Smart working, hanno lavorato da casa più donne e più laureati

scritto da il 07 Giugno 2021

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Le misure di distanziamento sociale, introdotte in risposta alla pandemia COVID-19, hanno costretto molte persone a lavorare da casa. In Europa, nel corso del 2020, il dato è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente:  hanno lavorato abitualmente[1] da casa il 12,3% degli occupati (l’11,5% degli uomini e il 13,2% donne), mentre nel 2019 la quota era solo del 5,4% (il 5,2% degli uomini e il 5,7% delle donne).

Per quanto riguarda la componente femminile, il nostro Paese si posiziona di poco al di sopra della media europea (Figura 1): attualmente lavorano da casa il 14,3% delle occupate (contro il 10,7% degli occupati). Ma la figura 2 evidenzia che in nessun altro Paese la componente femminile ha avuto un incremento del lavoro a distanza così marcato come quello osservato nel nostro Paese: l’Italia si posiziona infatti al primo posto in graduatoria, a pari merito con la Grecia.

Figura 1 – Occupate che lavorano da casa in percentuale dell’occupazione femminile totale nei paesi europei. Anno 2020

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Fonte: ns. el. su dati

Figura 2 – Incremento percentuale delle occupate che lavorano da casa tra il 2019 e il 2020 nei paesi europei.

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Fonte: ns. el. su dati

L’esperienza del lavoro da casa durante la pandemia è analizzata in dettaglio nel recente sondaggio Eurofound-Europa “Vivere, lavorare e COVID-19”. I risultati mostrano che il fattore più correlato al lavoro da casa è il livello di istruzione dei rispondenti: tre quarti degli occupati che hanno lavorato da casa sono laureati (74%), contro il 34% dei diplomati e il 14% degli individui con licenza elementare o media. La differenza di genere non è particolarmente evidente, anche se la percentuale di donne che hanno lavorato da casa è leggermente più alta rispetto a quella degli uomini, ma soprattutto non sembra essere determinante per l’incidenza del lavoro da casa la presenza di bambini in età scolare. Infatti, la quota di persone senza figli a carico che hanno lavorato a distanza è risultata più elevata, anche se di poco, rispetto a coloro che avevano figli a carico. Questo dato sostiene l’ipotesi che la principale determinante del lavoro da casa sia la natura del lavoro stesso e la sua fattibilità a distanza, e non la conciliazione delle esigenze familiari e lavorative dei dipendenti.

In generale, anche i risultati di questa indagine confermano che l’esperienza di lavoro da casa durante la crisi è stata valutata positivamente dalla maggior parte dei rispondenti; anche in questo caso, infatti, il 70% degli intervistati si dichiara complessivamente soddisfatto del lavoro svolto. Ma un risultato ancora più notevole emerge dal fatto che la quota di coloro che preferirebbero lavorare abitualmente a distanza anche in assenza di restrizioni imposte dalla pandemia è pari al 78% degli intervistati, cioè risulta maggiore della quota di coloro che valutano positivamente il ricorso al lavoro a distanza durante la pandemia.

La giusta prospettiva è dunque quella di sganciare il lavoro da casa dallo stato di emergenza, e di normarlo in modo tale da agevolarne il potenziale di espansione indipendentemente dalla pandemia. Il cambiamento non sarebbe di poco conto, perché secondo il rapporto Istat 2020 il numero di individui attualmente occupati in professioni che consentono il lavoro a distanza senza particolari difficoltà potrebbe più che raddoppiare nell’immediato futuro.

[1]  “Abitualmente” significa per almeno la metà delle giornate lavorate nel periodo di riferimento di quattro settimane.

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Ultimi commenti (1)
  • gloria |

    il lavoro da casa rappresenta il nostro futuro e dunque bisogna incentivarlo considerando i notevoli vantaggi che apporta a livello individuale, familiare,ambientale e socioeconomico.Dunque , ben venga.