Giordania, un rifugiato ogni 10 abitanti. Come possiamo aiutare?

scritto da il 07 Dicembre 2019

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Il viaggio è finito. E’ durata pochi giorni, ma il tempo non è l’unica unità di misura. Qui ci sono stata forse alcuni mesi se conto le emozioni provate, le facce incontrate, i sorrisi scambiati, i bambini che ho accarezzato.

Non mi sento particolarmente riposata, è come se avessi viaggiato a lungo a piedi, rilassata nella mente, affaticata per il resto. Ma cosa riporto a casa? Ho visto paesaggi nuovi. Visitato due città molto diverse. Una, Zaatari, fatta di latta, estesa, bassa. Una città chiusa da cui entrare e uscire è complicato, divisa in distretti organizzati come aree urbane, con scuole e ospedali, tagliata da una via fatta di negozi colorati, improvvisati, inventati, gli Champs-Elyseés, quelli nuovi, quelli del nuovo mondo, quelli solo per i rifugiati siriani. I più esclusivi. L’altra, Amman, una città immensa, tutta di case bianche con la facciata principale di pietra, case identiche che corrono su e giù per colline continue. Qui i rifugiati sono 10 volte tanti, ma sono sparsi, spinti, emarginati ai confini di una metropoli pulita e gentile.

Ho visto code ordinate e silenziose, disperazione contenuta e calma, senso di pace profonda o forse solo di sorda rassegnazione. Ho visto donne. Donne giovanissime e anziane. Qui le ragazze non mi sono sembrate esistere. O sei una bambina o sei una donna. O si occupano di te o tu ti occupi di loro. Ho visto donne malnutrite, che allattano file di figli fino almeno ai due anni, sorridermi fiere con i pochi denti che la fatica e lo sforzo ha lasciato loro. Ho visto donne di grande eleganza e grazia camminare con abiti modellati, inventati, adattati tra lacci e stracci per sentirsi belle. E le ho viste bellissime. Perché la bellezza si emana.

Ho visitato il centro di Zaatari aperto dalle donne per le donne e ho apprezzato come l’arte e il lavoro nobilitino e curino ogni animo. Ho incontrato le iraquigirls, un gruppo di ragazze che impara a cucire presso la chiesa di Don Mario. Loro, l’ultimo gradino nella scala degli ultimi, poiché I richiedenti asilo non-siriani, tra cui gli iracheni, non hanno accesso gratuito ai servizi sanitarii e sociali inclusa la scuola e ovviamente – salvo eccezioni – il lavoro. Eppure le iraquigirls le ho viste sempre sorridere, fiere del loro training di piccola sartoria e della possibilità di dimostrare che si esiste soprattuto imparando. Le ho viste accarezzare la vita e maneggiarla con cura come una seta preziosa per poi cucirne i pezzi con il filo invisibile della speranza.

Tutte queste immagini sono già fotografie stampate nella memoria, un souvenir prezioso e doloroso. Ma qui ho imparato anche altro. L’accoglienza e la resilienza. Il popolo Giordano ha trovato modi e regole, ma ha accolto e continua ad accogliere. Ogni 10 Giordani qui c’e’ un rifugiato. 57 diverse nazionalità. Il secondo Paese al mondo per numero di rifugiati pro capite. Ho sentito parlare di fratellanza e di aiuto. Ho visto la fratellanza e l’aiuto. Sono stata accolta e ospitata. Ma qui chi accoglie e ospita non è certamente un Paese ricco e i bisogni sono molti e di tutti e non possono essere ignorati. Da nessuno.

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Ho capito cosa è la resilienza più estrema. Resilienza è perdere tutto e non girarsi di continuo. Resilienza è essere un rifugiato somalo o dello Yemen e aiutare i siriani fuggiti dalla loro terra lavorando come volontario in un community center frequentato anche da molti giordani. Resilienza è regalare trattamenti di bellezza alle donne del campo per la settimana contro la violenza sulle donne, imparare a produrre saponi con piccole pentole da cucina sperando poi di venderli. Resilienza è dipingere o intagliare, usare la propria arte per far volare i sogni, alti, oltre il filo spinato. Resilienza è non lasciare mai che i tuoi ricordi pesino più delle tue speranze.

E così Daniele, Giovanna ed io torniamo a casa con un germoglio di speranza nel cuore e una domanda aperta: quale è il modo migliore di aiutare?


Note di viaggio

Ad Amman, Claudia Parzani e Daniele Abbado hanno visitato il Centro Comunitario di Al Nuzha, dove l’UNHCR realizza l’approccio One Refugee: rifugiati di nazionalità diversa vengono coinvolti in attività di formazione e ricevono sostegno psico-sociale, insieme con cittadini giordani bisognosi. Questo facilita l’integrazione e riduce in conflitti nella comunità. Particolare attenzione è rivolta alle ragazze e alle donne, per incoraggiarle a vivere una dimensione sociale e sostenerle nell’acquisizione di competenze che possano aiutarle a guadagnare un reddito. In tutta la Giordania l’UNHCR sostiene 25 centri come quello di Al Nuzha.

A Zaatari, abbiamo incontrato le donne che hanno avviato il Centro “Made in Zaatari”. Nel costruirlo, grazie al sostegno dell’UNHCR, hanno voluto che somigliasse quanto più possibile alla Siria che sono state costrette ad abbandonare: pavimento in mattoni rossi, una fontana al centro del patio, gelsomino rampicante sulle pareti. Attorno alla piccola piazzetta dove ci si siede a mangiare e raccontare, fioriscono piccoli spazi per la formazione (realizzazione di saponi, bigiotteria, piccolo artigianato), una cucina dove si preparano pasti su commissione per gli operatori umanitari che lavorano nel campo e i visitatori come noi, un salone di bellezza. Luoghi per imparare un mestiere, guadagnar e un piccolo reddito e soprattutto era farsi compagnia e condividere. Accanto anche un piccolo spazio giochi per i bambini. Ben un terzo dei nuclei famigliari al Campo di Zaatari sono guidati da donne rimaste vedove o comunque sole nell’assicurare la sopravvivenza dei propri cari. Dei circa 13 Mila permessi di lavoro che consentono ai rifugiati di Zaatari di lavorare fuori dal campo, appena il 20% sono stati rilasciati a donne.

Giovanna Li Perni

Per avere maggiori informazioni è possibile scrivere a liperni@unhcr.org