Le 3 competenze che servono oggi ai capi per essere forti e gentili

scritto da il 23 Ottobre 2020

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“Siate forti e siate gentili”, va dicendo in questo periodo la Prima Ministra neo-zelandese Jacinta Ardern. E così, pacatamente, rivoluziona la nostra idea di leadership. Come si fa, infatti, ad essere forti e gentili al tempo stesso, quando ci hanno insegnato che la forza è qualcosa di brutale e di “fisico”, che muove le cose contro tutto e contro tutti? E soprattutto, come si fa ad essere gentili nell’emergenza, quando la prima priorità è risolvere, andare avanti veloci, guidare gli altri?

Chi ha tempo per la gentilezza? Chi ha, veramente, la forza per essere “anche” gentile?

Ma c’è di più: il termine inglese “kind” vuole anche dire essere premurosi. La premura è una forma di cura dell’altro: la leadership che propone la Prima Ministra è dunque una leadership “accudente”. Perché proprio oggi dovrebbe servire questo tipo di leadership, quando sembra avere conseguenze come la riduzione della velocità e l’aumento della complessità da gestire? Per accudirlo, bisogna infatti fare spazio all’altro: alle sue paure ed esitazioni; e magari riusciamo a farlo con un figlio o con un compagno, ma con i colleghi, con i cittadini, con tutti coloro che “dipendono” dalle scelte di un leader: come si fa?

Nel 2001, durante le concitate fasi di emergenza che hanno seguito il crollo delle Torri Gemelle, uno dei capi dei vigili del fuoco è salito su un camion, si è tolto l’elmetto e ha chiesto a tutti i colleghi di fare lo stesso: “Abbiamo perso molte persone oggi. Meritano un momento di silenzio”, ha detto. Un gesto semplice e inaspettato, che ha fatto sentire tutti vicini e compresi nella sofferenza che stavano provando, e che li ha fatti tornare al lavoro con più energia di prima.
Perché nell’emergenza, soprattutto se prolungata e dai confini incerti come quella che stiamo vivendo, è proprio l’energia che viene a mancare nelle persone, spesso portandosi via il senso di quel che si fa. Abbiamo bisogno di sentirci al sicuro, e abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli. Guardiamo ai nostri leader, sul lavoro, in politica e nella vita, per intuire se arriveremo ad esserlo: al sicuro, insieme.

Ma i leader non hanno tutte le risposte: in realtà da tempo si dice che la complessità e la velocità dei cambiamenti di oggi – anche pre-covid – fanno emergere il bisogno di una leadership diffusa, di una condivisione della responsabilità che permetta alle persone di agire in autonomia. Tanti esperti del tema non amano la parola leadership proprio per questo: perché continua a rappresentare un insostenibile scenario in cui uno guida e tutti gli altri seguono. Nella crisi, emerge ancora più forte l’evidenza che è impossibile che uno solo abbia risposte per tutti gli altri, e il leader ha l’occasione di conquistare un’altra, più profonda dimensione di impatto: può veramente fare la differenza per le persone. Proprio con la gentilezza. Una gentilezza che è l’espressione, attraverso gesti concreti, di almeno tre capacità.

1) La capacità di riconoscere lo stato di bisogno degli altri e di dargli priorità: decidere quindi consapevolmente di non ignorare i segnali di difficoltà psicologica, ma anzi di andarli a cercare, allenando una capacità di empatia che non a caso tutti gli esseri umani hanno: da questa dipende infatti la sopravvivenza della nostra specie sociale, in cui nessun individuo può farcela da solo. Decidere persino, ove necessario, di rallentare per aspettare chi è rimasto indietro: decidere di avere “pazienza”.

2) La capacità di permettere agli altri di dare un nome alle proprie emozioni: i capi infatti non devono risolvere i problemi, ma saper dare gli strumenti alle persone perché li risolvano da sé, e lo stesso vale con la gestione delle emozioni negative. Spesso i leader esitano ad aprire la porta delle emozioni dei collaboratori perché pensano di doverle poi risolvere.

Ciò che gli si richiede è invece di creare dei territori in cui le persone sentano di potersi esprimere in sicurezza per riappropriarsi dell’energia emotiva necessaria a guarirsi da sé: quell’energia che la sensazione di isolamento annichilisce. E liberarla è, questo sì, un gran potere!

3) Infine, la gentilezza è il segnale di una capacità anche più difficile delle altre due: quella di avere cura di sé. Di orientare verso di sé la stessa attenzione e la stessa cura che rendono possibile la guarigione degli altri:

perché anche il leader è vulnerabile in tempo di crisi.

Pensa, così gli hanno insegnato a scuola, di non doverlo mostrare: che indebolirebbe la sua immagine di guida. Pensa che vulnerabilità e forza siano contrapposte, che non possano convivere. E invece la vulnerabilità rende il leader più forte: al tempo stesso “uno di noi” (siamo davvero sulla stessa barca!) e il più coraggioso di noi, perché osa mostrarsi davvero per come è, oltre le armature delle definizioni.  Accorcia le distanze e si fa vedere, dando l’esempio e autorizzando negli altri l’idea che la debolezza, la fatica e la sofferenza non siano segnali di sconfitta, ma compagni di viaggio inevitabili, che è meglio guardare in faccia. Questa capacità di introspezione e cura è la più difficile, perché è proprio con sé stessi che spesso i leader usano il tono più severo.  Ma è davvero difficile chiedere agli altri di credere in quel che gli si propone, se non si è i primi ad incarnarlo.

E questa è la storia (lunga) che si cela dietro la definizione (breve) di “leader forte e gentile”: perché le definizioni più ardite e rivoluzionarie hanno bisogno di poche parole, soprattutto se a coniarle è chi le dimostra con i fatti.

Ultimi commenti (13)
  • Piero Petrisano |

    Condivido molto il contenuto dell’articolo. Il manager duro crea distacco dai coordinati e un vuoto intorno a sè e facilmente viene visto non come l’alleato, ma come la controparte. Invece, chi si prende cura dei propri uomini crea attorno a sè un clima positivo e collaborativo; la conseguenza è che aumenta la motivazione del gruppo e ci si sente in una famiglia che condivide obiettivi, gioie e problemi.

  • Giusy |

    Grazie infinite x quest’articolo. Che sia luce x tutti noi in questo periodo: x chi è leader/capo e può migliorare, x chi aspira ad essere un leader stimolante!!

  • anna,maria |

    Condivido in pieno. Vorrei evidenziare che queste caratteristiche del leader possono essere comprese e apprezzate e , conseguentemente, divenire efficaci nella gestione della crisi. soltanto .se gli interlocutori
    avranno la maturità necessaria a recepirle

  • MICHELE FATTA |

    A proposito di gentilezza cito quanto Papa Francesco scrive nell’ultima enciclica “Fratelli tutti” del 4 ottobre:
    Recuperare la gentilezza

    222. L’individualismo consumista provoca molti soprusi. Gli altri diventano meri ostacoli alla propria piacevole tranquillità. Dunque si finisce per trattarli come fastidi e l’aggressività aumenta. Ciò si accentua e arriva a livelli esasperanti nei periodi di crisi, in situazioni catastrofiche, in momenti difficili, quando emerge lo spirito del “si salvi chi può”. Tuttavia, è ancora possibile scegliere di esercitare la gentilezza. Ci sono persone che lo fanno e diventano stelle in mezzo all’oscurità.

    223. San Paolo menzionava un frutto dello Spirito Santo con la parola greca chrestotes (Gal 5,22), che esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri affinché la loro esistenza sia più sopportabile, soprattutto quando portano il peso dei loro problemi, delle urgenze e delle angosce. È un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso degli altri. Comprende il «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano», invece di «parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano».[208]

    224. La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza. Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti.

  • PINA MICHELA |

    Un articolo in cui la bellezza del contenuto mette le ali alla speranza di un possibile un mondo umanocompatibile semplicemente, gratuitamente, e sulla base della sola condivisione del principio del valore umano insito in ciascuno di noi e nel nostro respiro. Da tenere in tasca e nel cuore, e leggere ogni mattina come articolo di apertura di ogni Convenzione che tutela i diritti umani, e come pilastro portante di ogni teoria educativa e pedagogica nelle famiglie, nelle scuole, in ogni dove, per arrivare ai vertici di potenti, dove facilmente e pericolosamente può diventare nuvola che si dissolve. Grazie per questa preziosa pubblicazione!

  • Francesca Sapienza |

    Si assiste ogni giorno ad una pandemia di tipo sanitario ma anche psicologico e relazionale.
    La paura e l’incertezza portate all’estremo hanno attivato nelle persone la rabbia e quella che i Greci definivano “ὕβϱις” .
    Si assiste così alla drammatizzazione dell’angoscia e questo non permette di “guardarsi dentro” ma al contrario c’è la ricerca all’esterno del “colpevole” o “responsabile” di tale situazione.
    La gentilezza e il sorriso o la benevolenza riguardano la sfera dell’accoglimento e non della durezza di questi tempi.
    Si diventa sfuggenti a sè e agli altri soprattutto agli “estranei” (alieni) o “fragili ” .
    Essere gentili sarebbe un atto simbolico che unisce e riunisce .
    La pandemia ha “diabolicamente ” separato le persone da sè e dagli altri.
    E’ necessario recuperare la dimensione del “legame” e della bontà d’animo per poter resistere e non perdere l’umanità.e la fiducia reciproca
    “Homo sum humani nihil a me alienum puto” Terenzio.

  • Ivo licciardi |

    Molto interessante … Sembra, in estrema sintesi, che ciò che viene richiesto di occuparsi della propria empatia o capacità empatica … Essere consapevoli che viviamo con un proprio punto di vista e che essendo proprio lo abbiamo chiaro, ecco perché molte delle nostre energie devono essere investite verso il cambiamento di “posizione ” la ricerca della diversità di visione, di opinione genera diverse convinzioni, emozioni , che se non cerchiamo di comprendere , non riusciremo, se non in grande difficoltà, a percorrere più strada con gli altri … Tanto più saremo in grado di avere chiaro questo concetto,.tanto più

  • I Giovanni Lo cigno |

    Premura empatia e gentilezza sono sempre state sentite dal leaderaggio di stampo maschilista come segni di debolezza, quando spesso sono punti di forza

  • Antonio Sulpizio |

    Articolo molto interessante e pienamente condivisibile !!

  • Zambuco Margherita |

    Profondo articolo e molto realistico