La famiglia è diventata “liquida”: naviga a vista e ha due centri di gravità

scritto da il 01 Marzo 2019

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La famiglia è cambiata, e abbiamo perso il libretto di istruzioni. O forse non ce l’hanno mai dato. Che i figli non sappiano “fare i figli” non sorprende, anzi è la normalità: nessun figlio nasce “imparato”, e sin dal primo attimo lo sguardo dei bambini si dirige verso uno o due adulti negli immediati paraggi che la strada dovrebbero sapergliela indicare. Ma è così? Sotto lo sguardo bisognoso ed esigente di piccoli esseri fino a un attimo prima sconosciuti, i genitori possono contare solo sulla loro esperienza di figli, sull’osservazione del mondo e sulla lettura di manuali. Chiaramente non abbastanza per assumere un ruolo di guida, insegnante, amante e caregiver che da quel momento li riguarderà da molto vicino per i successivi 20 anni.

“Se chiedi alla gente che cos’è la famiglia non te lo sa dire”, spiega Carlo Trionfi, psicologo, psicoterapeuta e socio dell’Istituto Minotauro. Forse non saprei dirlo nemmeno io, allora lo chiedo a lui, che queste cose le ha studiate, le vive quotidianamente e anche, ardimentosamente, le insegna al master sul Conflitto familiare e la tutela del minore e al master in Diritto di famiglia, di cui è direttore.

adult-baby-book-626631“La famiglia è il luogo privilegiato di crescita dei figli”, dice con semplicità e prosegue: “Nell’immaginario, è un luogo positivo, che dà protezione. In realtà io credo che, perché sia definita “famiglia”, le costanti debbano essere solo due. Numero uno: Il genitore deve favorire l’attaccamento”. E, per spiegarmi che cosa sia, cita Lorenz e le sue paperette che lo seguivano dappertutto. L’attaccamento, spiega Trionfi, è essenziale per la specie umana perché organizza il pensiero e gli affetti. Quel marasma di affetti che si hanno dentro, attraverso la relazione di attaccamento con il genitore diventano pensiero e il pensiero dà loro una forma, ne rende comunicabile l’espressione.

adult-black-and-white-child-736428Numero due, la famiglia deve favorire la possibilità di creare un’identità sociale adulta. La famiglia è il luogo dell’esercizio delle capacità sociali. “La difficoltà nasce dal fatto che oggi, diversamente dal passato, il mondo cambia così velocemente che i genitori devono esercitarsi a spiegare ai figli come fare cose che non sanno fare, cose che loro stessi non hanno mai fatto. E’ una capacità che per esempio hanno gli allenatori, perché usano delle meta competenze: si tratta di andare sulle questioni generali, di usare l’esempio come parabola, di trasmettere concetti come complessità, onestà, l’equilibrio nella relazione, il contatto con sé stessi, insegnare non a fare ma ad apprendere.

Dalle immagini che usa Trionfi emerge uno stile genitoriale “fuido”, in cui la relazione con i figli non è rigida ma dinamica, e si pone per rispondere alle domande e alle esigenze, non per “insegnare” nozioni. Perché questo accada, occorre molta vicinanza, occorre essere in contatto con i bisogni del figlio.

“E’ il figlio a guidarti: standogli vicino capisci quel che puoi dargli. La risposta del genitore deriva dal bisogno del figlio”.

Che fine fanno quindi le vecchie “norme”, quelle che un tempo dava il padre, mentre la madre si prendeva cura? Esistono ancora: la norma serve per dare una struttura. Ma le norme di oggi Trionfi le definisce “regole miti”, che si rifanno a una “giustizia mite”. E in questa epoca, ad essere più normativa è la madre, perché ancora più presente e più vicina alla quotidianità del figlio.

In una famiglia che diventa un sistema democratico, la norma si declina a partire dalla prassi. Non esiste più una legge assoluta nelle famiglie, e piano piano sempre meno anche nella giurisprudenza. L’unica regola assoluta rimane quella di osservare gli accadimenti e da lì decidere che cosa fare per la famiglia”. In questa fase di transizioni, le madri sono spesso normative anche con i padri: se il padre interviene senza sintonizzarsi con la madre, fa delle cose che non funzionano perché non sono in sintonia con quello che sta vivendo il figlio.

Si potrebbe quindi dire che la famiglia liquida naviga quindi a vista: le vele sono i valori condivisi, il vento l’attaccamento che rafforza e disciplina le emozioni, e le norme sono miti perché devono accogliere una realtà che cambia continuamente, che ci definisce e ridefinisce senza sosta. Ecco perché mancava il libretto di istruzioni…

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Ultimi commenti (4)
  • Anna |

    Gran bell’intervista, complimenti

  • Giuseppe |

    Mamma e Papà devono fare Mamma e Papà, ovvero i Genitori ed insegnare ai Figli regole e crescere per rendersi indipendenti in un mondo come quello Occidentale che da 20 anni ha perso la bussola.

  • Antonio |

    Concordo in pieno.

  • Giampiero Minelli |

    Non è vero che “la famiglia” serve ai giovani fino a 20 anni; noi ne abbiamo generati tre, ora tra i 47 e i 52 anni, e ancora “serviamo” molto.
    I genitori “veri” non mettono al mondo figli “per caso o per sbaglio”; paternità e maternità richiedono un “progetto” di vita comune, dove la “socialità” fra i figli (anche quella a venire, tra loro e il mondo) si sviluppa gradualmente come risultato della impostazione (formazione) che i Genitori danno all’andamento familiare. I figli devono essere “amati” prima ancora di metterli al mondo.
    Un figlio è “altro da te” un essere umano indipendente e responsabile, non un tuo “investimento” o un “social symbol”. Nel momento in cui nasce devi già insegnargli a volar via dal nido verso la “sua” vita.
    Fino a che c’è, comunque, nel nido il figlio deve trovare comprensione, amore, sostegno incondizionato, spinta all’autosviluppo e all’assunzione di responsabilità.