Svezia 2021: la discriminazione adesso è un problema per gli uomini

scritto da il 10 Gennaio 2022

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Nelle classifiche internazionali sull’uguaglianza di genere la Svezia si posiziona sempre tra i Paesi più virtuosi[1], anche per effetto delle leggi e delle politiche che da tempo sostengono le pari opportunità e incentivano la partecipazione femminile al mercato del lavoro[2]. Tra tanti indicatori positivi della parità di genere c’è però una non trascurabile eccezione: la segregazione occupazionale. Anche in Svezia, infatti, le professioni di meccanico, camionista, magazziniere, tecnico informatico, ecc. sono svolte prevalentemente da uomini, mentre le professioni di infermiera, cassiera, addetta alle pulizie, educatrice per l’infanzia, ecc. sono svolte prevalentemente da donne. Il problema deriva dal fatto che se da un lato questa segregazione sostiene l’occupazione femminile, d’altro canto si riflette nelle minori retribuzioni, diventando così la principale causa del consistente e persistente gender pay gap svedese.

Numerose ricerche studiano le ragioni di questa concentrazione di uomini e donne in attività e professioni distinte per genere, e mettono spesso in evidenza la disparità di trattamento che si manifesta fin dalle procedure di assunzione. I più recenti tra questi studi sottolineano che la disparità di trattamento emergente è quella nei confronti degli uomini che si candidano nelle professioni a prevalenza femminile, e non più, come in passato, quella nei confronti delle donne che si candidano nelle professioni a prevalenza maschile. Ad esempio, Ahmed, Granberg e Khanna (2021) analizzano 3.200 finte candidature, inviate in risposta a vere ricerche di personale, relative a 15 diverse professioni, e non trovano alcuna differenza statisticamente significativa nelle probabilità di assunzione riferite alle professioni a dominanza maschile, mentre registrano una significativa e consistente discriminazione nei confronti degli uomini che si candidano nelle professioni a dominanza femminile.

Questo risultato non è del tutto inaspettato, in Svezia, perché già in una ricerca del 2011 era emerso che le donne avevano una probabilità del 4% maggiore rispetto a quella degli uomini di essere convocate in risposta a una candidatura per professioni a dominanza femminile, mentre nelle professioni a dominanza maschile non era emersa alcuna significativa differenza di genere.

In una ricerca analoga, condotta simultaneamente e con la stessa metodologia, anche Gunn et al. (2021) trovano risultati simili in Germania, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito: è confermata la discriminazione nei confronti delle candidature maschili nelle professioni a dominanza femminile, ma non è emersa alcuna disparità di trattamento nelle professioni a dominanza maschile.

Le tendenze recenti dell’occupazione e le politiche di pari opportunità hanno dunque portato ad un evidente incremento della presenza femminile in ambiti professionali a prevalenza maschile, ma non sono state altrettanto incisive nell’inserimento del genere maschile nelle professioni a prevalenza femminile. Questa resistenza al cambiamento può essere spiegata, almeno in parte, dal fatto che la discriminazione nelle procedure di assunzione sembra essere ritenuta meno grave nei casi in cui la subiscono gli uomini rispetto ai casi in cui la subiscono le donne.

Confermano questa ipotesi i risultati di una ricerca appena condotta negli Stati Uniti (Feess, Feld e Shakked 2021) [3]. A ciascun partecipante è stato chiesto di esprimere un giudizio morale riferito ad un contesto in cui un dirigente, decidendo chi assumere per coprire una posizione vacante, rivela un comportamento discriminatorio rivolto alternativamente nei confronti di un uomo o di una donna. La situazione è così descritta nell’esperimento: “Tenuto conto di tutte le caratteristiche di due partecipanti ad una procedura di selezione (qualificazione, esperienza, personalità, ecc.) il dirigente sa che la donna è leggermente più qualificata dell’uomo, e sa che assumendo lei porterà alla sua azienda un profitto leggermente maggiore. Tutto ciò considerato, il dirigente assume l’uomo. Si valuti la decisione del dirigente su una scala che va da zero (moralmente molto sbagliato) a cento (moralmente molto giusto)[4]”.

I risultati mostrano un atteggiamento di netto favore verso le donne: la discriminazione nei loro confronti è stata ritenuta infatti più riprovevole di quella nei confronti degli uomini di ben 12 punti percentuali. Una possibile spiegazione di questo risultato può derivare dalla diversa percezione che le persone hanno delle conseguenze della discriminazione sulle scelte professionali dei due generi: mentre per le donne essere discriminate significa essere escluse dalle professioni più prestigiose e meglio remunerate, per gli uomini significa dover rinunciare a posizioni poco retribuite e con scarse prospettive di carriera.

È importante ribadire, invece, che sia le politiche antidiscriminatorie sia le politiche di desegregazione sono rivolte ad entrambi i generi, e sono necessarie per contrastare i danni che gli stereotipi arrecano al sistema produttivo, ostacolandone l’efficienza allocativa. Queste politiche, infatti, hanno lo scopo di allargare il campo di scelta degli individui e di creare le condizioni che possano consentire a ciascuno di loro, uomo o donna, di rivelare il proprio talento e di realizzare il proprio potenziale. Come si legge nel Patto europeo per l’uguaglianza di genere

“solo in un ambiente che incentivi le capacità individuali senza i condizionamenti degli stereotipi la diversità potrà produrre effetti benefici, portando opportunità di crescita per le persone e di sviluppo per le organizzazioni”.

E questo è un argomento conclusivo, per gli economisti, perché attribuisce di fatto alle politiche di pari opportunità la natura di “miglioramenti paretiani”, cioè lo scopo di perseguire non il vantaggio dell’uno o dell’altro genere, ma l’interesse generale della società.

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[1] – Ad esempio, nell’ultima classifica del Global Gender Gap Report pubblicata dal World Economic Forum nel 2021 la Svezia risulta quinta su 156 partecipanti; l’Italia è sessantatreesima; al primo posto c’è l’Irlanda.

[2]  – Ad esempio, il tasso di partecipazione alla forza lavoro delle donne è solo di poco inferiore a quello maschile: 81% contro 85%.

[3] – Il campione consiste di 478 individui ed è rappresentativo dell’intera popolazione statunitense.

[4] – Nella seconda alternativa la frase è la stessa, ma l’uomo è più qualificato mentre è la donna ad essere assunta.

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