Concerto Primo Maggio 2026, lavoro dignitoso al centro: così «Il domani è ancora nostro»

I dodici apostoli che svettano sulla basilica in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, cambiano colore insieme al cielo che si muove nel corso della lunga giornata: il palco del Concerto del Primo Maggio 2026 fa da contraltare. Sacro, il giorno della Festa dei lavoratori, è ciò che continua a essere “dissacrato” nella sua dignità: il lavoro. Lo ha sottolineato, quest’anno, il tema scelto dai sindacati, “Lavoro dignitoso: contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale”. Un appello forte a rimettere al centro il protagonismo del lavoro stabile, ben retribuito e contrattualizzato come leva essenziale di giustizia.

Lavoro, 30 mila posti persi in un anno e inattività in aumento

Se la piazza tiene insieme musica e partecipazione, i numeri restituiscono una situazione precaria, in cui il lavoro non cresce ma si sposta, lasciando scoperti proprio i segmenti più esposti. I dati Istat, relativi a marzo 2026, lo raccontano: gli occupati diminuiscono – 30mila in meno su base annua – mentre il tasso di disoccupazione scende al 5,2%, insieme alla crescita degli inattivi.

Il calo delle persone in cerca di lavoro (-2,8%, pari a -38mila unità) si registra per uomini e donne e per tutte le classi d’età, ad eccezione dei 15-24enni: il tasso di disoccupazione giovanile, infatti, sale al 18,1% (+0,6 punti). Il lavoro non si espande, si redistribuisce. E lo fa seguendo traiettorie precise: cresce tra gli over 50, arretra tra giovani e donne. Intanto, come certifica Ocse, i salari restano fermi e bassi: l’Italia si posiziona al 22° posto su 34 Paesi Ocse per salari medi annui.  Al di sotto di Austria, Belgio, Germania, Francia e Spagna.

«Il domani è ancora nostro», il messaggio che arriva dalla musica

Le voci del Concertone – promosso da Cgil, Cisl e Uil e condotto da Arisa, BigMama e Pierpaolo Spollon – attraversano il tema del lavoro senza fermarlo in una definizione unica: lo fanno nei testi, nelle scelte, nelle parole dette tra una canzone e l’altra. Il focus scelto dalla direzione artistica, “Il domani è ancora nostro”, si muove in sinergia con lo slogan sindacale, tenendo insieme due piani: da una parte il lavoro come diritto da ridefinire, dall’altra il futuro come spazio ancora aperto.

Non è una “tensione” nuova. Il Concerto del Primo Maggio nasce come spazio politico, capace di portare sul palco non solo musica ma anche interventi diretti su disoccupazione, diritti sociali e sicurezza sul lavoro. Negli anni non sono mancati momenti espliciti: già nel 1991 Elio e le Storie Tese provocarono una delle prime grandi rotture, inscenando un “dirottamento” su un brano inedito – Elio ha il testo in mano, su un foglio – in cui elencano gli scandali che avevano coinvolto la politica di allora e che erano finiti insabbiati; nel 2003 Daniele Silvestri introdusse “Il mio nemico” con parole dirette contro l’azione del governo Berlusconi, contribuendo alla scelta, dall’anno successivo, di trasmettere il Concertone in differita per gestire gli interventi sul palco considerati scomodi; nel 2009 Vasco Rossi, in una piazza gremita, portò sul palco anche un messaggio antibellico con “Gli spari sopra”, trasformando la performance in un momento fortemente simbolico; nel 2011 Caparezza aprì il suo set con “Non siete Stato voi”, affidando alla musica una critica politica esplicita. Episodi diversi, per forma e linguaggio, ma accomunati da una forte esposizione pubblica e da una presa di posizione diretta.

Le voci sul palco

Negli anni più recenti, la dimensione più politica sembra essersi progressivamente ridefinita: resta presente, ma si distribuisce in episodi e interventi puntuali, mentre il racconto complessivo si apre a registri più ampi e meno riconducibili a una linea unitaria. Il Concertone 2026 prende forma lentamente, fin dalle prime ore del mattino, quando piazza San Giovanni inizia a riempirsi e il palco si apre alle prime esibizioni. Si parte dagli artisti emergenti – molti arrivano dai talent o dalle ultime edizioni di Sanremo – e, nel corso delle ore, il racconto si allarga. Più di quaranta artisti si alternano sul palco, costruendo una sequenza che tiene insieme percorsi e linguaggi diversi: dal ritorno dei Litfiba nella formazione storica a Riccardo Cocciante, fino a nomi come Fulminacci, Ditonellapiaga, La Niña, Serena Brancale, Levante, Emma, Madame, Francesca Michielin, Irama e i Pinguini Tattici Nucleari.

Non è una semplice successione di performance. È un flusso che cambia ritmo, che stratifica registri e generazioni, che lascia emergere una pluralità di sguardi. Alcuni momenti si spostano rapidamente oltre il palco. L’esibizione di Delia Buglisi diventa uno dei passaggi più discussi: nella reinterpretazione di Bella ciao la parola “partigiano” viene sostituita con “essere umano”. La scelta viene spiegata come un tentativo di allargare il significato del brano alla contemporaneità, ma la reazione è immediata e si sviluppa soprattutto sui social, dove il gesto continua a essere commentato e rielaborato: «le parole sono importanti» diceva Nanni Moretti in “Palombella Rossa”.

Altri passaggi lavorano sul piano simbolico. Sayf coinvolge il pubblico con una performance costruita anche visivamente: un grande mappamondo lanciato tra la folla, accompagnato da performer mascherati, diventa il supporto di un messaggio diretto – «Il mondo è vostro, ragazzi» – che trasforma la platea in parte attiva.

Le incursioni nel linguaggio politico e istituzionale attraversano la giornata senza occupare uno spazio unico. Levante sale sul palco con una maglietta “Mattarella” in stile Metallica, che in pochi minuti circola anche fuori dalla piazza. Ermal Meta, che il Concertone lo ha anche condotto, torna sul palco da ospite e cita una frase di Tina Anselmi, partigiana e prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica: «La democrazia è tranquillità per i vecchi e speranza per i giovani. È pace». Piero Pelù, durante la reunion dei Litfiba, introduce un riferimento esplicito alla storia politica italiana: «Benito Mussolini fu sanguinario, fu un dittatore che con i suoi criminali alleati provocò una guerra da 80 milioni di morti. Ma fece anche qualcosa di nuovo? Di sicuro no, le leggi razziali. Nel 1945 con l’Italia devastata dal fascismo e dalla guerra il duce degli italiani mentre scappava travestito da soldato tedesco fu scoperto dai partigiani e fucilato. Benito Mussolini è un morto sul lavoro ma è un morto sanguinario e traditore». Infine, la presa di posizione su quello che sta accadendo oggi: «Contro ogni colonialismo per il rispetto del diritto internazionale teniamo gli occhi puntati su Gaza, sulle ong umanitarie impegnate e sulla Global Flotilla. Intorno, sotto il palco, si muovono altri simboli: bandiere della Palestina, messaggi, prese di posizione, richiami alla Global Sumud Flotilla. La musica continua a fare da tramite, attraversando il tema del lavoro e mettendolo in relazione con ciò che accade dentro e fuori dalla piazza.

Vivere, non sopravvivere: il sacrificio a tutti i costi non paga i giovani

Sono soprattutto gli artisti più vicini per età e linguaggio a restituire il punto di vista dei giovani sul lavoro. I dati continuano a mostrare uno squilibrio di genere e generazionale. Ed è uno squilibrio che si riflette nelle parole e nelle consapevolezze di chi quel lavoro lo sta cercando, attraversando o rifiutando. Francesca Michielin lo riporta sul palco in modo diretto: «Ogni donna ha il diritto di essere pagata come un uomo. Invece anche oggi, nel 2026, una donna non può». Ai microfoni di Alley Oop, invece, Francamente sottolinea come «l’ambiente musicale, che è così esposto, è uno degli ambiti in cui si vede il gender gap, ma riguarda molti altri settori. È una responsabilità di tutti dare la medesima opportunità a ragazzi e ragazze di essere ciò che desiderano essere».

Una direzione che, come afferma Casadilego ad Alley Oop, deve essere riconosciuta anche «ai lavori meno riconosciuti ma essenziali»: anche per loro, continua la cantautrice, «è un diritto «riuscire a lavorare non più di otto ore al giorno e guadagnare abbastanza da vivere e non sopravvivere». In questo stesso orizzonte si inserisce anche la voce di Madame, che riporta al centro una fragilità spesso taciuta: quella di chi vive sulla propria pelle il peso della prestazione continua, ricordando quanto sia necessario smettere di sentirsi «inutili quando non si è produttivi».

I giovani, alla narrazione del sacrificio a tutti i costi, non ci stanno: «Siamo anche additati come quelli che non vogliono lavorare, non è vero che non vogliamo lavorare – afferma Rob, vincitrice dell’ultima edizione di X Factor – Non ci permettete di lavorare perché non riceviamo lavori dignitosi: tra stage non retribuiti e percorsi che non garantiscono autonomia, il lavoro diventa difficile da sostenere anche nelle spese quotidiane». Geolier, classe 2000, racconta della sua generazione un altro aspetto: «Non so qual è l’antidoto a questa violenza ma sento che la mia generazione è in pericolo», dice dal palco. Ricorda i giovani uccisi “da un colpo di pistola”, tra cui Fabio Ascione, «studenti, lavoratori», e chiede «un forte applauso che arrivi fino lassù». Il lavoro, nelle parole degli artisti e delle artiste più giovani, non è separato dal resto. Ma si muove dentro una condizione più ampia, che riguarda sicurezza, riconoscimento e possibilità di costruire un percorso.

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