
I papà millennial sono, da qualche anno, oggetto di un’attenzione particolare e si stanno prendendo una bella responsabilità: mettere in atto un cambio di passo rispetto ai modelli maschili e paterni che li hanno preceduti e da cui sono stati educati.
Per questo spesso improvvisano e procedono per tentativi, senza schemi precisi da replicare. Sono orgogliosi di essere parte di un cambiamento e al tempo consapevoli di avere ancora molta strada da fare. Il risultato può essere un cronico – e anche un po’ comico – senso di inadeguatezza: verso i propri padri, i propri figli, verso le madri. Parte proprio dalla descrizione di questo spaesamento il monologo DILF – La paternità spiegata malissimo interpretato da Pierpaolo Spollon, in giro per l’Italia dall’inizio di aprile. Ad assistere alla data milanese, in scena al Teatro Dal Verme, c’era anche Alley Oop, che successivamente ha condiviso con il protagonista qualche riflessione e curiosità sull’argomento.
Le voci dei padri del passato
Lo spettacolo è prodotto da Stefano Francioni, diretto da Mauro Lamanna e firmato dall’attore insieme a Matteo Monforte – scrittore e autore televisivo. Fotografa con leggerezza e autoironia l’universo dei “nuovi padri” che preferiscono l’empatia all’autorità, scelgono di moltiplicare il tempo condiviso e non fuggono dal lavoro di cura. In questo esercizio di trasformazione si trovano a fare i conti con gli errori, la fatica talvolta inaspettata, i “chi te l’ha fatto fare”. La voce che risuona nella loro mente – sprezzante – è quella degli uomini del passato, che li rimproverano per aver intaccato un’identità consolidata nel corso delle generazioni, rispettata, forte di tutta una serie di privilegi e di pretese nei tempi e negli spazi della vita, nelle relazioni. Con questi “uomini tutti d’un pezzo” Spollon intrattiene un dialogo virtuale. Sul filo del sarcasmo scherza con i padri del dopoguerra, ma anche con quelli degli anni ‘70 e ‘80. Non generalizza, non li condanna, ma li mette profondamente in discussione toccando temi anche molto seri come l’uso della violenza, la mancanza di ascolto e di presenza, fisica, nella quotidianità della famiglia.

Un tema (im)popolare?
Spollon, padovano, classe 1989, ha due figli di quattro e sei anni. Molto noto al pubblico televisivo per i suoi ruoli in fiction popolarissime (Doc – Nelle tue mani, Blanca, Che Dio Ci Aiuti solo per citarne alcune), è appena stato tra i conduttori dell’edizione 2026 del Concerto del Primo Maggio a Roma. Il pubblico in sala è lo specchio di questa popolarità, anagraficamente molto trasversale. Sorge spontaneo il pensiero che i temi toccati possano risultare anche un po’ scomodi, soprattutto per chi, per una vita, ha vissuto le relazioni in famiglia senza mettere in discussione alcuni stereotipi. Una velata provocazione? «La televisione ti regala questo ampio spettro che va dai giovani ai molto anziani. Bisogna parlare un linguaggio che sia comprensibile e accettabile per tutti», ci racconta, «e per questo non abbiamo strutturato lo spettacolo per dire “ora vi mostriamo cosa è giusto e cosa è sbagliato”. È un discorso complesso che può toccare dei tasti dolenti per la generazione dei nostri genitori. Mio padre è venuto a vedermi a Padova, non gli ho ancora chiesto cosa abbia provato a sentire determinate cose, ma so che lui è stato educato così, ci si è ritrovato, io ne parlo assolutamente senza un senso di rivalsa».
E tra padri coetanei, se ne parla?
Anche tra i più giovani non è detto, però, che tutti siano ugualmente sensibili o predisposti a questa discontinuità. E parlare di cose serie tra uomini, si sa, non è sempre facile, ancor di più se il rischio è di essere percepiti come il “padre modello” giudicante o presuntuoso. «Sicuramente tra maschi c’è ancora un po’ il tabù», conferma Spollon, «anche perché il modo in cui tu sei padre ti qualifica anche come persona. Una volta mio cugino mi fece notare che dare una sculacciata era inutile. Non ci si può vergognare. O, meglio, non deve vergognarsi chi prova a dare un consiglio, un aiuto. Non bisogna pontificare, però nascondersi dietro un dito è da pazzi, perché il cambiamento è un’onda, è un contagio positivo».
Il congedo paritario
Nel monologo viene toccato con forza il tema dei congedi per i padri, diventato di grande attualità proprio a ridosso della partenza del tour – «è caduto a fagiolo, parlavano tutti di paternità» – con la bocciatura della proposta di legge sul congedo paritario. Su questo argomento Spollon prende una posizione molto chiara: «ci sono tanti padri che vorrebbero fare i padri e non riescono, i congedi parentali si prendono solo se economicamente ce lo si può permettere. È così ed è un dramma. Siamo qui a sventolare la parità di genere e poi un papà non può stare a casa con i suoi figli».
I “nuovi padri” devono tutto alle donne
A proposito di parità e dei tanti gap ancora da colmare, nel riflettere sull’evoluzione della figura paterna non si può prescindere dal suo rapporto con il femminile. «La dinamica secondo me è quella dello studente che ha i debiti a settembre, che deve recuperare. Lo stiamo facendo e ne siamo consapevoli» sottolinea Spollon, ricordando che «abbiamo iniziato a cambiare grazie alle donne: le lotte per i congedi sono state innanzitutto lotte femministe, col cavolo che gli uomini scendevano in piazza all’epoca per chiedere più tempo con le loro famiglie!».
Genitori migliori, che non fanno figli
I dati (tra i più recenti quelli del Censis e di Save the Children) ci raccontano che queste nuove generazioni di genitori più consapevoli e presenti, empatici e paritari, di figli finiscono poi – paradossalmente – per farne sempre meno. Spollon ci tiene a precisare che il messaggio del suo spettacolo, che pure non nasconde la gioia e la pienezza della paternità, non è un banale incoraggiamento a contrastare l’inverno demografico. «Io sono sempre molto positivo, ma non mi sento di incoraggiare nessuno a fare figli. Sento di fare giustamente una riflessione sul lavoro, che è il tema.
È veramente difficile immaginare oggi di costruirsi una famiglia. Chi lo fa, o lo fa in maniera inconsapevole o perché ha la fortuna di avere un sostegno alle spalle dalla famiglia d’origine». Esclude che tra le nuove generazioni sia venuto meno l’istinto o il desiderio di genitorialità, ma mette in evidenza le condizioni lavorative che, spesso anche per i millennial (e quindi i nati tra i primi anni ‘80 e la metà dei ‘90) risultano ancora troppo precarie. «Come fa a fare figli una coppia – mi viene in mente proprio Milano – che magari con due lavori ha difficoltà già a pagare il suo affitto e non ha i genitori vicini? È una questione di giustizia sociale e ha a che fare con la politica. Non abbiamo bisogno di essere incoraggiati, ci incoraggiamo da soli».
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