Che cosa resta di noi, senza relazioni superficiali?

scritto da il 12 Febbraio 2021

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Siamo cresciuti pensando che l’importante fosse avere un obiettivo e che gli elementi di contesto fossero secondari. Siamo andati cercando il grande amore, il lavoro della vita, gli amici veri, gli affetti essenziali. Lungo la strada e nel tempo ognuna di queste cose si è innestata su sfondi variabili: imprevisti e conoscenze superficiali, i cosiddetti “legami deboli”, destinati a farci compagnia in modo leggero e spesso provvisorio.

A volte ingombranti e fastidiosi, delle “perdite di tempo”; altre volte sorprendenti fonti di sollievo in giornate uggiose. Inclassificabili perché mai prioritari, conoscenze e non amici: incontrollabili, fortuiti, e alla fine il sale della nostra vita quotidiana. Si, questo sono i legami deboli: il sale e l’essenza della nostra vita sociale, della nostra possibilità di stare con gli altri.

Generosi perché non impegnativi, imprevedibili, faticosi anche: ma i legami deboli oggi non ci sono più e la loro assenza è un vuoto che appesantisce l’anima.

Da un anno vediamo e tocchiamo solo una ristretta cerchia di persone, quelle così importanti da farci “correre il rischio”… e basta. La bidimensionalità degli strumenti digitali con cui abbiamo cercato di sopperire all’impossibilità dell’incontro fisico ha tagliato fuori proprio le dimensioni deboli dei legami: quei contenuti spontanei e non in agenda che alla fine compongono la trama sottile delle relazioni.

Secondo il ricercatore Andrew Guydish, nel mondo lavorativo pre-covid c’era un potenziale di “reciprocità conversazionale” che consentiva alle persone di bilanciare l’interazione attraverso l’uso del tempo non strutturato delle riunioni. E, quando era possibile farlo, le persone uscivano dallo scambio più felici e più soddisfatte. Ecco, oggi questo spazio di omeostasi è scomparso del tutto.

Quante altre cose abbiamo perso, insieme ai legami deboli? Ecco che cosa è emerso da alcune persone che ho intervistato su questo tema:

“È una vita deprivata. Ridotta ai minimi termini. Lavorando tutto il giorno non ci penso, ma quando mi fermo e ci penso, mi chiedo: quando tornerà la normalità avrò ancora amici da invitare a una festa?

“I legami deboli non erano il centro della mia vita o del mio tempo, ma mi davano energia e il senso di essere in un sistema grande e dinamico. Questa situazione enfatizza il nido“.

“Una componente notevole della mia vita è scomparsa e mi ritrovo sempre più sola“.

“Mi mancano gli incontri casuali, quelli con gli amici che vedi poco ma a cui vuoi bene, le riunioni di lavoro in cui si parla anche di altro davanti a un caffè… mi manca stare con gli altri!”

“La vita è quella roba lì. Non è fatta solo di legami consolidati e stabili. Ci manca la vita“.

Sarebbe sbagliato pensare che questo senso di mancanza dipenda dall’avere poco da fare o poche relazioni, come dimostra quanto dice l’amministratore delegato di un’azienda bresciana: “Sono stufo di fare solo il capo azienda, il marito, il padre e al massimo l’amico per telefono con gli affetti più cari: voglio ricominciare a vivere, a toccare le persone, abbracciarle, baciarle, schivarle, abbandonarle. E invece sono qui, come un criceto che gira nella ruota”.

Che cosa resta quindi delle nostre identità e delle nostre emozioni, senza la possibilità di mescolarle a quelle degli altri, di tutti gli altri, anche – e soprattutto – degli sconosciuti e dei non amici, dei non affetti, delle persone che “non abbiamo scelto”?

“Togli l’umanità, e non resta che la transazione” dice Amanda Mull su L’Atlantic.

E continua: “Le connessioni periferiche ci legano al mondo in generale; senza di esse, le persone affondano nell’uniformità composita delle reti chiuse. L’interazione regolare con persone al di fuori della nostra cerchia ristretta ci fa sentire più parte di una comunità, o parte di qualcosa di più grande. Le persone alle periferie della nostra vita ci presentano nuove idee, nuove informazioni, nuove opportunità e altre nuove persone. Se la varietà è il pepe della vita, queste relazioni ne sono il tramite“.

Allora, non bastava avere un obiettivo? Non dobbiamo indirizzare ogni azione ad una scelta, ogni scelta a un risultato? C’era dell’altro, che non stavamo vedendo e apprezzando per quel che realmente rappresentava nelle nostre vite e per come dava senso alla nostra umanità? Beh, adesso lo sappiamo. Adesso, che non c’è più, lo vediamo chiaramente. Prepariamoci quindi a fare lo sforzo consapevole di ritrovarci nel mondo post covid, come ha detto una delle persone intervistate:

Sì, è vero. Abbiamo perso molte occasioni di incontro con l’altro che, anche se superficiali, facevano bene all’anima. Ma le ritroveremo appena ci toglieremo la mascherina e la paura. Dobbiamo ritrovarle perché ne abbiamo bisogno. Perché Terenzio aveva ragione quando scriveva: Homo sum, nihil humanum a me alienum puto (sono un uomo, niente di ciò che è umano mi è estraneo). Quindi prepariamoci a ritrovarci”.

Ultimi commenti (1)
  • carl |

    Mah, c’è del vero in quel che viene detto nell’articolo, che merita di essere letto. C’è del vero per il semplice motivo che come giustamente, ma crudamente, notò Aristotele: “L’uomo è un animale sociale”.
    Egli dunque propende (con svariati fini) per stare con gli altri, insomma a stare in compagnia, ad aggregarsi, sino non solo ad “incittadinarsi”, ma perfino anche ad adattarsi a vivere nelle cosiddette e sempre più numerose megalopoli di 15/20/30 milioni di coesistenti nelle quali, qualora emergano pandemie e/o caos sociale, ecc. il conto può essere, per così dire, assai salato..
    C’è dunque del vero, ma si tratta di un “vero” piuttosto superficiale, spolverato o spolveroso… Nel senso che ciò che, nei rapporti umani, ha importanza o, diciamo, che dovrebbe averne è come e di cosa si comunica col prossimo. E là “casca l’asino” perchè il più delle volte il pensiero, la riflessione, la parlata, ecc. degni di questo nome sogliono brillare, anzi solitamente brillano, per la loro assenza.
    Sicchè il più delle volte l’uomo permane al livello di animale aristotelico o, come direbbe Darwin, di un ex quadrupede che, evoluzion facendo, è andato perdendo pelo e coda ed è divenuto un bipede favellante e dotato di dito prensile.. Ma che, purtroppo ed il più delle volte, non si è soggettivamente curato di (almeno) attenuare quegli istinti, diciamo, “atavici”…
    Sbaglio ? Mah…? Per arrivare a questa conclusione, penso che basterebbe dare un’occhiata a ciò che quotidianamente riportano, almeno in parte, i mezzi di comunicazione di massa