiamente verificarsi e che deriva dalla ripetizione di talune notizie o e/o da un loro continuo “martellamento” mediatico.