Donne e invenzioni, è ora di cambiare la narrazione

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Recentemente mi è stato chiesto di intervenire a un evento teatrale dedicato a Hedy Lamarr, una donna bellissima e di eccezionale talento. In molti la ricordano per aver fatto girare la testa ai divi di Hollywood negli anni Quaranta, in pochi per una scoperta incredibile. A lei dobbiamo un sistema che sta alla base della tecnologia di trasmissione del segnale utilizzata nella telefonia mobile e nelle reti wireless.

Quando racconti la sua storia, la gente ti guarda a metà tra lo sbalordito e il perplesso. “E chi l’avrebbe mai detto?!” si domandano in tanti. In realtà, sono molte le donne che come lei sono state terribilmente sottovalutate nel tempo e ignorate dalla storia.

tabitha-babbitt-fb91b476-20dc-40ff-948a-69f4f9ed2db-resize-750Sapete chi è Thabita Babbit? Nel 1800 inventò la sega circolare. Immagino che avreste pensato che un’invenzione tanto intelligente fosse venuta a uno di quei boscaioli che si spaccavano la schiena di fatica. No… È venuta a una donna con spirito di osservazione e perspicacia.

maryMary Anderson? A lei si deve il tergicristallo. Presentò il progetto all’Ufficio Brevetti. Ignorata, cercò di vendere la sua invenzione a varie aziende automobilistiche, ma tutte lo rifiutarono. Finché nel 1922 arrivò la Cadillac… Non male: ci vollero solamente 17 anni per intuire l’utilità del tergicristallo!

grace-murray-hopperGrace Murray Hopper? Pioniera della programmazione informatica, nella metà del secolo scorso, studiò il COBOL, linguaggio di programmazione tuttora alla base del funzionamento dei bancomat.

Quando mi è stato chiesto un commento, in veste di ingegnere e di docente universitario, su cosa significasse oggi, nel 2020, essere un’inventrice, ho risposto con questi esempi di donne rimaste nell’ombra, ma che, nell’ombra, ci hanno cambiato la vita. E potrei andare avanti ancora… Ma, del resto, cosa ve lo dico a fare se nel 2020 abbiamo ancora bisogno che l’ONU istituisca una giornata dedicata alle donne nella scienza per ricordare al mondo che esistiamo?

Ammetto che, abituata alle aule universitarie, mai mi sarei immaginata di stare a teatro a parlare di me, del mio lavoro e del mio impegno per ridurre la diversità di genere. Ma in fondo ognuno di noi dovrebbe uscire dalla propria confort zone se vogliamo che le cose cambino.

Non è vero che le donne non possono o peggio non riescono all’interno di un laboratorio, dietro alla lente di un microscopio o alla guida di una missione spaziale. Mi piace pensare che oggi, ad anni di distanza dall’esperienza di Hedy Lamarr, e delle altre donne che ho ricordato, nessuno debba nascondere quello che è o mettere a tacere le proprie ambizioni. “Essere donna non è un dato naturale, ma il risultato di una storia (…) e per ogni donna la storia della sua vita.” Così diceva Simone De Beauvoir.

Ed è così che in molte, come me, hanno raccolto l’invito di Alley Oop, in questi quattro anni, a raccontare le loro esperienze professionali e di vita. Perché parte da noi per prime la voglia e la consapevolezza di cosa significhi riscrivere il racconto.

  • barbara |

    importante anche usare il linguaggio sessuato, ingegnera e docente universitaria e non ingegnere e docente universitario al maschile, grazie

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