Violenza sulle donne, storia di Martina che è riuscita a salvarsi

scritto da il 25 Novembre 2018

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“La nostra sembrava una bella storia d’amore, una come tante. Certo, da subito lui si era mostrato molto geloso e possessivo. Ma io avevo scambiato i suoi atteggiamenti per attenzione, per cura. ‘Mi considera preziosa’, pensavo”. Martina, un nome di fantasia, ha 36 anni e quando racconta la sua storia di violenza subita dall’uomo che ha scelto, lo fa sorridendo. Perché la sua è una storia di rinascita, di riscoperta di se stessa, del suo valore e delle sue potenzialità. Dopo aver visto l’inferno. O meglio, dopo non averlo voluto vedere come un inferno per troppo tempo, dopo non essere riuscita a chiamare la violenza con il suo nome per troppo tempo. Ci sono voluti sei anni di una relazione violenta e umiliante prima che Martina riuscisse ad allontanarsi, ad andare via, a chiedere aiuto, a denunciare. La spinta a salvarsi, come accade molto spesso, è arrivata dai suoi due bambini.

“Solo nel momento in cui ho dovuto scegliere tra lui e i bambini ho davvero capito: un uomo che trattava male me faceva del male anche a loro. Io non potevo stare bene come madre, come donna e quindi neanche loro. Nel momento in cui ho focalizzato la mia attenzione solo sui miei figli sono riuscita a iniziare il mio percorso di recupero vero e proprio”. Sei mesi fa Martina è andata via di casa con i suoi due figli. Non era la prima volta: nei sei anni di relazione era successo diverse volte, dopo litigi, botte, insulti. C’era stata anche una denuncia, in ospedale. Quando è nato il loro secondo bambino Martina si è rifugiata da sua madre, come tutte le altre volte, per sfuggire alle minacce e agli insulti. Ma poi, sempre, si era lasciata convincere a tornare. “Mi aggrappavo all’idea che lui fosse pentito, che sarebbe cambiato. Sono sempre rimasta attaccata all’idea di lui, quella che mi ero fatta nei primi mesi insieme e pensavo che la parte ‘buona’ avrebbe prevalso. Ma non era mai così”. Ogni volta che andava via, Martina poi tornava, convinta dalle sue preghiere e dalle sue promesse.

L’unica volta che ce ‘ha fatta a non tornare è stato quando ha scelto di andare in una casa rifugio, dove sapeva che lui non l’avrebbe potuta trovare. Le case rifugio, spesso a indirizzo segreto, ospitano le donne ed i loro figli minorenni per un periodo di emergenza e il più delle volte sono collegate o gestite dai Centri antiviolenza. La casa rifugio che ha ospitato Martina fa parte della rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza

“E’ stato un percorso durissimo – racconta – io sarò eternamente grata a tutte le operatrici per la pazienza infinita che hanno avuto con me. Perché io dopo 4 giorni nella casa rifugio avevo già dimenticato, volevo scappare, tornare da lui. Io ancora non volevo vedere e capire. Ero come una tossicodipendente in crisi d’astinenza”. Martina dice che il suo è stato un vero e proprio percorso di disintossicazione: “E’ stato davvero difficile. Ho dovuto mettermi completamente in discussione, vedere quello che non avevo voluto vedere per sei anni. Quello che le operatrici, la psicologa, chiamavano violenza, io non la riuscivo a chiamare così. Non ci riuscivo perché lui mi aveva convinta che non c’era nessuno di cui mi potessi fidare, che solo lui poteva aiutarmi a gestire la mia vita, visto che io ero incapace”. Iniziare a fidarsi di qualcuno che non fosse lui, uscire dall’isolamento è stato il primo passo. “Poi, pian piano. Sono riuscita a vedere tutto”.

Un giorno l’avvocata di Martina le porta una memoria da leggere, per poi presentarla al giudice. Una memoria che ripercorre i sei anni della sua relazione. Martina vede scritto nero su bianco quello a cui non riusciva a dare un nome: il naso rotto e la corsa in ospedale, gli schiaffi, gli insulti che la facevano sentire sempre incapace, sbagliata, colpevole lei stessa di quella rabbia che si scatenava contro di lei. Perché non era una buona madre, una brava moglie, perché non capiva niente. I soldi che lei guadagnava, mantenendo lui e i bambini e che lui le rubava per giocare. O che le chiedeva, se doveva occuparsi dei bambini mentre lei era a lavoro, come fosse una baby sitter. La casa distrutta in uno dei suoi eccessi d’ira, le volte che tornava ubriaco, le fughe da casa con i bambini per rifugiarsi da sua madre quando lui era fuori di sé, le corse in ospedale quando era incinta perché la picchiava o la insultava fino a farla star male. Le minacce coi coltelli, gli ordini a cui lei doveva solo obbedire. Per sei anni.

“Ho pianto, mi sono sentita una fallita, delusa da me stessa, continuavo a dare le colpe a me e al non aver saputo gestire la situazione diversamente. Pian piano le operatrici mi hanno aiutato a lasciar andare le colpe e a concentrarmi su quello che sono e che possono essere anche senza di lui, sulle mie potenzialità. La mia autostima quando sono arrivata nella casa rifugio era a zero, pensavo di non valere niente, perché era quello che mi diceva lui ogni giorno. Il mio percorso è stato quello di distruggere un’immagine falsata, una convinzione radicata. Un bellissimo percorso, sarò grata per tutta la vita per l’aiuto ricevuto. Per essere stata aiutata a capire che quello non è amore, che non ha niente a che fare con l’amore”. Martina ora sa che da una situazione del genere può solo stare lontana, il più possibile.

“Lentamente, dopo la crisi di astinenza, riacquisti le energie fisiche e soprattutto mentali per potercela fare. Io ora devo riprendere la mia vita a dove ero sei anni fa. Sono stata per sei anni come un burattino nelle mani di un uomo. Ora ho la consapevolezza di ciò che sono, di quanto valgo”. Dopo 5 mesi e mezzo nella casa rifugio, Martina è potuta tornare dai suoi genitori con i suoi bambini. Prosegue il suo percorso di uscita dalla violenza e di recupero della sua autonomia, insieme all’operatrice che l’ha seguita. E’ costantemente monitorata dagli assistenti sociali. “Al giudice l’ho detto: io sono disponibile a fare tutti i percorsi necessari, basta che i miei figli stiano con me”. II processo è ancora in corso, al suo ex è stata sospesa la potestà genitoriale. Gli assistenti sociali gestiscono gli incontri protetti del padre con i figli: “Gli assistenti sociali valutano cosa è opportuno o meno fare. Io non parlo mai male di lui davanti a loro, è comunque loro padre. Se poi i bambini non volessero gli incontri o stessero male, saranno gli assistenti sociali a valutare il da farsi. Io devo occuparmi di me adesso. Per me stessa e per loro”.


L’ebook a cura di Alley Oop #HoDettoNo – Come fermare la violenza contro le donne, uscito nel novembre scorso e scaricabile gratuitamente sul sito del Sole 24 Ore, descrive nel dettaglio le proposte del Governo contenute nel piano e lo stato di fatto di risorse e finanziamenti. Nel testo, inoltre, il confronto con gli altri Paesi, le storie di donne che sono riuscite a reagire e gli strumenti da implementare per la lotta contro la violenza sulle donne.

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Ultimi commenti (2)
  • Chiara Di Cristofaro |

    Cara Rachele, grazie per aver condiviso con noi la tua storia. “Qualcuno che aggiunga, non che tolga” forse è proprio la sintesi di quello che dovremmo imparare sin da bambine e da bambini con l’educazione ai sentimenti e all’amore. Quello che racconti è proprio una storia esemplare, con l’isolamento, le minacce, il farti sentire sbagliata. Ecco, poi “è scattato qualcosa” e quello è il momento importante, che ogni donna dovrebbe saper cogliere come hai fatto tu, chiedendo aiuto a chi può dartene, affidandoti. Grazie Rachele, queste sono le storie che danno forza e speranza a tutte le donne che si trovano a dover affrontare la violenza maschile.

  • rachele |

    Ciao a tutti , vi scrivo con l’obiettivo di raccontare la mia storia e per far si che la violenza di genere possa finire e che le donne possano credere in se stesse . Mi chiamo Rachele ed ho quasi 21 anni e frequento l’univerista’. La mia precedente storia con io mio ex compagno e’ durata sei anni ed e’ stata fatta di alti e bassi. All’inizio era tutto perfetto,attenzioni,lusingherie e tanto amore ,ma ci siamo lasciati piu volte ,lui ad oggi posso dire perche’ non accettava il mio carattere. Abbiamo avuto una lunga pausa di due anni e dopo due anni ci siamo ricontrati e dal gennaio del 2019 e’ iniziata una relazione fatta di tira e molla,continue gelosie,non voleva che uscissi,non voleva che mi facessi certe foto provocanti,non volessa che parlassi con altri ,non voleva uscissi con le mie amiche perche’ lo considerava tempo sottratto a lui. A settembre tutto e’ iniziato a diventare sempre piu’ pesante e se io provavo a dire basta alla nostra storia era un seguirmi sotto casa ,urlarmi e dirmi che non potevo farlo. Una mattina mi e’ scattato qualcosa ,perche’ ogni sabato prendeva il mio telefono e lo controllava attentamente per vedere se parlavo anche con le mie amiche ,se facevo qualcosa di sbagliato ,ecco una mattina ho acquistato una nuova sim e da li ho iniziato a vivere con due telefoni:uno era un iphone ,dove c’era la vera me e l’altro era il telefono che usavo per parlare solo con lui ,due account istagram e inoltre avevo racconatto di essermi trasferita ,perche’ durante le litigate spesso mi accusava di vler venire sotto casa mia per spaccarmi la macchina ,diceva sempre “io no ho paura a farti del male ,non mi importa “,mi ha minnaciato per molto tempo di volermi tirare uno schiaffo perche’ non sopportava il mio carattere fino a quando la sera del 30 novembre lo ha fatto e sono finita al pronto soccorso ed e’ stato li che ho riconosciuto davvero che quella era violenza ed ho chiesto aiuto e ho deciso di dire basta e lasciarlo. Ad oggi sono assistita da una psicologa da 10 mesi ,sono stata accudita dagli assistenti sociali e carabinieri e dottori ,ho ricevuto messaggi infamatori da lui e dalla sua famiglia ,delle scuse dove lui mi chiedeva un altra possibilita’ al quale non ho mai riposto e dopo 10 mesi mi sto ricostruendo ,mi sto amando e vorrei diffondere un messaggio,quello di credere sempre in noi donne ,di trovare qualcuno che ci ami cosi come siamo e che ami la nostra liberta’. Ogni giorno mi ripeto sempre questa frase .”qualcuno che aggiunga non che tolga “,oppure mi immagino come un fiore nel cemento che sboccia nelle avversita’,ecco noi donne siamo cosi,ad oggi mi sento cosi.
    Rachele.